Bimbi rimbambiti

Bimbi rimbambiti

Luca Colferai

Deve essere successo qualcosa, lungo il corso della seconda metà del Novecento, che ha generato una grossa confusione. Il rispetto delle idee si è trasformato in oppressione della cultura a vantaggio dell'ignoranza; l'educazione si è mutata in tirannia della cialtronaggine; l'eleganza in dittatura delle mutande; l'intelligenza in sfoggio di demenza; l'amore in pornografia del sentimento.

Neanche i bambini sfuggono ormai all'insensata inversione del contemporaneo. Nei battelli (che sono i mezzi pubblici di Venezia) occupano per primi i posti a sedere lasciando tremolanti vecchine ottuagenarie a sballottarsi tra i turisti. Mamme chioccianti domandano loro in un italiano falsamente forbitissimo come l'argenteria placcata che hanno a casa che cosa vogliano per pranzo, per cena, per merenda e colazione. Si avventurano in spericolate spiegazioni teleologiche sul funzionamento dell'universo, dalla gerarchia della marina alla terza legge della termodinamica. Si inerpicano nei misteri della tecnica, della dietetica, della scienza e anche dell'enigmistica.

I principini dotatissimi di gadget tecnologici, firmatissimi dalle scarpine al cappellino, tempestano i tastini del tablet, dello smartphone, della playstation o quel che è. Nella spietata indifferente crudeltà dei bimbi, che tanto ha affascinato schiere di psicologi, infieriscono inesorabilmente su mammine, nonnine e nonni (imbecilli): e perché? e perché? e perché?; e cosa fa quel signore? e via inquisendo. Delle risposte non interessa loro alcunché: non riescono a capire l'eloquio pignolo e pedante che viene loro sciorinato e d'altronde hanno pronta già un'altra domanda, preferibilmente la stessa di prima.

Sono bambini, gli stessi di duecentomila anni fa agli albori della genia dell'homo sapiens sapiens: hanno altro per la testa. Anche noi adulti però. Per esempio. Un carnevale di tanti anni fa, il conte Emile Targhetta d'Audriffet de Greoux — che cito spesso in queste righe in quanto maestro di un pensiero diagonale cui spesso mi affido per superare le angustie della vita — passeggiava un pomeriggio nel sottoportico delle Procuratie Nuove, in Piazza San Marco a Venezia, di fronte al Caffè Florian.

Era vestito da Re Sole, con fluente parrucca di boccoli bruno ramati e strascico di broccato dorato, marsina, gilet e calzamaglia in varie gradazioni di ricami e sfumature di giallo, portava anche uno spadino finemente cesellato (puramente ornamentale, ovvio), pizzi e merletti a profusione e incedeva facendosi figuratamente largo con un lunghissimo bastone dal pomello rutilante. Nel bel mentre della solenne e pacata processione (era da solo, ma il Conte Emile da solo era sufficiente per un'intera processione) due bimbi iniziarono a ruzzargli all'intorno, strillando strepitando sotto gli occhi ammiratamente bovini della mamma.

Nel loro vorticoso girellare i bimbi pestano lo strascico del Conte Emile. Il Conte Emile li ignora (se non avete mai portato un mantello o uno strascico non potete immaginare il fastidio che vi dà essere strattonati d'improvviso alle spalle, e quale sforzo occorra ignorare la cosa). E ancora, nel loro vorticoso girellare i bimbi pestano lo strascico del Conte Emile. Il Conte Emile li ignora. E ancora, nel loro vorticoso girellare i bimbi pestano lo strascico del Conte Emile. Il Conte Emile li ignora. Ma non li ignora la mamma (essendo negli anni ottanta le mamme era ancora larvatamente educate, oggi rimprovererebbero il Conte per aver infastidito i loro pargoli nel gioco) che un poco infastidita dice al Conte Emile: «Mi scusi sa signore, ma sono bambini! Che cosa ci posso fare???»

Il Conte Emile la guarda e risponde: «Ma li uccida signora, li uccida». E continua la sua processione. ★

NOTA BENE. Al lettore attento non sarà sfuggito il fatto che sono saltati alcuni appuntamenti di questa rubrica. Meglio: così adesso mi manca un venerdì, o anche più.

Settembre, 2012