Cade a pezzi la libreria di Saba

Cade a pezzi
la libreria di Saba

È un pezzo di storia della città

Gabriele Drago

Nel cuore del centro storico di Trieste sta andando in rovina la storica libreria antiquaria che fu il «nero antro funesto» dove lavorò e scrisse Umberto Saba. Il poeta l'aveva acquistata nel 1919. Diventò un luogo di ritrovo di artisti e scrittori, da Svevo a Levi, da Comisso a Stuparich. L'amarezza del titolare Mario Cerne, figlio di quel Carletto che fu prima commesso e poi socio del grande poeta.

La libreria antiquaria Umberto Saba, che fu di proprietà del poeta, in via San Nicolò a Trieste (foto Il Ridotto).
Umberto Saba nella sua libreria (Wikipedia).
La statua di Umberto Saba a Trieste (Wikipedia).

TRIESTE – La saracinesca, un po’ malandata, è mezza abbassata e mezza no. Non si capisce se è aperto o chiuso. Non si vede più neanche la vetrina, prigioniera di una grata metallica infestata dalla ruggine e oscurata da una veneziana in disarmo. Dentro, in quel «nero antro funesto», come lo chiamava il poeta, non si vede neanche una luce.

Cade tutto a pezzi, dentro. Il pavimento sembra esploso, come se fosse scoppiata una bomba. Le assi del parquet, che hanno quel colore marrone dei tinelli di una volta, sono saltate in aria, sbalzate fuori dalla loro sede dove per un secolo avevano dormito ordinate, bene allineate, educatamente calpestate. Adesso giacciono qua e là, alla rinfusa, una sopra l’altra, una contro l’altra.

È difficile camminare, per colpa loro, fino in fondo a questo budello, lungo e tortuoso come un intestino, soffitti alti, colonne panciute, scaffali fino in cima a coprire interamente le pareti, colmi di libri vecchi, impolverati e misteriosi. Anche i grandi scaffali di legno si sono imbizzarriti. Come esplosi, anche loro, sono franati, si sono accartocciati, piegati, appoggiati uno contro l’altro, come per tenersi, pure sghembi, ancora in piedi.

D’improvviso, nel disastro, spunta il profilo magro di un uomo lungo con la faccia da Geppetto. No, non era nascosto dentro. Stava fuori, davanti, in strada, a prender aria. È entrato solo quando ha visto che qualcuno era entrato. «Tanto non viene più nessuno – mormora e scuote la testa – sono giorni che non vendo un libro. Un giorno chiudo e che sia finita. Non posso più tirare avanti così. Non ne posso davvero più».

Ha settantaquattro anni ed è sconsolato, più rassegnato che arrabbiato, Mario Cerne, il padrone della Libreria Antiquaria Umberto Saba di via San Nicolò, nel cuore di Trieste. Tira la carretta, tutto solo, dal 1981, da quando se ne andò Carletto, suo padre, che in quella libreria ci aveva lavorato una vita, assunto come commesso quando aveva solo diciassette anni da Umberto Saba in persona, poi diventato suo socio e infine proprietario dopo la morte del poeta.

Sta andando in rovina la libreria di Umberto Saba. Che non è importante solo perché è intitolata al poeta, ed è un pezzo di storia della città, ma perché era proprio la libreria di proprietà del poeta, dove Saba vendeva libri, lavorava, scriveva, discuteva, incontrava amici, e dove trascorse una quarantina d’anni, fino alla sua morte.

Tutto cominciò una mattina del 1919, quando Saba, che in realtà si chiamava Umberto Poli (Trieste 1883 – Gorizia 1957), passando per via San Nicolò notò per la prima volta «quell’antro oscuro». «Pensai – scrisse – se il mio destino fosse di passare là dentro la mia vita, quale tristezza. Era – senza che io ancora lo sapessi – un monito o un presagio. Pochi giorni dopo infatti l’acquistai dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Maylàender. L’acquistai con l’intenzione di buttare nell’Adriatico tutti quei vecchi libri che conteneva, e rivenderla vuota a un prezzo maggiore. Ma dopo pochi giorni, non ebbi più il coraggio di attuare il primo progetto: quei vecchi libri – nessuno dei quali m’interessava per il suo contenuto – mi avevano incantato. Cercavo anche una sistemazione per la mia vita».

Saba iniziò così la sua attività di libraio il primo di ottobre del 1919, e la sua Libreria Antica e Moderna, così l’aveva chiamata, gli consentì di raggiungere una modesta ma decorosa indipendenza economica che gli permise di dedicarsi senza troppi affanni alla poesia. Fu proprio con il marchio editoriale della libreria che Saba nel 1921 pubblicò a sue spese Il Canzoniere. La libreria divenne altresì un luogo di incontro di artisti e scrittori, dove potevi incontrare personaggi come Italo Svevo, che passava quasi tutte le sere prima dell’ora di chiusura, Levi, Comisso, Stuparich, Giotti.

Mi piacerebbe, adesso che sono vecchio – scrisse – dipingere con tranquilla innocenza il mondo meraviglioso. E, fra le altre cose, la mia oscura bottega di via San Nicolò 30 a Trieste, quella che, quando l’amava e passava volentieri fra le sue pareti le sue ore d’ozio, il mio amico Nello Stock chiamava, non senza qualche ragione, la bottega dei miracoli».

Ma la «bottega» di Saba, pur ricca di libri antichi e rarissimi (tra cui la bizzarria di una Divina Commedia scritta a mano su di un unico foglio in caratteri piccolissimi!), di stampe, giornali, carte geografiche, cartoline e manifesti, di miracoli non ne fa più. «La cultura va a rotoli, e i libri non interessano più a nessuno», brontola Cerne.

Per salvarla, l’ottobre dell’anno scorso la Regione Friuli – Venezia Giulia ha siglato un accordo per la «tutela e valorizzazione» della libreria, che lo Stato italiano ha vincolato come «studio d’artista». Erano stati promessi novantamila euro di fondi ministeriali per restaurare i beni immobili e cartacei. «Ma non è successo nulla – dice Cerne – i soldi non sono arrivati, non ho più visto né sentito nessuno. E ora non credo più a niente. Sarà l’aria del posto, ma sono anche diventato scorbutico. Proprio come Saba».

Qualcosa però, timidamente, comincia a muoversi. Alcuni giovani, mandati dalla Regione, hanno iniziato a ripulire gli scaffali, a spolverare e a catalogare i libri. Forse non è troppo tardi per salvare l’antro del poeta.

Alcune immagini della libreria di Saba in un video di You Tube

Agosto, 2014

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