Al limite del ridicolo

Al limite del ridicolo

Roberto Bianchin

Non c’è nulla da festeggiare. Nulla da esultare. Nulla da stare allegri. La rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica non è una vittoria per nessuno. Tanto meno per lui che solo pochi giorni fa, il 14 aprile, aveva detto perentorio: «Non mi convinceranno a restare». E aveva aggiunto, altrettanto convinto: «La mia elezione non è una soluzione, e sarebbe al limite del ridicolo». Le ultime parole famose, verrebbe da dire.

Già. Il suo ritorno, al limite del ridicolo appunto, non è una vittoria. Al contrario, è una sconfitta per le forze politiche italiane (tutte, nessuna esclusa) che sono state capaci solo di una figuraccia dopo l’altra e non sono state in grado di trovare un capo dello Stato appena decente e che non avesse la bella età di ottantotto anni (li compirà il 29 giugno).

I partiti si sono aggrappati nuovamente a Napolitano, convincendolo a cambiare idea, dopo aver bruciato nomi come quelli di Romano Prodi e Franco Marini, stracciato accordi sottobanco e intese alla luce del sole. Non riuscendo a venire a capo del bandolo della matassa, sono tornati indietro, a riavvolgersi nel bozzolo per l’incapacità di stare in piedi e camminare da soli.

È una sconfitta prima di tutto per la sinistra, in particolar modo per il Pd, cui toccava il compito, essendo uscito comunque primo come numero di voti dalle urne elettorali, di fare il nome del nuovo presidente. Ne ha fatti due, e tutti e due sono stati impallinati, prima di tutto dagli stessi parlamentari del Pd, a dimostrazione di un partito totalmente allo sbando. Un partito finito.

Prima hanno proposto Marini, figlio di un accordo suicida col Pdl (e giustamente osteggiato dagli elettori), poi Prodi, ostile invece a Berlusconi, padre nobile dell’Ulivo. Neanche questo, misteriosamente, è andato bene a cento e uno parlamentari del Pd, che in ossequio alle loro sanguinose faide interne, gli hanno fatto mancare i loro voti.

Altrettanto misteriosamente, quelli del Pd non hanno nemmeno mai voluto prendere in considerazione, in tutta la lunga partita per il Quirinale, il nome del giurista Stefano Rodotà, un uomo peraltro molto vicino al Pd, dal momento che è stato parlamentare italiano ed europeo come indipendente nelle fila del Pci, e addirittura presidente del Pds. Non hanno mai spiegato per quali motivi non lo hanno considerato degno di venir votato. Forse perché l’unico vero motivo è che, anche se era dei loro, era stato proposto da Beppe Grillo.

Questa tattica suicida che ha portato al rifiuto di Rodotà e al fallimento di Prodi e Marini, i due candidati che avevano scelto, segna in modo inequivocabile anche la fine del Pd come partito politico. Come del resto sottolineato in modo evidente dalle dimissioni del presidente del partito Rosy Bindi e del segretario del partito Pierluigi Bersani. Giusto così.

È un bene che il Pd sia arrivato, sia pure in modo così dirompente e molto poco nobile, alla fine della corsa della sua breve e travagliata esistenza. Perché è un partito mai nato, un partito concepito sbagliato. La fusione a freddo tra i resti della vecchia Dc e i resti del vecchio Pci non ha funzionato. Non ha mai dato risultati credibili.

Gli ex Dc, cioè quelli della Margherita, sono rimasti per conto loro da un lato, e gli ex Pci, cioè quelli dei Ds, per conto loro da un altro. Chiese diverse, separate, con interessi e incassi (vedi i casi Lusi e Penati) differenziati. Con vocazioni affaristiche e metodi da vecchia politica, segnati gli uni da esasperazioni correntizie e gli altri da centralismi democratici.

La conclusione è che il Pd non è mai diventato quel partito progressista e riformatore, nell’alveo di una moderna sinistra europea, che avrebbe dovuto essere. La sua trasformazione da partito comunista a partito socialista, vagheggiata da Achille Occhetto nel momento della svolta della Bolognina, è miseramente fallita.

Di qui, dal suo fallimento come partito della sinistra, anche il flop del Quirinale. Ora è naturale e giusto che il Pd chiuda baracca e burattini e metta la ditta in liquidazione. Perché il limite del ridicolo è stato abbondantemente superato. E perché nasca, oltre il limite, una nuova sinistra diversa da questa. ★

Aprile, 2013