Basta libri, vi prego

Basta libri,
vi prego

Paolo Fiorindo
Basta Libri!

Basta libri, basta, mi vado ripetendo da qualche mese. Abbiate pietà di me, non ho tempo per leggerli, se li leggo poi rischio di dovermi rimettere ad assumere antidepressivi. E poi non so più dove metterli, sti libri.

Ne ho scaffali pieni da tutte le parti, ne ho ammucchiati sugli scalini a fianco di dove cammino, ne ho attorno al letto, in tinello, in garage, in bagno, sotto al tavolo dove lavoro, dispersi in macchina, sopra le travi della soffitta, nelle sporte di carta sparpagliate qua e là, sopra il congelatore in cantina, abbandonati in corridoio e sui davanzali. Un incubo, un inciampo.

Vado a trovare un prete e mi riempie di libri: il restauro della chiesetta di san Prospero, Vita di san Crispolto, Orazioni perpetue. Vado in osteria e i muratori che hanno appena demolito un casale di campagna me ne hanno portato una sporta, rinvenuti tra le macerie: La giovanetta cristiana alla scuola dei Santi, Il palazzo dei reali di Spagna a Trieste, I delitti dei reduci di guerra. Una mia amichetta che credevo scomparsa si rifà improvvisamente viva: ho pensato a te, mi dice, e ti ho portato questa serie di libri sui magredi friulani. Il geometra in piazza me ne regala uno che ha appena scritto lui sulla parlata locale. La biondona che sembra una valchiria ha pubblicato uno studio sulle usanze della Carnia, prendi qua tu. Il professore ha appena pubblicato un mattone sull’Antica Roma, un libro scritto basandosi su altri libri, a loro volta basati su altri libri, all’infinito. Il messo comunale non scrive nulla (oltre ai verbali) ma compra l’allegato del giornale, un librone illustrato sulle ville venete: leggilo tu, mi fa, a me non interessa. Il fornaio nemmeno lui scrive, ma pensa lo stesso sempre e me: suona al campanello, mi dona la Storia della Pinza e un raccolta di poesie sghembe e depresse di dilettanti lacrimosi razza Piave a cui il dottore deve aver proibito il vino. Un altro amico fa una pubblicazione filosofica di quattrocento pagine su religione e follia, non lo dice ma forse pretende addirittura che lo compri.
E poi libri sull’ambiente distrutto, sui partigiani, sulla Resistenza, sul bombardamento di Treviso, sulla Guerra Grande e Piccola.

Già, i libri di guerra. Se non ci fosse stata la guerra metà degli scrittori, degli stampatori e dei librai non esisterebbe: la guerra è sempre attuale, non corre pericolo d’essere dimenticata, qui meno che altrove per via che c’è stato Hemingway. La guerra attrae, fa vendere i libri e fa prendere contributi statali. Fondamentali per i libri, la maggior parte senza contributi non esisterebbe.

E gli autori? Giovani no, a meno che non abbiano strane paranoie da curarsi da sé medesimi. A parte i poeti o sedicenti tali, categoria infestante a cui appartiene purtroppo lo scrivente e che gli è ormai venuta a noia. I giovani sono infastiditi dai libri, da quelli scolastici soprattutto, e dopo aver concluso la tesi di laurea al massimo si danno a letture deviate e pruriginose. Le femmine soprattutto, avide come sempre di romanzi appassionati e frivoli coi quali compensano l’assenza di fantasia nei rapporti amorosi coi loro coetanei digitalizzati e desentimentalizzati gaudenti. Agli uomini interessa la storia, la guerra, lo sport: alle donne i fiorellini, le scopate clandestine. Più avanti in età, quando le tentazioni del demonio non le degneranno più nemmeno d’uno sguardo, forse allora le nostre belle signore rinfrescate dal visagista passeranno ai fioretti, ma ci vuole il suo tempo e fin che c’è la gioventù occorre darci dentro col peccato per guadagnarsi i rimorsi nei quali crogiolarsi davanti poi allo specchio, dopo gli anta, rimirandosi il didietro controllando la cellulite in agguato. Mentre agli uomini interesseranno sempre le solite cose: con in aggiunta la politica, cioè quella confusione disorganizzata e costosissima che serve a riempire i telegiornali e gli spazi tra una serie di spot e l’altra.

I libri sono una cosa malinconica, triste, immobile, morta. Quel che c’è scritto dentro non cambierà più, rimarrà stampato lì sopra in eterno, per questo non li sopporto più. E se finiranno in discarica magari qualcuno li raccoglierà prima che siano avviati al macero per procurarsi nuove antiche illusioni. Sempre le solite. Successe anche a me, da giovane, quando rinvenni tra la carta vecchia raccolta per la parrocchia un libercolo raffinato con l’opera omnia del Foscolo. Un toccasana venefico per un ragazzo di campagna non ancora avviato sulle strade della malinconia.

Qui poi nelle basse la produzione di libri è ancora basata sul modello medievale, anche se quasi mai gli autori se ne rendono conto: cioè assenza di fantasia. Danno per scontato che la fantasia, l’immaginazione sia inopportuna, se non addirittura negativa, da fuggire come un peccato mortale. Non rientra nei loro parametri, non esiste, non può. Esempio? Anni fa pubblicai un racconto su un quadernetto che fu distribuito in paese nei paesi attorno al mio: misi nei guai il finanziatore, poiché un famiglia che conoscevo di vista si sentì tirata in ballo, pur se non avevo fatto nomi. Non è vero, mi dissero, quello che ha pubblicato sulla nostra famiglia, ritiri tutti quei libri. Ohibò, risposi, non è vero no, è un racconto, una semplice invenzione magari verosimile, e poi io i fatti vostri non li so. Eppure, risposero, lei ha scritto cose vere, ne parleremo col nostro avvocato. Oh bella, ma di cosa mi accusate, dissi loro, di aver scritto la verità oppure di aver raccontato bugie? Ci rimasero male, volevano entrare anche loro nel libro a tutti i costi ma gli andò storta, e la cosa finì lì. No, non c’è soddisfazione con questa gente.

Ecco qua i rischi di un apprendista scrittore di campagna, che di libri ferisce e di libri perisce scavandosi la (Bocca) fossa, osando addirittura addentrarsi nei territori della fantasia.

Chi dice che il libro è una cosa magica, vitale, è uno speculatore: o lavora in una libreria o presta libri in una biblioteca pubblica, oppure ha fatto l’errore di stamparne qualcuno, magari a proprie spese, e stempera così la magra consolazione di vedere sempre lì gli scatoloni pieni che gli dormono in garage. Succede a tutti gli autori alle prime armi (detti APS, cioè A Proprie Spese, da Umberto Eco), è un percorso obbligato. Ognuno di loro pensa d’aver scritto un nuovo Vangelo, ne è gelosissimo, pensa che esista solo il suo, dimentica che ogni giorno in Italia vengono presentati più di millecinquecento libercoli o mattoni, a seconda dell’investimento di cui si dispone. E poi, quando ha capito di non aver pubblicato una primizia ma un qualcosa che c’era già (magari anche fatta meglio), e soprattutto aver testato manu propria che non li venderà, tenta di regalarli. E al malcapitato gli tocca prenderli.

Per non parlare dei libri cosiddetti istituzionali: aziende, banche, associazioni, consorzi, musei, enti sconosciuti che si autocelebrano esageratamente come Cavellini al solo scopo di manifestare la propria esistenza. Con tomi illustratissimi e cartonati stampati su carte pregiate a spese della regione o con altri fondi statali. Amici degli amici che finanziano gli amici degli amici, magari anziani professori che per tutta la vita hanno fatto ricerche storiche sulle quattro pietre che hanno dietro casa, e che poi fanno ammattire i ragazzi della tipografia che devono trasformare uno o più file di testo amorfo aggrovigliato e contorto in qualcosa di sufficientemente leggibile. Testi arrabattati e copiati male, farciti di svarioni comici, accenti seminati a casaccio, scisma al posto di sisma, approposito, soppratutto, ma però, qui e qua con l’accento, ed e od sparsi inutilmente dappertutto, tasto tab schiacciato a profusione che impesta le pagine, virgolette al posto dei caporali, e maiuscolo con l’apostrofo al posto dell’accento e altre fastidiosissime scempiaggini, che se glielo fai notare il professore s’incazza. Così poi dopo anni mi trovo interi scaffali di libri di cui non me ne frega nulla.

È il primo consiglio, anzi due, che un editore, o un tipografo, dovrebbero dare al neo-scrittore, ansioso di pubblicare il suo primo libro (o di ripetere l’errore, per via che la perseveranza negli scrittori fai-da-te non ha limiti): rispettare il povero lettore e assicurarsi di avere spazio sufficiente in garage per almeno un decennio, se non più. In soffitta no, gli scatoloni di libri sono pesanti, e a portarli sù per le scale si rischia l’ernia. E i costi per il Toradol, i cerotti e le terapie oggi sono rilevanti.

E va ben, ci siamo capiti. Anzi no, in epoca di scolarizzazione forzata la gente capisce sempre meno. Ecco perché oggi il popolo considera il libro solo un oggetto da disperdere, indipendentemente da quello che contiene. Tutto quello che ha la forma di un libro per la gente è un vero libro, anche se è un vocabolario o un calendario liturgico o un elenco telefonico.

Ma basta co sti libri, basta e strabasta, ne siamo tutti strapieni, non so a chi darli, non li posso nemmeno diserbare o bruciare nel camino che il fumo velenoso della carta trattata chimicamente mi impesterebbe polmoni e ambiente.

Meglio quand’eravamo tutti analfabeti, e usavamo il libro dei conti già fatti. Almeno quando passavamo per strada e ci si faceva i complimenti per il pollame e l’orto, ci si regalava a vicenda quattro uova o una sporta di insalata o di pomodori, cresciuti in abbondanza, e li potevamo mangiare anche senza dover inforcare gli occhiali e tentare di capire il senso quello che volevano dire. Ora no, ora ci si scambiano i libri di memorie, di ricerche storiche, di poesie malinconiche, di racconti infantili scombinati.

Poi ci si chiede perché fioriscono i romanzetti porno, le mogli sono annoiate, siamo tutti sempre più scemi e depressi. E le librerie chiudono e diventano bar. ★

Luglio, 2013