Applausi

Applausi

C'è una nota tristissima nella lunghissima vibrante accorata commossa e commovente allocuzione presidenziale per l'apertura del secondo mandato consecutivo di Giorgio Napolitano. Una nota nera e cupa e avvilente. Gli applausi.

I trenta applausi a cuore aperto dei parlamentari, moltissimi adusi a tutti i vizi peggiori del parlamentarismo italico, alcuni incalliti nei vizi peggiori, moltissimi traviati non appena eletti, altri — pochi speriamo — frementi di parteciparvi al più presto.

Sono questi trenta applausi, i sorrisi a tutta ganassa, i commenti entusiasti di vecchie e nuove volpi, di faine e lupi e giaguari, che introducono la cupa nota del dolore in questa strana giornata del secondo mandato.

Che svuotano di ogni valore l'appello del Presidente. Che rendono le sue parole vuota retorica. Una nuova legge elettorale? Il dramma del lavoro? Sterili contrapposizioni? Ma secondo voi al gotha al servizio di Papi Silvio Berlusconi, alla foresta dei raggiri incrociati di D'Alema e soci (Amato, per esempio), allo stato maggiore dei gerarchi nel bunker della Lega, agli evanescenti fantasmi del centro, interessa qualcosa di tutto ciò? Assolutamente nulla, per cui applaudono e sorridono.

Tutti pensano che stia parlando degli altri e così gongolano a quattro palmenti. Solo i Cinque Stelle, che sono delle matricole in tutti i sensi, pensano che se stia prendendo solo con loro. Poveretti.

Sembra (lo so, ho avuto un'infanzia difficile) uno dei discorsi che il preside della scuola media ci faceva periodicamente dagli schermi televisivi — in bianco e nero — a circuito chiuso, appesi sopra la cattedra, tra il crocifisso e la lavagna. Dal suo faccione televisivo rotondo e bonario partivano sculacciate virtuali a tutti i bricconi delle sezioni (dalla A alla H) e noi ascoltavamo zitti zitti. Poi si spegnevano le immagini e suonava la campanella della ricreazione. ★

Aprile, 2013