Adesso con Conte facciamo i conti

Adesso con Conte
facciamo i conti

Sgambetti e veleni della politica

Una volta fuori dall'emergenza del coronavirus, il Partito Democratico sembra intenzionato a mandare l'avviso di sfratto al Premier Giuseppe Conte. Ma per farlo dovrà chiedere le elezioni anticipate e si dovrà probabilmente confrontare con una lista civica del Premier uscente che non sembra affatto intenzionato a farsi da parte, e che alcuni sondaggi accreditano del 15 per cento dei consensi. Il Pd però non ha ancora annunciato il nome del suo candidato né il suo programma. Conte, che non ha gestito male l'emergenza coronavirus, sembra del tutto indifferente a qualunque tipo di schieramento. Ma rischia di fare la stessa fine di Mario Monti alcuni anni fa: cioè di scomparire dalla scena politica. Si aprono nuovi scenari.

Paolo Conte (fonte: feltrinellieditore.it).
Antonio Conte (fonte: leccezionale.it).
Giuseppi Conte (fonte: rollingstone.it). I tre Conte non sono parenti. E neanche nobili.

L’unico Conte che conosco, che mi interessa e che apprezzo, è Paolo. Ci sarebbe anche Antonio, per la verità, ma non mi sta tanto simpatico. Poi c’è Giuseppe, detto Giuseppi (i tre Conte non sono parenti, va detto, e neanche nobili), un avvocato sconosciuto spuntato all’improvviso dal nulla due anni fa, pescato pare da un algoritmo impazzito dell’improbabile piattaforma Rousseau.

Anche questo terzo Conte non mi stava particolarmente simpatico quando, su incarico dei cinque stelle, il partito politico alla deriva che lo aveva misteriosamente proposto forse perché non sapeva che pesci pigliare, faceva il capo di un governo deprimente e un tantino imbarazzante a trazione leghista, in cui appariva più cavalier servente del bullo del Papeete che premier di un Paese con una qualche dignità.

Cambiata sponda, maggioranza e casacca con rimarchevole disinvoltura e notevole aplomb, il non più sconosciuto Giuseppi ci ha messo non più di un nanosecondo ad abbandonare la navicella dei penta stellati che ormai imbarcava acqua da tutte le parti, e a rivendicare una sua raggiunta autonomia, stavolta anche dal Pd, il nuovo alleato, che non è stato capace (o non ha voluto, fate voi) mettergli il cappio al collo come aveva fatto Salvini.

Poi c’è stato il coronavirus, un’emergenza eccezionale, mai vista prima. Un’esperienza drammatica che non augurerei a nessun capo di governo di nessun Paese. Conte Giuseppi, a sorpresa, l’ha saputa gestire. Con pazienza. Pacatezza. Dignità. Non era facile, anzi era difficilissimo. Ha ascoltato gli esperti, il suo ministro della salute (anche lui abbastanza valido), e pur tra qualche incertezza e confusione, comprensibilissime peraltro data la situazione, ha preso decisioni non semplici, che comunque si sono rivelate in buona parte azzeccate, e che ci stanno portando –facendo i debiti scongiuri- fuori dalla tempesta. Altri Paesi sono ancora nel pieno del disastro.

Ora il Pd vuole fare i conti con Conte. Significa che intende dargli lo sfratto, finita l’emergenza coronavirus. Legittimo. Passando per nuove elezioni, mi auguro, non con un altro ribaltone, su questo bisogna dar ragione al Papi Berlusconi: se si vuole cambiare governo bisogna andare a votare. Peccato che il Pd non abbia un candidato credibile da proporre come Premier al posto di Conte (o magari non ce lo ha ancora detto e vuole farci una bella sorpresa), e non abbia nemmeno uno straccio di programma credibile, di progetto per il Paese, che il nuovo Premier dovrebbe portare avanti (magari non ci hanno detto neanche questo). Problema che non riguarda il centrodestra, dove Salvini-Berlusconi-Meloni ripropongono loro stessi, e li conosciamo, col bullo del Papeete che coronerebbe finalmente il suo sogno proibito di diventare Premier. Papi Berlusconi coltiva invece il sogno del Quirinale, anche se lui elegantemente nega: “Di solito sogno tutt’altro”. (Voto sempre alto: 8 a Berlusconi).

Giuseppi però non intende farsi da parte. Anche questo è legittimo. A scanso di equivoci, ha già fatto sapere (anche se nessuno glielo aveva chiesto), che comunque vada continuerà a fare politica. Ma anche lui, come il Pd, è stato reticente. Non ha detto con quale partito, con quale maggioranza, per fare che cosa, per portare avanti (o indietro) quale tipo di progetto per questo malandato Paese. Ma probabilmente questo conta poco oggidì. Il mondo è cambiato, la politica anche, e questo è il “contismo”, dove non esistono più le differenze tra destra e sinistra, e ci sono invece “gli avvocati ambiziosi, bene educati, dal portamento presentabile, dalle convinzioni pieghevoli, dalle identità mutevoli, un giorno liberale, un altro cattolico e moroteo, un altro ancora populista”, come scrive sul suo giornale il direttore de “L’Espresso”, Marco Damilano.

Del resto, proprio Giuseppi ha finito per rappresentare il superamento più limpido della politica così come l’abbiamo conosciuta per decenni, incarnando una politica che “è pura amministrazione, se non addirittura soltanto gestione –sempre Damilano- e che non ha nulla a che fare con valori, ideali, pensieri, ma è pura comunicazione di sé, indifferente agli schieramenti sia sul piano interno che internazionale”. Con il santino di padre Pio in una mano, la bandierina tricolore sulla cravatta, la pochette a quattro punte nel taschino della giacca. Tutto si tiene. Tutto rientra, secondo Corrado Augias su “Repubblica”, nei criteri “di formale eleganza di un giurista nato in provincia di Foggia (Volturara Appula) e dunque legato a certi persistenti costumi della tradizione”.

Giuseppi però, sempre secondo Augias, ha dimostrato una notevole qualità: saper imparare velocemente. E questa rapidità d’apprendimento “ha presto azzerato gli handicap di partenza”. Si potrebbe anche aggiungere che la sua sostanzialmente saggia gestione dell’emergenza coronavirus gli avrebbe fruttato una meritata permanenza in sella fino alla scadenza naturale (elezioni 2023) , forse anche per la mancanza, allo stato attuale, di alternative. In un caso o nell’altro, par di capire che Giuseppi affronterà la prova elettorale con una sua personale lista civica. Anche questo è legittimo. Fa parte della democrazia, che giustamente consente a chiunque (quindi anche a Giuseppi) di potersi candidare. E qualche incauto sondaggista si è già spinto ad accreditare molto generosamente a una lista del Premier una percentuale del quindici per cento. Parecchio più alta, in ogni caso, del più fastidioso e meno simpatico Renzino con la sua Italia poco viva e piuttosto mortuzza, data sotto la soglia di galleggiamento del cinque (precipitata addirittura, secondo alcuni, al due e mezzo). Che precoce e malinconico viale del tramonto per l’ex ragazzo prodigio.

Però Giuseppi, inebriato da molti consensi, forse non si rende conto di rischiare molto. In anni non troppo lontani, anzi piuttosto vicini -sembra un secolo ma erano solo sette anni fa- c’era un altro Premier, anche lui pacato, capace, benvoluto, che si era convinto di essere divenuto indispensabile per il Paese, al punto che aveva fondato un partito tutto suo con il quale era arcisicuro di vincere le elezioni e tornare al governo acclamato come un imperatore. Si chiamava Mario Monti e il suo partito “Scelta Civica”. Non fu scelto (quasi) da nessuno.

Giugno, 2020