Baron Corvo, l'incredibile

Baron Corvo
l'incredibile

Le peregrinazioni lagunari di un genio difficile

Prete cattolico mancato, scrittore squattrinato, omosessuale sfrenato, picaresco scroccone, mendicante ingrato, maldicente incallito, egocentrico narcisista, grafomane ossessivo, fotografo e pittore, saltuario pornografo, ed esperto vogatore alla veneta, l'inglese Frederick William Serafino Austin Lewis Mary Rolfe, sé dicente Baron Corvo, e sé siglante Fr. Rolfe, giunse a Venezia in un afoso pomeriggio di agosto del 1908 all'Hotel Belle Vue et de Russie, a fianco della Torre dell'Orologio, in Piazza San Marco. Da quel giorno, fino all'ottobre del 1913, fu un incubo per la comunità britannica in laguna.

Frederick Rolfe, Baron Corvo.
Disegno di Baron Corvo.
John Julius Norwich, Venezia - Nascita di un Mito Romantico, Il Saggiatore, pag. 285, € 19,50 ISBN 9788842812593

(l.c.) — Perennemente al verde, dotato di una cultura inanemente smisurata e dettagliata, Baron Corvo intratteneva quotidianamente una fittissima corrispondenza con futuri e passati benefattori, a Venezia e altrove. Ai primi descriveva le sue epiche tribolazioni, ai secondi inviava missive di fuoco con elaboratissimi insulti, anche e soprattutto se il loro aiuto era stato importante. Ogni tanto, si presume dietro corresponsione di denari, narrava a destinatari compiacenti le sue strabilianti avventure erotiche lagunari con vigorosi, e giovanissimi, gondolieri.

La notizia della sua morte venne riportata a Londra dal quotidiano della sera The Star, il 29 ottobre 1913: «Un personaggio curiosamente interessante e quasi misterioso, al secolo Frederick Rolfe, è stato rinvenuto morto nel suo letto a Venezia la mattina di qualche giorno fa. Rolfe era l'autore, sotto il proprio nome, di vari romanzi in cui veniva esibita una straordinaria quantità di erudizione male assimilata, e nei quali la vita della classe sacerdotale italiana, sia quella di campagna sia quella della Curia, veniva tratteggiata con una penetrazione e un'apparente accuratezza che impressionarono i critici.»

«Con il nome di Baron Corvo, titolo italiano che egli asseriva di aver acquisito in virtù del dono di alcuni poderi da parte di una ex duchessa Cesarini-Sforza, scrisse versi e articoli polemici sulla liturgia cattolica e sulla politica italiana. Era solito affermare di aver fatto parte a suo tempo dell'ordine sacerdotale, sebbene questo, a quanto ci risulta, venisse smentito dalle autorità della sua Chiesa.»

«Devoto cattolico sotto il profilo dottrinale, era in opposizione con la gerarchia sulle questioni italiane, essendo un forte oppositore del potere temporale. Compilò un elaborato albero genealogico per dimostrare che il re d'Italia era il legittimo re d'Inghilterra, profondendo in questa ricerca, per quanto fantastica potesse apparire l'idea, un'erudizione e un impegno che furono onestamente riconosciuti dalla critica antichistica e araldica.»

A Venezia Fr. Rolfe viveva alla giornata, passando di sistemazione provvisoria in sistemazione provvisoria e seminando una scia di debiti di fatto inesigibili. Spesso ospite a sbafo di benefattori che poi rimproverava aspramente, a volte costretto a dormire in barca o ad avventurarsi per le dune del Lido, Baron Corvo descrive con precisione fin troppo dettagliata le sue miserie materiali, lasciando sempre il dubbio che si tratti di bravura descrittiva.

A sentir lui le sue tribolazioni lagunari sono titaniche. Si aggira per le calli in condizioni pietose: «Non ho più avuto un cambio di vestiti dall'agosto del 1908. Abito e dormo sul pianerottolo aperto di una scala, in questa baracca d'un palazzo. Per molte notti ho camminato per la città, con la pioggia e con il bel tempo, prima di trovare questo ricovero. Sono rimasto per sei giorni consecutivi senza cibo, mezzo morto di fame, per settimane mi sono sostentato con due panini al giorno (a tre centesimi ciascuno) e ho sopportato tutti gli estremi della miseria a parte la prigione e gli asili dei senza tetto. Tutti i miei scontrini di pegno del Monte di Pietà sono scaduti, tranne uno. Di tanto in tanto riesco a ottenere un lavoro come gondogliere privato; attualmente taglio e sego la legna, scremo il latte, accendo i fuochi e riempio gli scaldabagno. Mia madre, in Inghilterra, a settantacinque anni lavora per guadagnarsi da vivere; mia sorella è diventata cieca; sono tre anni dall'ultima volta che ci siamo incontrati».

«Sono inchiodato nella mia stanza» scrisse nel luglio del 1910 «posta sul retro, al primo piano di quell'angusto vicolo che porta dalla piazza alla calle Larga [di San Marco], così vicina al pianterreno che riesco a toccare i cappelli delle puttane e degli ubriachi che ruggiscono lì tutta la notte, dove non è mai arrivato un raggio di sole, talmente buia che pure in queste giornate luminose, se non tengo la luce accesa, non ci vedo abbastanza per scrivere, luogo di svago per i ratti, di cui ho appena catturato e affogato nel bugliolo il trentaseiesimo dal primo di luglio a questa parte».

Quando giunse a Venezia aveva già scritto tre opere, tra cui un libro bizzarro d'inconsueto successo, Hadrian the Seventh in cui il protagonista — scopertissima autocitazione biografica — è un prete mancato, «suscettibile come un calabrone con un pungiglione nuovo di zecca» che, convocato a Roma per un'ordinazione tardiva ma riparatoria, finisce per diventare papa per l'incapacità del conclave nell'eleggere un pontefice; divenuto così inaspettatamente papa riforma radicalmente la chiesa, ne vende i tesori per distribuire ai poveri l'immane ricavato e finalmente e inevitabilmente, viene assassinato.

In città scrisse altre opere, con incredibili difficoltà (scrive lui), tra cui il fenomenale Il desiderio e la ricerca del tutto – Un romanzo di Venezia Moderna, in cui racconta la contorta storia d'amore del protagonista, Nicolas Crabbe, per Zilda, un'orfanella ch'egli ha salvato dal terribile terremoto di Messina (28 dicembre 1908) e che ha portato con sé a Venezia, facendone la sua devota servitrice e gondoliera. Ermenegilda Falier, questo il nome per esteso di Zilda è un'orfanella di umili origini dal cognome nobilissimo; nata a Venezia, viene cresciuta a Messina. Ma soprattutto è una ragazza che sembra un ragazzo: «Era semplicemente uno splendido e robusto ragazzo... tranne per il fatto che non era un ragazzo ma una ragazza». Oltre a questo, il romanzo contiene una dettagliata ed estremamente denigratoria descrizione a chiave dei componenti della comunità anglosassone in città tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento: fortuna per loro che il romanzo fu pubblicato postumo per tutti, nel 1934.

Di tutte le disavventure lagunari di questo bizzarrissimo signore, merita d'essere riportato l'assedio nautico delle pantegane: «Ho letteralmente dovuto lottare per sopravvivere a una serie di temporali. Si rende conto di che cosa significa trovarsi su una barchetta che fa acqua ed è talmente incrostata di alghe e denti di cane, dopo essere stata utilizzata per tutta l'estate, da risultare pesantissima da spingere con i remi, sicché si comporta come un ubriaco ogni volta che viene sospinta dal vento o dal maltempo? [...] E su questa laguna i temporali si scatenano nel giro di dieci minuti, senza lasciarmi il tempo di cercare un approdo. Spesso devo lottare per cinquanta-sessanta ore prima che finisca. Risultato: ho perso circa trecento pagine del mio nuovo manoscritto, Hubert's Arthur. Alcune parti sono state imbrattate dal petrolio di una lampada che vi si era rovesciata sopra: il vento e le onde si sono portati via il resto. Ogni minuto che ho a disposizione, lo dedico a riscriverle: ma, orribile a dirsi, una foschia grigia mi ondeggia agli angoli degli occhi per l'esaurimento. Gli ultimi giorni sono rimasto ancorato accanto a un'isola deserta, Sacca Fisola, non troppo distante dalla civiltà per poter disporre di acqua dolce, ma abbastanza deserta per poterci morire solo nella barca, se morir bisogna. Be', per farla breve, devo ammettere sinceramente che ho avuto paura. [...] Se fossi rimasto fuori nella laguna, la barca sarebbe affondata, sarei riuscito a nuotare forse per un paio d'ore e poi sarei stato mangiato vivo dai granchi. Con la bassa marea, si vedono brulicare su ogni isola di fango. E se fossi rimasto all'àncora accanto a un'isola, avrei dovuto rimanere sempre sveglio: perché nel momento in cui rimanevo immobile, venivo assalito da frotte di ratti nuotatori, che d'inverno sono talmente famelici da attaccare perfino un uomo che rimane immobile. L'ho sperimentato. E sono stato morso. Oh, mio caro, non puoi immaginare quanto siano scaltri, spericolati e feroci. Avevo preparato due pezzi di catena, appesi rispettivamente a prua e a poppa, legati con un cordino che mi serviva a scuoterli quando venivo attaccato. Per due notti questo espediente ha funzionato. Le frotte salivano a bordo (arrampicandosi sulla fune dell'àncora) e venivano ad annusarmi: io scuotevo la catena e gli animali si rituffavano in acqua. Poi si sono abituati al rumore e mi guardavano con scherno. Poi hanno cominciato a mordere il cordino. Poi mi hanno addentato le dita dei piedi e mi hanno costretto a svegliarmi del tutto, lasciandomi urlante e tremante di paura. Questo dunque è ciò che ho fatto. Sono perfettamente pronto a perseverare fino alla fine. Così ho portato la barca a uno «squero» per farla riparare. Ci vorranno due settimane. Quando potrà navigare di nuovo, mi rimetterò per mare e affronterò il mio destino con lei. Nel frattempo, ho aperto un conto al Cavalletto, semplicemente per poter mangiare e dormire, in modo da scrivere intensamente e ricostruire le circa trecento pagine di Hubert's Arthur. Quando sarà finito, la barca sarà pronta: poi le intesterò il manoscritto e glielo manderò. Mio caro signore, mi sento così spaventosamente solo. E stanco. Davvero non c'è alcuna possibilità di sistemarmi?». ★

Marzo, 2013