Buena suerte Rafael

Buena suerte Rafael

Roberto Bianchin

Ciao Rafael. Già era da un poco che ci eravamo persi di vista. Che mi mancavano tue notizie. Che non sentivo la tua voce. Che non guardavo più quella stella lassù. Che non guardavo neanche più la mano che indica la stella. L’annuncio del tuo addio adesso mi rattrista, Comandante. Mi mancheranno i tuoi sogni. Le tue utopie. Le tue lotte. I tuoi racconti. La tua risata. Lo sguardo dei tuoi occhi. La tua pipa. Il tuo passamontagna. Il tuo berretto con le stelline ricamate.

Il subcomandante Marcos a Salamanca nel 2006 (foto General Zapata; fonte wikimedia).

«Dichiaro che colui che è conosciuto come Subcomandante ribelle Marcos non esiste più», hai scritto in un comunicato, e hai aggiunto che «la voce dell’esercito nazionale zapatista di liberazione non sarà più la mia voce».

Hai spiegato che non abbandoni per motivi di salute, né perché hai quasi sessant’anni, né perché i tuoi ti abbiano esautorato, ma per una «differente organizzazione interna», non meglio precisata, avvenuta nell’esercito zapatista che tu stesso, Rafael Sebastiàn Guillén Vicente, ovvero l’uomo chiamato Marcos, avevi creato nel 1994.

Era vent’anni fa, il primo di gennaio, te lo ricordi? Il Messico e il resto del mondo assistevano stupefatti all’occupazione di città e villaggi nel Chiapas, nel Sud del paese, da parte di guerriglieri usciti dal nulla, «figli della notte e della foresta». Il Messico moderno, che proprio quel giorno celebrava il suo ingresso nel «primo mondo», credeva di avere ormai chiuso con gli indios, di averli ormai definitivamente relegati al ruolo di pezzi da museo, di curiosità per i turisti.

La maggior parte dei messicani e l’opinione pubblica internazionale hanno scoperto invece un’immagine del paese completamente diversa da quella che il potere aveva cercato di vendere negli ultimi anni. Le stesse autorità erano incapaci di immaginare che all’alba del ventunesimo secolo alcuni indios potessero conferire all’insurrezione una forza simile, una risonanza e una portata di questo genere.

È stato il premio Nobel per la letteratura Octavio Paz – racconti tu stesso nel libro Il sogno zapatista che hai scritto insieme al sociologo Yvon Le Bot (Mondadori, 1997) – a esprimere magistralmente l’opinione di quanti si rifiutavano di vedere nell’insurrezione solo la rivolta di alcune comunità tradizionali, primitive, strumentalizzabili e strumentalizzate da guerriglieri anacronistici, da ideologi e da forze interessate a immergere il Messico in un clima di violenza, facendo abortire il suo ingresso nel grande mercato, nella democrazia e nella modernità.

«Gli insorti – spieghi – non erano indios arcaici, schiacciati dalla dipendenza, e nemmeno comparse neoindie di uno spettacolo post-moderno. Erano – sono – indios moderni, che hanno preso le distanze dalle vecchie comunità disgregate, e che cercano di costruire la propria storia chiedendo di essere riconosciuti e rispettati».

Marcos adesso non c’è più, hai detto. Marcos è tornato Rafael, come a Tampico, nei giorni di ragazzo, quando di giorno studiavi Foucault e la sera recitavi Beckett. Ti siano lievi e sereni i giorni che verranno, Rafael, nel tuo villaggio de La Realidad. Con amici sinceri, libri buoni, liquori fini, tabacchi aspri e donne belle.

Il tuo Marcos non parlerà più al mondo. Ma continueranno a farlo i tuoi sogni. Ti ricordi cosa scrivesti, lassù sulle montagne del Sud est, quell’agosto del ’96 che faceva più caldo del solito?

«Voi lottate per prendere il potere. Noi per la democrazia, la libertà e la giustizia. Non è la stessa cosa. Anche se riuscirete a prendere il potere, noi continueremo a lottare per la democrazia, la libertà e la giustizia. Poco importa chi sia al potere, gli zapatisti lottano e lotteranno per la democrazia, la libertà e la giustizia».

Gracias Rafael, y buena suerte. ★

Maggio, 2014