Assassina di serie

Assassina di serie

Gemone di Velieronero d'Oltremare

Sono cresciuto guardando i films horror anni '50 e '60. Londra. La nebbia. Marsine nere. Primo piano sul viso ossuto di un Peter Cushing d'annata. L'aria di quei tempi tramandava frenesia pizzicante, tantoché non bastava una giacchina sulle mie ginocchia nude per intiepidirle. Il freddo non se ne andava. Perché la paura non scadeva con le mie inutili convinzioni che i mostri non esistessero.

Sans Terre - Alessandra Catalioti per Gemone di Velieronero d'Oltremare

Oggidì non mi passano più per la mente i ricordi delle mie pene di bambino. Spesso attraverso il Ponte di Calatrava per raggiungere la piccola stazione di Santa Lucia in Venezia. Arrivo a Padova. E in prossimità del Ponte delle Torricelle documento con un notes gli strani fenomeni che vi accadono, imperturbabile. Eppure il Naviglio Interno che giace là sotto: è muto. Verde torbido. Con qualche foglia morta. Punteggiato dalla pioggia quando il vento la porta. Resto ad osservare un teste senza memoria.

Tante vittime ripescate sfigurate, calpestate, battute, contuse, aperte, tranciate. Inutili nomi su un documento. Nulla ci si aspettava da queste. Procedevano senza distinguere l'uso dell'indicativo o del congiuntivo nelle frasi completive. Semplici.

Mi arrabatto a dar loro una storia. (Scrivo su di un giornale indipendente. Mi guadagno da vivere battendo al PC pezzi che pochi leggono. Io stesso distribuisco le copie casa per casa, lasciandole nella cassetta della pubblicità. I condomini o i portieri continuano a ripetermi: «Niente giornali non richiesti assieme alle lettere che aspettiamo».)

Cadaveri tumidi, saponificati. Privi dei muscoli facciali, a volte, senza i quali il sorriso della morte è... non raccapricciante ma familiare. Ci si abitua a tutto, col tempo. Il rumore della vita mi ha distolto da un pezzo dall'ingenuità dei primi anni. Mi sento come Marcello Mastroianni che nella Dolce Vita non sente la giovinetta che dall'altra parte della spiaggia cerca di catturare la sua attenzione.

Stendo il collo dai colonnini che mi separano dall'acqua. In attesa di veder qualcosa galleggiare... Niente.

Raggiungo il Palazzo della Ragione. La piazza. Le erbe... Sorbisco un espresso leggendo il Gazzettino. In cronaca la stessa cronistoria dell'assassina. Magari con qualche aggiunzione o nuova illustrazione.

Niente foto. Un vero enigma.

Penso a lei anche quando faccio l'amore con la mia morosa. In fondo siamo più vicino agli animali di quanto non pensiamo quando lo pratichiamo. L'istinto divoratore morde la carne ricca di sangue.

Le lecco il sesso liscio trasportato dai sensi allo stadio di primate. La possiedo a carponi. E resupini. Intolleranti alla mollitia del letto bagnato di sudore... Eiaculo. Riportando sulle terga i graffi praticati dalle sue unghie che fanno rigurgitare rosso vivo. Continuo a baciarla col mento e labbra in fiamme: addentati dalla sua spregiudicatezza.

Fuori dalla città un vivaio: serra-ombraio-platea. Piante annaffiate da spruzzatori comandati da un quadro elettrico. All'ingresso, papaveri, erbacce, taràssachi: mischiati.

Qui per la segnalazione di un cadavere pullulante d'insetti degradanti le parti molli del corpo necrotico. E ancora nessuna impronta presa dallo scanner dello SPIS.

Guido la bicicletta impensierito. Il traffico m'arresta e mi fa ripartire.

A casa, in bagno: mi guardo allo specchio cercando nelle mie orbite una risposta. Tento di rasserenare il mio animo passandomi le mani-giunte sul volto. Nel naso ancora l'odore acre e ripulsivo della carne decomposta.

La cornice. La cornice ovale di questo specchio la vedo e rivedo da anni. Oggetti nella mia piccola casa che hanno una storia. Un valore. Una superficie da offrire alla polvere. Mi siedo allo scrittoio, leggo un libro con sul piatto anteriore il titolo in lettere dorate. Cinquanta illustrazioni a piena pagina di Gustave Doré, sfogliandolo con flemma.

Mi rimpossesso di un po' di tempo per me. Chiuso nella mia Torre di Bollingen.

Ancora altri assassinii. Uno recapitatomi a casa in tre faldoni di vernice. Un avvertimento o sfida?

Secondo gli indagatori con le stellette è una donna. Una volta è stata vista nell'atto di colpire, per poi scomparire nel nulla. Parimenti le loro ricerche sono state nulle.

La paura. L'adrenalina. Mi sento ancor di più in comunione con la mia ragazza. Viene da me nel fine-settimana. E le racconto tutto. Mi aiuta con lo stendino sul quale ho appeso ritagli di giornale e annotazioni prese di corsa con una biro. Quello che svolgiamo ci affiata. Discutiamo con garbo come si faceva nel ridotto di un teatro francese per damerini e attrici più belle che brave.

«Tesoro di una Veronica, è quasi notte... e ancora una volta, lei, avrà la sua occasione per uccidere!»

«Ne sappiamo ancora poco... — giocando con un ciuffo di capelli. Poi con un sorriso gaio ed occhi sfingei — Potremmo fare due passi al Prato. Ho voglia di un gelato. Fa caldo in questi giorni».

Usciamo nella sera inoffuscata. E i piedi ci portano, invece, davanti all'Orologio astrario di Jacopo Dondi da Chioggia. Tragitto meno breve. La piazza è cheta. Il silenzio è musica che placa come la lira di Orfeo dal nome famoso.

Mi sento solo. Sono solo. La cerco con lo sguardo. Provo quella strana sensazione che mi punge dentro da sempre: malinconia struggente per un tempo caduto che mi sembra di aver già vissuto. Tutta questa scenografia è così familiare e muta. Non può raccontarmi, l'Orologio, tutto ciò che ha visto.

Al centro dello spiazzo stranamente senza nessuno, una figura rannicchiata su se stessa con un grande cappello da megera. Brucia qualcosa dentro un piatto di peltro. Fumo. Fumo. Fumo. E qualche fiamma momentanea.

Mi avvicino. Impressionato, col sangue che mi si gela, scopro che è Veronica. Dà in pasto alle fiamme vecchi scontrini fiscali.

«Non essere spaventato, amore mio. Brucio il tempo passato assieme a te — leggendone uno — ah, questa è la nostra cena consumata in un ristorante cinese, quello che aveva il posa-bacchette in porcellana».

(Tremante): «Chi- chi sei?!!»

(Difilato, lei): «L'assassina!»

«Ttt-Tu??» incredulo, e più.

«Certo... Materialmente non ho ucciso nessuno, solo la tua autocommiserazione, il tuo aggrapparti, la tua voglia di ripristinare il legame che tra noi non c'è più».

«Questo è un incubo. Non è vero. Non ti vedo. Non sono qui!»

(Lei, con aria di dispetto): «C'eri. Ora non più...» ★

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Luglio, 2013