Adriana ovvero Vite a Nordest

Adriana ovvero
Vite a Nordest

Monica Morellato

Caro diario, ricomincio a scrivere sulle tue pagine oramai ingiallite dal tempo. Ti ho ritrovato per caso in un cassetto del comò. Eri sotto delle vecchie maglie fuori moda e fuori taglia, datatissime. Come avrò fatto ad indossarle? mi chiedo. Giacevi là, sotto la lana, soffocato, da quasi quarant’anni. L’ultima volta che ti ho affidato le mie confidenze è stato il giorno prima del mio matrimonio, agosto 1976.

«Gerani, tutti rossi, come piace a me...» (fonte wikimedia.org).

Ero felice, di una felicità immensa. Coronavo il mio sogno d’amore con l’uomo che amavo e con cui avevo condiviso tutta l’adolescenza. Quanti cuoricini trafitti da una freccia ho disegnato su quella pagina! Beata innocenza.

A ripensarci, ora, ero stremata. Dieci anni di fidanzamento, e sarebbero stati molti di più se non lo avessi messo alle strette, Tino. Per lui non era mai tempo, non c’erano mai abbastanza soldi per garantirci un futuro. Dieci anni di incertezze, delusioni ed umiliazioni, soprattutto da parte dei suoi genitori, un padre padrone e una madre evanescente, timorosa, asservita, ma facilmente persuasibile, in special modo da chi le dimostra affetto, marito in primis.

Ci siamo messi assieme da giovani, Tino ed io. Abitavamo nello stesso paese, poche anime, una piazza con la chiesa, una villa padronale, tanti campi. Avevamo quindici anni. Non siamo andati molto a scuola, a malapena ho terminato le scuole dell’obbligo, mentre Tino dopo il primo anno alle professionali, ha cominciato a lavorare. Ha sempre lavorato molto più delle otto ore al giorno, sabato compreso. Si alzava all’alba, inforcava la bicicletta e via, fino a sera. Io, nel frattempo, avevo trovato lavoro in una ditta di confezioni, prima come operaia semplice, poi addetta alla campionatura. Non potevo lamentarmi, la paga era buona e la moda confezionata aveva soppiantato la sartina, il lavoro era assicurato. Tino, invece, sempre alla ricerca di un salario migliore, di lavori ne ha passati tanti, ma i soldi sono sempre andati in casa. Per undici anni, fino a che non ci siamo sposati, ha consegnato a suo padre tutti i suoi stipendi, ricevendo solo quanto serviva a comperare un pacchetto di sigarette al giorno. Con i soldi di Tino la sua famiglia ha prima acquistato un’utilitaria e poi, verso la fine degli anni sessanta, un terreno edificabile. Il tutto intestato a suo padre. Non avendo un soldo in tasca, non esistevano né svaghi, né divertimenti. al massimo un giro in piazza, la domenica, e una bibita.

Il matrimonio, a questo punto, era l’unico modo per affrancarci. Costruimmo la casa sul terreno accatastato a nome del padre di Tino. Ci impiegammo tre anni. Le fondamenta furono gettate e Tino, suo padre e qualche amico dedicarono tutti i sabati, i giorni festivi e qualche sera alla realizzazione della villetta. Il tutto fatto in economia, seguendo il progetto del geometra del paese, l’unico ad essere pagato. Fu un lavoro autenticamente manuale, i materiali scaricati a mani dopo averli issati sulle spalle. Gli impianti del termo e dell’acqua li fece per pochi soldi un idraulico, a ore perse. I caloriferi erano uno scarto dell’ospedale, che li aveva sostituiti. Per levare tutti gli strati di colore, furono sabbiati e la sabbiatura fu pagata con ore straordinarie di lavoro. L’impianto della luce l’ha fatto Tino, usando filo rigido, prese, pulsanti e interruttori di scarto, sempre dell’ospedale. Per filo di terra fu usato quello che era servito per lo stesso uso nei macchinari di radiologia. Solo in seguito ci venne in mente che fossero radioattivi, ma ormai erano inseriti nei muri in più parti e si pensò di non rimuoverli.

Quando mi sono sposata, la casa era abitabile, ma non completata. Con i miei soldi comprammo i mobili e i miei genitori contribuirono alle spese della cerimonia e del pranzo. I genitori di Tino non sborsarono una lira. Negli anni a venire, Tino ed io abbiamo apportato continue migliorie al nostro nido e adesso chi passa per la via in cui abitiamo, vede una casa da cristiani, con il suo vialetto in sasso lavato, i lampioncini e le lanterne in ferro battuto, come le inferriate e i cancelli, quello pedonale e quello carraio. Il giardino è coltivato a prato inglese, nelle aiole ho piantato personalmente rose tea, i porta vasi nei balconi contengono piante di gerani, tutti rossi, come piace a me. Mi piace stare in giardino, tra le mie piante. Ora sono in pensione, mia figlia vive in un’altra città e ci viene a far visita quando gli impegni di lavoro lo consentono, mio suocero soffre di demenza senile ed è ricoverato in una casa di riposo qui vicino. Tino, anche lui in pensione, da una mano in parrocchia, qualche lavoretto da elettricista, gratis, s’intende; mia suocera vive qui a fianco, due camere e un bagno. In tutti questi anni ha mantenuto le stesse abitudini e lo stesso carattere.

Tino ed io ci consideriamo, tutto sommato, fortunati. Con fatica, abnegazione e tanta forza di volontà abbiamo realizzato la nostra vita. La casa, due soldi da parte, la pensione che ci fa vivere decorosamente, la vecchiaia assicurata.

Suonano alla porta.

Era il portalettere.

La busta porta il timbro dell’Ussl, servizio di senologia, è sicuramente l’esito della mammografia che ho eseguito il mese scorso, esame di routine.
«Gentile signora, l’esame da le effettuato in data. presenta delle anomalie. Pertanto la invitiamo a presentarsi presso il nostro ambulatorio il giorno. dove verrà sottoposta ad ulteriori accertamenti…»

Non capisco….

     Dove arriva quel cespuglio, la cucina
     Che avrà il sole di mattina
     Dove adesso è il mio berretto
     Lì la camera da letto,
     e in direzione dello stagno
     costruiremo il nostro bagno.
     Entra pure è la tua casa
     La tua casa fra le rose
     Ora appena prendo il mese,
     il primo muro, la tua casa te lo giuro…. *

*  Dove arriva quel cespuglio dall’album  La chitarra, il contrabbasso, eccetera 1976.
Autori Mogol, Battisti
Voce Lucio Battisti

Aprile, 2016

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