È questa l'arte contemporanea?

È questa l'arte
contemporanea?

Suggerimenti sparsi per un'interpretazione positiva

Maria Luisa Pavanini

Nel 1978 alcuni solerti imbianchini della Biennale di Venezia che dovevano controllare i padiglioni, ridipinsero una porta molto malmessa, non sapendo che l’uscio proveniva dall’appartamento parigino di Marcel Duchamp (1887-1968) e che il maestro l’aveva scelto come  ready made elevandola ad opera d’arte. La Biennale fu costretta a risarcire. È una battaglia continua tra curatori che giustificano l’arte spazzatura ed operatori ecologici esperti di raccolta differenziata.

William Hogarth, Autoritratto (1757, olio su tela, 45.1×42.5 cm; National Portrait Gallery, Londra; fonte wikipedia).
Grayson Perry, The Island Of Bad Art (2003, stampa su carta, 44.2x59.2 cm; pinterest.com).

VENEZIA – Joseph Beuys (1921-1986) si è distinto per l’utilizzo di grasso, burro, margarina e montagne di lische di pesce. Replicava l’Arte Povera, i cui esponenti non disprezzavano l’uso di insalata e altri vari materiali organici.

L’arte, ormai è risaputo, non persegue più il mito della bellezza da quando provocatoriamente il suddetto Duchamp nel 1917 mise in mostra un orinatoio e Piero Manzoni, per non essere da meno, espose al pubblico il 12 agosto 1961 la  merda d’artista, una scatoletta per conserve alimentari sigillata con un’etichetta: Piero Manzoni: «Merda d’artista contenuto netto gr30 conservata al naturale».

L’intento provocatorio è evidente, l’omaggio al dadaismo esplicito. La scatoletta è ancor oggi una delle opere simbolo dell’avanguardia novecentesca.

Del resto anche Vincent Van Gogh (1853-1890) aveva dipinto un paio di scarpe da contadino. Van Gogh voleva dirci che l’arte mira alla verità delle cose e non più solo alla bellezza.

Oggigiorno andando per mostre e musei d’arte contemporanea è tutto un fiorire di montagne di calzini sporchi, cuscini variamente macchiati, scarpe di emigranti. Si rimane colpiti dalla puzza che non c’è, ma che tali variegati fetidi mucchi possono evocare. La sensazione di fronte a tutti questi oggetti presi a caso: sassi, specchi rotti, lamine di ferro, materiali vari gettati per terra o appesi in disordine sparso è sgomento.

Nel 2013 Grayson Perry (n. 1960) l’artista travestito più famoso della Gran Bretagna ha realizzato una stampa dal titolo:  L’isola dell’arte scadente. L’acquaforte concepita come una finta carta geografica del XVI secolo assomiglia vagamente a Venezia e utilizza nomi sarcastici di località per elencare le caratteristiche che definiscono la Bad art, Arte Scadente, Vagamente Decorativa etc.

L’arte si prende in giro in forma talvolta seriosa. Nel passato non era stato concesso molto spazio all’ilarità, oggi sì.

Sarebbe un errore prendere troppo sul serio molti elaborati estetici anche delle avanguardie storiche.

Futuristi e dadaisti si divertirono molto nei loro spettacoli teatrali, nelle performance, nei gesti provocatori ed assurdi. Si inventarono il gioco del &nbp;Cadavere squisito una specie di mostriciattolo diviso in tre quattro parti disegnate a più mani. Andrè Breton (1896-1966) compilò l’Antologia dell’humor nero, florilegio di situazioni paradossali.

Del resto le opere dei nostri contemporanei Alighiero Boetti (1940-1994) e del padovano Maurizio Cattelan (n. 1960) hanno come costante la leggerezza e l’ironia.

Quando Achille Bonito Oliva (n. 1939) nel 1979 teorizzò la  Transavanguardia scrisse: «Se i francesi hanno Marat, noi abbiamo Totò». Loro sono predisposti al tragico noi al grottesco fin dai tempi di Plauto e Terenzio.

Sbeffeggiare nell’arte non è costume recente: basti pensare alle incisioni settecentesche di William Hogarth (1697-1764). Se la nostra società esprime raramente concetti sublimi non meravigliamoci della leggerezza e dell’ironia degli artisti contemporanei. Un sorriso forse ci salverà dalla cupezza dei tempi presenti come nel Rinascimento la bellezza.

Dicembre, 2016