Casanova, il manoscritto della «Histoire de ma vie» in mostra a Parigi

Casanova, il manoscritto
della «Histoire de ma vie»
in mostra a Parigi

Ma sarà davvero quello autentico ?

Roberto Bianchin

Un'avventura rocambolesca: è stato acquistato in Germania dalla Biblioteca Nazionale di Francia per 7,25 milioni di euro donati da un misterioso mecenate rimasto anonimo

Prima pagina del manoscritto dell'Histoire de ma vie (da Téléramahors)

PARIGI – Quel suo nasone spunta dappertutto. Lo vedi nei manifesti affissi ai muri, sulle fiancate degli autobus, nel metrò, nei dépliant sui banconi dei bistrot, sulle copertine delle riviste, dei libri, nei musei, nelle biblioteche, quando accendi la tivù. Fa uno strano effetto vedere Parigi tappezzata dalla faccia di Casanova. Trovarne tracce ovunque in una città che non è la sua quando si fatica a trovarne una nella città che fu la sua. È come se i francesi, a corto di miti e di eroi, se ne fossero impossessati. Come l’avessero adottato. Naturalizzato. Curioso, e un po’ urticante, vedere come il veneziano più famoso del mondo insieme a Marco Polo, sia diventato francese a duecento e tredici anni dalla morte.

È che i francesi una ragione ce l’hanno. Ed è una buona ragione. Buonissima. Perché nel 2010 si sono accaparrati, in modo rocambolesco e anche un po’ misterioso, le 3.700 pagine del manoscritto originale, scritto in francese, del capolavoro di Casanova, la «Histoire de ma vie», e adesso l’hanno esposto in una grande mostra, «Casanova, la passion de la liberté», aperta fino al 19 febbraio (ingresso 7 euro) nelle sale della monumentale Bibliothèque National de France in faccia alla Senna.

Dà una certa emozione soffermarsi a guardare quei fogli, che erano custoditi in dodici grandi scatole numerate, foderate di tela nera, e adesso sono bene allineati — certo non tutti, ma un’ampia selezione — nelle bacheche di vetro antisfondamento che si snodano per le dieci sale della mostra trasformate in altrettante tappe dell’avventura casanoviana.

Sono fogli grandi, rettangolari, di carta elegante e robusta, senza righe, ingialliti dal tempo ma ben conservati. La scrittura, in inchiostro nero, è minuta e regolare, con svolazzi leggiadri nelle maiuscole, specialmente nelle L, e in alcune minuscole, come nelle d. Le righe sono precise, distanziate tra loro quasi geometricamente, con un andamento leggermente obliquo, che tende ad innalzarsi verso il bordo destro della pagina. Ogni tanto, qualche macchia di inchiostro, e qualche macchia scura, come di caffè, e segni tondi, di bruciatura, come di brace di sigaretta caduta. Alcune date e alcuni nomi, di persona o di città, sono qua e là sottolineati, come volessero servire da indicazione per una pubblicazione che non ebbe mai la gioia di vedere.

Quello che sorprende sono le correzioni. Poche, molto poche, trattandosi di un manoscritto. Solo in alcune pagine le cancellature coprono alcune righe, come all’inizio del capitolo IV, foglio numero 171, quando cancella furiosamente le prime cinque righe del suo arrivo a Parigi, nel 1757, quando «decide di fare fortuna». La sostanziale assenza di correzioni fa pensare, sempre ammesso che questo sia davvero il manoscritto originale, come sostengono i francesi, che non si tratti di una prima stesura, ma piuttosto della riscrittura in bella copia di un’altra precedente versione. Nella stessa mostra infatti compaiono anche alcune pagine, sempre manoscritte, di un’altra versione della «Histoire», intitolata «Storia della mia esistenza» e custodita negli archivi di Praga. Diversa, nella versione francese, anche la prefazione. Quella in mostra, annotano i critici, è «più vivace e meno filosofica» di quella praghese.

Casanova scrisse la «Histoire» negli ultimi anni della sua vita, quand’era bibliotecario del conte di Waldstein nel castello di Dux, in Boemia. Cominciò a scriverla nel 1789, si interruppe nel 1792, poi la riprese e la corresse più volte, fino al 1798, l’anno della sua morte. Non si separò mai da quel testo, non trovò mai un editore. Il manoscritto andò ad un suo nipote, Carlo Angiolini. I suoi figli, nel 1821, lo vendettero a un editore tedesco, Friedrich Arnold Brockhaus. E uscì una prima edizione, non integrale, del libro, subito seguita da un’edizione francese pirata, e da un’altra in francese, ma purgata, dell’editore tedesco. Poi molte altre versioni, vere e fasulle, dicono che nel mondo se ne contino la bellezza di cinquecento, tutte uguali ma diverse. Bisognerà attendere fino al 1960 per leggere, sempre da Brockhaus, la versione integrale tratta dal manoscritto ritenuto originale, e poi riportata alla luce nel 1993 dai tre volumi della collezione Bouquins. L’anno prossimo l’editore francese Gallimard riproporrà la versione integrale, quella del manoscritto attualmente in mostra.

Fin qui la storia. Che si colora di mistero l’anno scorso quando gli eredi dell’editore Brockhaus, che avevano conservato il manoscritto originale fin dal 1821, salvandolo dai bombardamenti dell’ultima guerra, decidono di venderlo, e si rivolgono al presidente della Biblioteca nazionale di Francia Bruno Racine. Ma il prezzo che chiedono è troppo elevato per le casse francesi. È a questo punto che, secondo quanto racconta lo stesso Racine, entra in scena un misterioso e anonimo benefattore, «un generoso mecenate», lo definisce, che senza battere ciglio mette i soldi, 7,25 milioni di euro, necessari per acquisire alla biblioteca «il manoscritto più caro della storia», che i francesi si affrettano subito a dichiarare ufficialmente «tesoro nazionale».

Intorno alle pagine del manoscritto, chiaramente poco spettacolari se non per gli appassionati, i furbi francesi hanno allestito una mostra accattivante e birichina, molto didascalica, dividendo in facili periodi la vita di Casanova. Il risultato è un bignami casanoviano elementare e fanciullesco e non sempre di ottimo gusto. Come quando in ogni sala allestiscono una sorta di teatrino di cartapesta grande come una parete, alla moda dei diorami del tempo, con figurine e silhouette che vorrebbero rappresentare l’epoca di Casanova e il suo mondo. Allora lo si vede scendere dalla facciata di Palazzo Ducale nella celebre fuga dai Piombi, come si vedono suonatori e danzatori sfilare sotto al ponte di Rialto, e immagini proiettate di vezzose cortigiane luminose roteare sopra una tavola imbandita.

Tra le altre cose in mostra, alcuni pregevoli quadri del ‘700 veneziano, da Canaletto a Tiepolo, da Guardi a Longhi al Bella, che arrivano per la maggior parte dalle collezioni veneziane del Museo Correr, di Ca’ Rezzonico, della Fondazione Querini Stampalia, altri manoscritti di Casanova, libri, stampe, dipinti, una selezione dei film che gli sono stati dedicati e dei suoi giochi preferiti, dagli scacchi alle carte, ai tarocchi. Non mancano meravigliose bizzarrie come alcune delle sue idee più stravaganti per costruire serre e scavare canali, e persino per aprire una improbabile fabbrica di sapone a Varsavia.

Nell’insieme, la mostra ha un grande merito di fondo: quello di non indugiare più di tanto sull’immagine stereotipata del Casanova avventuriero e seduttore, ma di accendere i riflettori sul Casanova meno conosciuto: il Casanova scrittore. Un grande scrittore. Il primo vero grande scrittore europeo. «Uno dei più grandi scrittori francesi», lo battezzano, scoprendolo soltanto adesso, gli arroganti critici parigini. No, messieurs. Venitien. Pas français. Venitien.

Dicembre, 2011

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Altre immagini: 

Copertina di Téléramahors - série dedicata a Casanova
Ritratto di Giacomo Casanova
Chroniques de la Bibliothèque nationale de France
Antoine de Baecque, Chroniques de la Bibliothèque nationale de France
Carte da gioco disegnate da Paul-Emile Bécat, 1960 (da Téléramahors)