Alle origini della cabala

Alle origini
della cabala

Sotto le volte stellate del passato

Enzo Bordin

Le origini della cabala si perdono nella notte dei tempi. Permane l'irrisolvibile disputa se sia nata in Egitto oppure in India. Di una cosa vi è certezza: entrambi quei popoli la conoscevano, sapendone interpretare simbologia e segreti. Lo stesso Pitagora ne riportò le nozioni basilari in Grecia, di ritorno dai suoi viaggi in Oriente, i paesi della luce.

Passaggio all'Universo, omaggio a Flammarion - By Sergio Fabris (Own work) [CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons.

Un'altra discussione accademica tra gli addetti ai lavori verte sul fatto se la prima rivelazione cabalistica fu d'impronta divina oppure frutto della geniale intuizione dell'uomo, nei primi secoli dedito soprattutto alla pastorizia e a diretto contatto con la natura. L'ipotesi che sembra trovare maggiore credito è l'attribuzione della cabala ad alcuni pastori, sorretti da fervida immaginazione e d'intelligenza superiore, corroborata dalla solitudine ed alimentata dal silenzio e dalla freschezza delle notti, dopo la divorante calura del giorno. Essi cercavano nello spettacolo dei cieli illuminati dalla luna e dalle stelle un pascolo interiore alla poetica melanconia della loro vita contemplativa.

La loro preferenza andava a favore di determinate costellazioni, seguite più volentieri nei loro percorsi e nel vederle brillare e poi sparire allo spuntar del giorno. Allora compresero la magnificenza del movimento di rotazione che faceva marciare tutti i mondi in un movimento e regolare.

«Questo ordine perfetto, a testimonianza di una forza potente e misteriosa, li indusse a cercare le cause attraverso gli effetti», scrive Adolphe Desbarrolles, considerato il padre della nuova chiromanzia, nel suo magistrale libro I Misteri della mano edito a Parigi (Librairie du Petit Journal) nel 1859.

Più puri, più primitivi, più impressionabili di noi, subirono l'influenza nervosa degli astri e ne studiarono il mistero. Attraverso l' insaziabile sete di conoscenza che li accomunava, acquisirono un certa potenza che finì per raddoppiare le loro forze. Così facendo maturarono la convinzione d'essere i depositari dei segreti sottesi al potere magnetico dell'uomo.

Spiega Desbarrolles: «Allora , come tutti i sognatori sublimi, presero a parametro l'analogia tra le cose visibili e invisibili indovinarono l'esistenza di un mondo superiore, mentre la germinazione, la presenza di terremoti e di eruzioni vulcaniche rivelarono loro l'esistenza di una linfa inferiore, una vita tenebrosa, un misterioso travaglio».

Così da una parte la volta stellata dei cieli affascinava i loro occhi e li attirava; dall'altra però questi ruggiti sotterranei e questi crateri misteriosi ispiravano fantasie e nefande e suscitavano una vaga sensazione di terrore, con la terra che vomitava le spoglie dei morti.

Ma vedendo il seme da loro seminato spuntare verdeggiante e profumato coi suoi bei colori, conclusero che anche il cadavere inerte sepolto sotto l'erba doveva esalare la sua anima immortale come il fiore uscito la terra che esala i suoi profumi verso il cielo all'arrivo della notte. Da quel momento scoprirono i misteri del mondo magico e individuarono tre mondi legati assieme da un'unica catena piazzata nelle mani di un solo Creatore.

L'oracolo di Apollo ammette l'esistenza di un dio increato. Nemmeno da lui stesso, che abita in seno al fuoco (Ether). Un dio piazzato al comando di ogni gerarchia.

Nei misteri della religione praticata dai Greci, il sacerdote si rivolgeva all'iniziato pronunciando queste parole: «Ammira il Maestro dell'Universo, è uno ed esiste dappertutto».

Seicento anni avanti Cristo Pitagora, tramite l'iniziazione dei misteri antichi,
aveva attinto dai sacerdoti egizi l'idea di un dio onnipotente. Lo riprova un frammento attribuito ad uno dei suoi discepoli, Ocellus di Lucania, conservato nello Stobeo, vale a dire nell'antologia di Giovanni Stobeo , scrittore bizantino nato nel V secolo a Stobi in Macedonia, che raccoglie le opere di circa cinquecento autori greci.

Qui si forniscono testimonianze di testi che la tradizione manoscritta successiva aveva perduto o manipolato, mentre Stobeo poteva attingere a fonti più antiche ed attendibili. Il frammento di Ocellus così asseriva: «L'armonia conserva il mondo e Dio ne è l'autore».

Molti anni dopo, seguendo i principi di Pitagora, Platone sosteneva: «Il dio che vi annuncio è un dio unico, immutabile e infinito». Il filosofo Antistene (444 avanti Cristo, allievo di Socrate) scrive: «Molte divinità vengono adorate da diversi popoli, ma la natura ne indica soltanto uno».

Anassagora gli fa eco: «È un dio unico quello che ha ordinato la materia e creato il mondo». Sulla sua stessa lunghezza d'onda è anche Archita di Taranto, 428 avanti Cristo, filosofo, matematico e politico greco appartenente alla seconda generazione della scuola pitagorica che ebbe come maestri Filolao ed Eurito. Egli ammette tre principi: dio, materia e forma. Pure Sant'Agostino, Lattanzio, Eusebio di Cesarea, Atenagora e Giustino appaiono concordi nel ribadire che l'unità di dio era ammessa dagli antichi filosofi e fungeva da base dei loro misteri.

Già da allora gli uomini superiori cominciarono a riflettere sulla differenza delle intelligenze e delle forze fisiche, ma si guardarono bene dall'accusare d'ingiustizia il Creatore per tutte queste diversità. Al contrario, vedevano in tali differenze una decisione saggia. E per spiegarla ammisero che gli uomini meno dotati dalla natura era stati chiamati sulla terra una seconda volta per espiare i loro peccati commessi nelle vita precedente.

Seguendo le leggi dell'analogia, riconobbero che il fuoco è anche luce: brucia e distrugge quando viene azionato da mani imprudenti o cieche. Lasciarono che i profani popolassero l'Olimpo di divinità quali immagini speculari dei loro stessi vizi e delle loro stesse passioni, riservando invece la verità ad un numero ristretto di eletti.
Perché esistono due verità: quella positiva, riservata ai forti e ai puri; in contrapposizione a quella per analogia, o talvolta per apologia, alla portata dei meno intelligenti e più materiale. La verità che non si comprende rappresenta un grave errore. «Ciò che mi è permesso di svelare lo racconterò, ma che le porte rimangano sempre chiuse per i profani» cantava Orfeo. Ancora: «Le mie parole si rivolgono all'Essere Divino: indirizzate su di lui tutte le forze della vostra ragione, intraprendete la dritta via, contemplate il solo Re del mondo, l'unico. Si è formato da se stesso e da dove è uscito è tutto ciò che esiste. Nessuno mortale ha potuto vederlo ma lui vede tutto. Vi mostrerò le tracce della sua presenza, vi indicherò gli effetti della forte mano del Dio potente, ma non posso andare oltre: una nube m'impedisce di vederlo».

Desbarrolles ne trae questa conclusione: «Da queste associazioni misteriose, formate da uomini forti e intelligenti, scaturirono quelle che finiranno poi per governate il mondo: sacerdoti, re e nobili. La società venne divisa in due classi: nobili e popolo, patrizi e plebei, ops (dotati) e inops (non dotati). I patrizi consideravano i plebei persone schiave e maledette. Per l'ops, l'inops appariva un uomo destinato a soffrire. Ecco cosa asserivano i misteri orfici consacrati dalla cabala o dalla tradizione: tutti il mondo sa che la Genesi è la Creazione. Genesi oscura: il caos. Genesi luminosa: il mondo, l'essere. Prima di divenire una tendina scintillante, i cui reticoli quadrati ed armonici marcavano le diverse costellazioni augurali, il cielo era l'agnello primitivo (amnios), la parte eterea del firmamento. Solo il una fase successiva gli esseri. intelligenti produssero gli dei, i semidei, gli eroi, i grandi uomini (viri) gli innocenti e i criminali».

Quando discesero per la prima volta sulla terra, le anime umane arrivarono da sphairos, involucro atmosferico che gli antichi consideravano parte del cielo.

A porle nei tesori cosmogonici e a trasfonderle poi nei corpi fu Jupiter, il padre degli dei, conosciuto anche sotto il nome di Ombrios, Fluvius e Teleios.
Le anime innocenti brillano in eterno tra gli opes (ricchi e felici). Invece le anime criminali, per purificarsi, muoiono e rinascono in un tempo più o meno lungo nei corpi degli oscuri inopes (poveri e infelici).

I Geni di famiglia riposano solamente nelle case dei primi, mentre i secondi ne risultano privi. Il segno distintivo dell'ops è la zolla, simbolo negato all'inops: l'uno possiede un nome, l'altro ne è privo.

L'ops, l'ottimo per legge, possiede il dono della parola dai suoni accattivanti, come le sirene. Ha pure il dono della bellezza come le Gorgone, le tre sorelle (Steno, Euriche e Medusa) , figlie di Forcide e Ceto, due divinità marine. Ma solo Medusa era mortale ed abitava non lontano dai regno dei morti.

Le Gorgoni avevano serpenti al posto dei capelli, denti a forma di zanne di cinghiale, mani di bronzo ed ali d'oro. Il loro sguardo tramutava in pietra chiunque le guardava. Incutevano timore sia ai mortali che agli immortali. L'unico a non temere Medusa era Poseidone che le fece concepire due figli.

Il debole inops muto di un mutismo civile, si deve tappare gli orecchi al canto inebriante e misterioso delle sirene: in quanto deforme e incompleto, la vista delle Gorgone finirà per tramutarlo in pietra.

L'ops incarna il libero arbitrio e la vitalità; l'inops la mancanza di volontà, e la malattia. Ma l'ops possiede soprattutto la res sacra ossia l'intelligenza; l'inops rappresenta il corpo, la materialità. L'ops è il frutto e semente insieme, l'inops il fiore. I frutti, in termini cabalistici, hanno la capacità del bene e del male, ossia ingegnum.

Interessante è anche il concetto d'impunità tra i popoli antichi. Pensavano si trattasse di un diritto che poteva essere definito da regole. L'anima dell'ops che ha prevaricato, dopo la morte viene espatriata con quella dei criminali. La facoltà di trasmettere il genio gli viene ritirata per un certo periodo di tempo.

Dopo il suo arrivo sulla terra, l'ops possiede un tratto distintivo basato su tre requisiti precisi: ricchezza, intelligenza e bellezza. l'una complementare all'altra: bellezza e ricchezza attraverso l'intelligenza; intelligenza attraverso la purezza dell'anima che si riflette in fisionomia e diventa bellezza. Analoghi principi li troviamo anche nel Cristianesimo, pur se depurati e presentati sotto aspetti più umanizzanti. ★

Settembre, 2013