Boccafossa, l’osteria dei pescatori

Boccafossa
l’osteria dei pescatori

Paolo Fiorindo

Qua, a Boccafossa, nella bonifica del Basso Livenza, fra i canali Taglio, Nero e Ongaro inferiore, la pesca è sempre stata un’attività diffusa. Prima degli anni cinquanta non era solo un hobby domenicale o vacanziero, anzi. Quando le risorse campagnole erano misere non era così raro per i mezzadri padri di famiglia procurarsi un pasto di pesce (o di rane) lungo i canali, con la canna da pesca o i bartovelli. Pescare nel fiume, nella Livenza, era più complicato, per rischio (la forte corrente), attrezzatura e divieti. I larghi canali della bonifica invece, con le loro pance gonfie d’acqua, erano più sicuri e praticabili, oltre che meno controllati. E, cosa più importante, si sono sempre rivelati generosi di pesce.

Boccafossa, l'osteria dei pescatori

Lo sperimentammo noi da ragazzi: anche se non abbiamo mai pescato raine da cinque chili e oltre, un pomeriggio in tre lungo la canaletta Bellamadonna che scorreva davanti casa nostra ci poteva fruttare una quarantina di reoji (persico sole), un’altra tentina di gobbi, un ventina di barboni e, lavorando di schiràl (retina tipo quella per farfalle ma più resistente) ulteriori porzioni di schìe e panzonèti (pescetti da frittura). Oltre a qualche brùssola, che poi però ributtavamo nell’acqua verde del canale assieme ai girini e ad altre forme di vita per noi sconosciute.

Le nostre canne d’india col nervèt tiravano su di tutto, anche una tartaruga che si era fatta fregare dal lombrico che mascherava l’amo. Biscie no, quelle aspettavano che calassimo in acqua la cesta col pesce per cercare di attraversare le maglie della rete e mangiarselo; e quando la ritiravamo scappavano lentamente, rimanendo in agguato a bocca asciutta (si fa per dire) tra le erbe folte del canneto.

I nostri nonni e genitori se l’erano mangiato, illo tempore, con la polentina calda, quel pesce che sapeva di fango. Noi no (ma non ci giurerei). Quelli che di sicuro banchettarono con quel pesce che noi ragazzi avevamo pescato furono le bestie del pollaio: tacchini oche anatre (mute e starnazzanti) galline pollastri, persino il pavone. Ai più ingordi e frettolosi quel pesce vivo e crudo rimaneva impigliato in gola, e magari crepavano soffocati: così dovevamo subire l’ira degli adulti e, se ancora si faceva in tempo, catturare il volatile da cortile, mettergli le dita in gola ed estrarre il pesce spinoso (barboni e reoji erano micidiali). Nel più deplorevole dei casi (tacchina morta) fare una buca profonda e seppellirla, mettendoci poi le pietre sopra per impedire alle galline di andare a sgarpedàr la terra fresca profanando il cadavere.

Il pesce di canale non è come quello del mare: ha un gusto speciale, cioè schifoso. Sa di terra, di fango, oltre che da freschìn (termine quest’ultimo di problematica traduzione in lingua italiana, molti studiosi ci hanno provato spesso finendo col venire alle mani tra di loro).

E l’osteria? Calma, qui nelle terre dimenticate della bonifica ogni discorso, anche il più semplice, ha bisogno di un lunghissimo preambolo, se non altro per motivi storico-culturali. Purtroppo non siamo più totalmente analfaberi e si sa, lauree e studi rallentano sia il commercio che l’economia, oltre che confondere l’informazione.

L’osteria dei pescatori, che sta a Boccafossa (nel territorio piatto e vuoto appena dopo Torre di Mosto, sulla destra del Fiume Livenza, lungo la strada che porta ai lidi di Caorle), ha ormai più di un secolo di vita. Sta davanti al ponte girevole che attraversa il Brian, o Taglio, la madre di tutti i canali locali, largo quaranta metri, profondo - dicono - cinque o sette, e il cui livello dell’acqua è sempre più alto di quello della terra (cosa ovvia in bonifica, che senza argini e idrovore ritornerebbe subito palude). Qui di vite ne son passate così tante, umide misere impolverate e sudate, da poterci scrivere un’enciclopedia. Della quale apriamo una pagina a caso.

All’inizio degli anni settanta ci capitò per sbaglio un signore di Pordenone, che lasciò la via maestra per Caorle e s’avventurò sulle stradine dritte che una volta erano canali navigabili. Forse per cercare un percorso alternativo, o forse tradito dalla nebbia, dalla segnaletica approssimativa o da un certo carico di ombre, intese come bicchieri di vino. Si fermò a Boccafossa e visitò l’unica osteria con spaccio alimentari per ristorarsi e scambiar due chiacchiere e poi, stupito dalla fiumana ampia e placida, si sedette sull’argine e vi gettò la canna da pesca. E, con sommo stupore e felicità, riempì velocemente la cesta di pesci belli grossi. Poi se ne andò e la raccontò in giro, quella sua pesca miracolosa, come solo i pescatori sanno fare. La voce si sparse finché quel tratto di canale di Boccafossa divenne famoso e, da un quindicennio, persino campo di gara. Poi, complici i soliti americani in cerca di spazi aperti non infestati dal turismo, la voce si sparse talmente distante da attirare pescatori da tutto il mondo. E non per scherzo: addirittura ci si svolgeranno quest’estate 2013 i campionati internazionali di pesca sportiva. Un campo di gara lungo quattro-cinque chilometri, con migliaia di pescatori lungo l’argine di sinistra del canale Brian (quello dall’altra parte no, manca la strada). Con sommo timore delle autorità locali, votate al calcestruzzo ma ignare di cosa voglia dire raduno pescatorio mondiale: l’argine miracoloso ormai famoso a livello planetario sta pian piano franando verso il canale, urgono risorse (schei) per rinsaldarlo e siccome qui come altrove c’è crisi (anzi, la crisi qui ha lasciato spazio alla miseria, specie mentale) ne vedremo (se ne vedremo) delle belle.

Renzo intanto, l’oste storico di Boccafossa (bocca della fossa, anche questo il nome di un canale), accende il forno delle pizze; poi salta dall’altra parte del bancone e accarezza l’affettatrice lucente. Qui posso offrire solo panini, bibite e caffè, dice con la consueta giovialità, ridendo sotto la folta capigliatura candida. Tutt’attorno foto vistose e trofei di pesci giganti imbalsamati, con scritte dorate tutte in americano che sembra lo spaccio di una base Nato. Fuori della porta il vecchio ponte, il canale immenso e una manciata di case vecchie e nuove. A sinistra un palo con alcune tabelle indicanti aziende e musei (a Boccafossa ce ne sono ben due!) e, appesa in alto, la mano di latta dell’angelo veneziano della Salute, dicono. Colpita da un fulmine molti anni fa, caduta dal campanile e arrivata chissacome fino a qua. A pescare. ★

Aprile, 2013