Bartabas : «vorrei danzare con i miei cavalli sulla laguna di Venezia»

Bartabas : «Vorrei danzare
con i miei cavalli
sulla laguna di Venezia»

Roberto Bianchin

Nei progetti del grande artista francese che sognava di aprire una «Fenice Equestre», c'è l'arrivo del «Centaure» a Roma e uno spettacolo del Teatro Equestre Zingaro al gran completo negli spazi dell'Arsenale

Bartabas e Zingaro

TORINO – Il suo vero nome, la sua età, le sue origini, ama tenerle avvolte nel mistero. Da molti anni è Bartabas, e basta. Quello che c’era prima, al suo posto, non c’è più. Bartabas, alto e bruno, occhi intensi e neri, il cranio rasato, due grandi basettoni molto francesi, una cinquantina d’anni suppergiù, si è lasciato da tempo alle spalle i ricordi di Clément Marty, il ragazzo di buona famiglia di Courbevoie, alle porte di Parigi, che dopo essere stato un promettente cavallerizzo allevato in una delle scuole più rigorose, come quella di Lonchamp, fuggì di casa per inseguire gli zingari al seguito di un circo, l’Aligre, violento e sanguinario.

Cavaliere d’eccezione, creatore di un’inedita espressione artistica che mescola arte equestre, musica, danza e commedia, Bartabas è l’inventore di una nuova forma di spettacolo dal vivo: il teatro equestre. Nel castelletto barocco di legno che ha costruito a Aubervilliers, alla periferia di Parigi, ha fondato nel 1985 la sua compagnia «Le Theatre Zingaro», dal nome del suo primo amatissimo cavallo, dove ogni anno, tra ottobre e marzo, va in scena con nuovi strabilianti spettacoli equestri, senza per questo rinunciare, di tanto in tanto, ad alcune incursioni trionfali intorno al mondo, da New York a Tokyo, da Istanbul a Hong Kong a Mosca. Dal 2003 è anche direttore dell’Accademia equestre di Versailles.

Monsieur Bartabas, come ha trovato il pubblico italiano?

«Molto attento e competente. Del resto non è la prima volta che vengo in Italia. Mi ero trovato bene anche parecchi anni fa, quando avevo partecipato ad alcuni festival alternativi, e non ero ancora conosciuto. E poi amo molto la letteratura italiana, specialmente Pasolini, e il cinema italiano, specialmente Fellini. E la cucina italiana...»

Tornerà?

«Perché no ? Mi piacerebbe. Monsieur Cristoforetti, che mi ha chiamato a Torino, mi ha proposto di portare “Le centaure et l’animal” la primavera prossima a Roma, nel parco di una grande villa. Vedremo. Il mio sogno, poi, sarebbe Venezia…»

Venezia?

«Già. Quale artista non vorrebbe esibirsi a Venezia? Venezia era già nei miei sogni tanti anni fa, quando prima di costruire il mio teatro equestre a Aubervilliers, che immaginavo sull’esempio dell’anfiteatro aperto da Philip Astley a Parigi alla fine del ‘700, avevo accarezzato l’illusione di aprire una “Fenice Equestre” a Venezia e di far galoppare i miei cavalli sulla laguna».

Nel «Centauro» i suoi cavalli danzano in un teatro. Potrebbero danzare alla Fenice, che guarda caso ogni anno a Carnevale fa uno spettacolo chiamato «Cavalchina».

«Sarebbe fantastico. Come sarebbe altrettanto fantastico portare a Venezia il mio teatro equestre, quello sotto al tendone con il quale normalmente lavoriamo quando andiamo all’estero. Questo mi consentirebbe di portare lo spettacolo completo, quello che va in scena a Aubervilliers, con tutta la troupe. L’unico problema è che il tendone è grande, bisognerebbe trovare un posto dove metterlo, e dove tenere i cavalli».

Venezia ha dei campi piuttosto grandi, penso a Campo San Polo, per esempio.

«È vero, ma c’è il problema dei cavalli, non devono dare fastidio agli abitanti. Bisognerebbe trovare qualche zona meno abitata ma centrale».

Ha qualche idea?

«Sto pensando all’Arsenale. Ha grandi spazi sia di terra che di acqua. Penso sarebbe perfetto. Magari usando una grande piattaforma sull’acqua. Ho già fatto qualcosa di simile sul bacino di Nettuno, a Versailles, un balletto equestre in onore del Cavaliere di Saint Georges, il “Mozart nero”. Dovrò andare a Venezia a fare un sopralluogo».

Qual è il senso del «Centaure et l’animal» andato in scena a Torino?

«Molto particolare. È quello di approfondire la mia ricerca, di affrontare altri rischi, e di andare un po’ a “trafficare nell’ignoto”, come diceva Rimbaud nella lettera in cui annunciava la sua decisione di comperare un cavallo. Ogni volta c’è qualcosa che mi spinge a cercare anche luoghi nuovi, sia esterni che interni. In questo caso, intervenire in un teatro cambia la qualità dell’ascolto e dello sguardo. C’è la possibilità di lavorare maggiormente sui dettagli, sulle sfumature. Da un altro punto di vista, essendo limitato il numero delle rappresentazioni, questo favorisce degli incontri rari con degli artisti che non potrebbero impegnarsi per tutta la durata di una creazione di Zingaro. E poi questi spettacoli, da solo o in due, mi permettono di avanzare delle proposte più audaci. Anche più intime».

Ottobre, 2011