Certe domeniche verso le tre del pomeriggio

Certe domeniche verso
le tre del pomeriggio

La scomparsa di Filippo Aziz Azimonti

Certe domeniche verso le tre del pomeriggio, quando cominciava il lavoro nella redazione milanese di Repubblica in via De Alessandri, metteva su il disco coi cori dell'armata rossa, alzava al massimo il volume e diceva: «E adesso vediamo chi ha il coraggio di farsi avanti». Era uno scherzo naturalmente, rivolto ai colleghi giornalisti, più e meno giovani, che di lì a poco si sarebbero presentati nel suo ufficio, l'ufficio centrale della redazione.

Filippo Azimonti (fonte repubblica.it).

MILANO (r.b.) – Un deterrente, un antidoto, per tutti quelli che gli avrebbero fatto le più strampalate – o le più sagge, a seconda – proposte di servizi, turbando la quiete di un sonnolento pomeriggio festivo che si sperava si dipanasse tranquillo, senza troppi avvenimenti da prima pagina che avrebbero richiesto sforzi eccessivi.

In realtà, scherzi a parte, amava buttarsi a capofitto nei grandi eventi per il piacere di organizzarli al meglio, col suo intuito da giornalista di razza, Filippo Azimonti, milanese, a lungo capocronista e vicecaporedattore di Repubblica a Milano, nonché voce della rassegna stampa di Radio Popolare, scomparso a soli sessantadue anni. L’avevano mandato in pensione troppo presto, quattro anni fa, per colpa di uno stato di crisi crudele, insieme a un’ottantina di colleghi, quando di anni ne aveva appena cinquantotto, e avrebbe ancora potuto dare qualcosa. Forse anche molto, se magari qualcuno avesse pensato di fargli dirigere qualcosa. Peccato.

Già, perché Filippo, ma nessuno lo chiamava Filippo, tantomeno Pippo, no lui era Azi, Azimut, Aziz, ma anche l’imam buono, e soprattutto, per gli intimi,«lo zio» per i suoi modi vecchio stampo, affettuosi e gentili, era un formidabile organizzatore di giornali. Un uomo di macchina come pochi. Rapido, intuitivo, colto e sensibile. E con qualche marcia in più rispetto agli altri: la simpatia, l’umanità, la bontà, e una dolcissima ironia. Mai una parola cattiva verso qualcuno, nemmeno quando ne avrebbe avuto più di un motivo.

Piuttosto una battuta per stemperare il clima. Sugli orsi, per esempio, una sua grande passione. Aveva un cappello con le orecchie da orso sulla scrivania, e gli piacevano le storie di animali, specie le più bizzarre. Io e i lemuri era il suo libro preferito, diceva un po’ per scherzo e un po’ sul serio. Era il racconto di una spedizione in Madagascar di Gerald Durrell negli anni Ottanta. Ma gli piacevano anche il cinema, la storia, le grandi battaglie, i sapori forti, i cibi robusti, gli aperitivi ben shakerati e – sempre sul filo dell’ironia – i marinai russi quando si baciavano sulla bocca restando veri uomini però, come cantava Dalla.

Politicamente era un eretico di sinistra dai gusti raffinati e un pochino stravaganti. Ammirava il socialista Riccardo Lombardi come il democristiano Bruno Tabacci, ma aveva un’autentica venerazione per la pasionaria sudtirolese Eva Klotz. Sull’armadio dietro la scrivania aveva attaccato un manifesto elettorale con una dedica che gli aveva fatto la bionda Eva. A fianco, lei gli aveva disegnato un cuoricino.

Tutti i giorni alle quattordici in punto, per dieci anni, dal 2000 al 2010, abbiamo «mangiato una cazzata» al Bar Verga, come amava dire un altro amico e collega come Guido Passalacqua. Per ricordarlo, andavamo ancora adesso a cena al Matarel, che era il suo posto preferito, con Fabio e con Fabrizio.

L’ultima volta fu prima di Natale. Nessuna tristezza, come sempre. Abbiamo scherzato, riso, bevuto, raccontato storie, detto idiozie e fatto persino progetti. Non eravamo ancora pronti per partire. Dai, zio, basta scherzi. Ripensaci. Rimettiti il berretto con le orecchie da orso e torna indietro. Il nostro tavolo, quello di angolo, è sempre là. ★

Gennaio, 2015