Carcerati

Carcerati

Che le carceri in Italia rappresentino un problema, sotto molti e diversi punti di vista, lo si sente dire da decenni. E se ogni tanto c’è qualcuno che misteriosamente se ne ricorda, e a sorpresa torna a tirare fuori l’argomento, vuol dire, evidentemente, che il problema esiste davvero.

Giovanni Battista Piranesi, Le Carceri d'Invenzione (1761, tavola VII Il Ponte Levatoio; fonte wikimedia).

Se è così, allora forse si poteva evitare che si svegliasse l’Unione Europea, con tutto quello che ha da fare, e ci tirasse le orecchie sulla questione, accusandoci di violazione dei diritti umani e addirittura di torture nei confronti dei troppi detenuti nelle nostre prigioni, che sono notoriamente vecchie, fatiscenti e perennemente sovraffollate. (Tra parentesi, chissà se la Ue è andata a vedere anche come sono le carceri in Romania).

Comunque, un Paese civile, un Paese normale, avrebbe dovuto già da tempo affrontare il problema e, in qualche modo, risolverlo. Costruendo nuove carceri, se davvero ce n’era il bisogno, o ristrutturando quelle vecchie, o più probabilmente trovando i modi per accorciare i tempi della giustizia e dei processi, se è vero, come molti dicono, che la maggior parte dei detenuti è in attesa di giudizio.

Invece, a dispetto degli allarmi che di tanto in tanto da qualche parte vengono lanciati, non si è fatto nulla, e soprattutto si continua a non fare nulla. Salvo lanciare periodicamente l’idea, specie quando la misura appare colma, di un altro indulto o di un’ennesima amnistia. Che è il modo peggiore per affrontare il problema.

Perché è nient’altro che una resa. Una dichiarazione di impotenza e di sconfitta. Oltre che un pessimo modo di amministrare la giustizia, regalando un’anticipata e immeritata libertà a criminali e delinquenti di ogni risma, in un Paese dove la criminalità è in aumento, dove la certezza della pena non esiste, dove gli assassini tornano troppo presto in libertà e quasi mai scontano gli anni che sono stati loro inflitti da tribunali spesso molto (troppo) magnanimi.

Già per questi motivi suona stonato, molto stonato, l’invito perentorio che Giorgio Napolitano ha rivolto al Parlamento affinché intervenga sul problema carcerario attraverso l’indulto o l’amnistia.

Un invito stonato due volte. Perché, come detto, sarebbe solo un palliativo che non risolve il problema. E perché fatto in questo momento puzza come un pesce morto. Perché fa pensare immediatamente — e non può non farlo pensare — che in realtà si tratti dell’ennesimo salvacondotto per evitare a Papi Silvio Berlusconi la gogna degli arresti domiciliari o dei servizi sociali. Cioè il minimo, ma proprio il minimo, di quello che si merita.

Ha un bel dire Napolitano che non è al Papi che pensava quando ha proposto l’atto di clemenza. È difficile crederlo. Ma ammettiamo pure che sia così: il pasticcio, in ogni caso, sarebbe ancora più imbarazzante. Perché metterebbe il Parlamento in una grave difficoltà e in un gravissimo imbarazzo.

Difatti avrebbe davanti a sé solo due strade, entrambe obbligate, entrambe deleterie: estendere l’amnistia o l’indulto anche a quel reato per cui Papi Silvio è stato condannato (frode fiscale) e quindi salvarlo da ogni pena, commettendo un’ingiustizia colossale e sollevando un vespaio di polemiche. O escludere la frode fiscale dall’amnistia o dall’indulto, mandando Papi Silvio agli arresti, e dando quindi l’impressione di avercela con lui e solo con lui, spezzando in due il Paese, creando nuove e pericolose tensioni.

Comunque la si guardi, è una mossa maldestra, stonata e fuori tempo quella di Napolitano: profondamente sbagliata e assolutamente pericolosa. Meglio sarebbe stato che la vicenda di Papi Silvio avesse seguito il corso naturale degli eventi, con l’inevitabile decadenza da parlamentare, e l’altrettanto inevitabile condanna, come qualsiasi altro condannato, agli arresti domiciliari o ai servizi sociali. Senza scorciatoie, furbizie, vie di scampo, finte amnistie o indulti ad personam mascherati.

Nella comunità dell’amicone Don Mazzi, tra l’altro, lo aspetta il vecchio sodale Lele Mora. «Per pulire assieme i cessi», ha detto con la consueta eleganza l’ineffabile Lelito. ★

Ottobre, 2013