Chapiteaux serenissimi

Chapiteaux serenissimi

Quando gli elefanti
marciarono su Venezia

Valeria Bolgan

Era il tardo pomeriggio del 19 luglio 1954. La stazione di Santa Lucia si preparava ad accogliere un treno speciale, di quelli che la memoria di nessuno, forse, osava ricordare. I passeggeri delle carrozze parlavano una lingua d’altri tempi o forse parlavano un’altra lingua e basta, fatta di ruggiti e pachidermi che salutavano i veneziani sventolando le proboscidi dai finestroni.

Il Circo Togni a Venezia, luglio 1954.

Per la prima volta il centro storico della città lagunare avrebbe ospitato uno spettacolo con la S maiuscola, che andava oltre il teatro di tradizione, che oltrepassava quella risata ad arte che il cinema aveva insegnato tramite i nomi immortali del calibro di Charlot, che enfatizzava il varietà fino ad allora tanto ammirato. Eppure non era teatro, né cinema, né avanspettacolo. Non era palcoscenico musicale anche se quelle pareti avevano conosciuto i miti canori e sportivi dell’epoca.

Erano tutti lì, i veneziani, ad attendere l’arrivo di una sorpresa che prometteva di brillare non soltanto di lustrini dando vita ad un evento da destinare alla storia. Tra i vagoni di quel treno la historia più antica del circo italiano. Semplici vagoni, quelli, non lo erano mai stati. Acrobati che sapevano sfidare le leggi della fisica e vincerle, giocolieri che hanno scardinato quelle della dinamica, funamboli che avevano sancito segretissimi patti con la gravità in persona, clown figli di una scuola comica prestigiosa nel nome di Ercole, il vecchio Tete, e tutta la severa tradizione della più rigorosa e leggendaria dinastia di domatori italiani: i Togni.

Una cinquantina di artisti divisi per specialità e uniti da una passione che poi, in fondo, è la Vita per chi sceglie la pista come sentiero su cui passeggiare: erano loro l’anima del Circo Togni, quello che aveva ottenuto il prestigioso titolo di Nazionale da Vittorio Emanuele III. La bandiera italiana nomade per definizione da vantare nelle tournée europee.

Un universo intero, storicamente viaggiante, fascinoso per definizione, custodito all’interno di uno scrigno di tela verde. Accarezzato dal silenzio ovattato di una notte da poco iniziata la grande famiglia del circo lavorò per ore silenziosa, abbigliata con quel misterioso fascino ancestrale da sfiorare l’eterno tipico dei viaggianti.

La mattina seguente, il 20 luglio, il popolo dei fermi trovò eretto in Campo S. Polo il grande Circo Nazionale Togni con poltroncine, pista rigorosamente di segatura, attrezzi ai limiti della follia, quelli che rendono possibile alle sapienti abilità dei circensi ciò che normalmente sarebbe impossibile ai più. E come la più antica tradizione voleva, non mancò nemmeno la parata fatta di artisti e animali ad annunciare le prodezze di uno spettacolo d’altri tempi.

Tra le calli che respiravano i fasti artistici della Serenissima Repubblica, a capitanare la sfilata di sinuosi arabi e bianchi di Lipizza, eleganti pachidermi, leoni e tigri del Bengala, lui, principe sovrano dei felini, la leggenda Darix, erede universale di un’arte senza tempo nel cuore vivo di uno chapiteau.

Il fatto stesso di vedere nella città galleggiante tigri, cavalli, elefanti in piramide sul ponte degli Scalzi, cammelli a San Marco era cosa davvero insolita, anche se nell’agosto del 1910 a Sant’Elena sbarcò il colosso tedesco Krone e nel febbraio 1954 lo stesso teutonico, in sosta a Mestre, sfilava tra le calli: se a tutto ciò si aggiunge, però, una riflessione sul soggetto in questione, la rarità di un circo a Venezia si assottiglia ulteriormente sfiorando il concetto di unicità. Già l’estate del ’54 fu la prima e unica lagunare da centro storico in tutta la storia dei Togni, per uno spettacolo tradizionalmente inteso.

A memoria d’uomo attualmente vivente, non esista nulla di simile da poter raccontare. Nemmeno i pubblici più profani, che si sono lasciati coinvolgere dal fascino di un universo così strano, possano mancare le parole per descrivere uno spettacolo che andava ben al di là di un formato performativo comune. Il Circo Togni di quell’estate prevedeva un programma che farebbe invidia perfino a qualche contemporaneo. Se fossimo noi a sfilare, ora, tra quegli artisti, riconosceremmo non solo dei nomi, ma forse le migliori famiglie internazionali suddivise per specialità.

E allora, ecco i numeri più classici succedersi sopra ad una pista di segatura: i trapezi oscillanti del Duo Loredani, i numeri di alto equilibrismo dei fratelli Martini, le performance alle pertiche libere e il funambolismo per non tradire la prima delle tre anime di un circo che si rispetti: l’acrobazia. La seconda, che fa capo alla clownerie, ossia alla capacità di ridere sulle serie performance presentate, offriva un cast di tutto rispetto. Vi era il Trio Cavallini (Luigi Cavallini, Pietro e Peppino Balaguer), come intrattenimento tra un numero e l’altro a rivisitare le classiche gag, ed erano tra i gruppi di comici cosiddetti cassettoni, tra i più rinomati, menzionati dallo storico Cervellati, accanto al celebre trio Fratellini. Accanto ad essi la figura di Wioris Togni, fratello di Darix e figlio di Ercole, augusto di rinomato e indiscusso prestigio. Come il padre, anche Wioris, tra le numerose specialità di cui era padrone, non tradiva nemmeno l’arte della comicità più popolare.

La terza anima del circo è quella equestre, che lo ricollega alle origini più antiche e primordiali. L’utilizzo del cavallo, venne affidato a due numeri. Il primo faceva capo a Dolly Togni, altra figlia di Ercole, splendida cavallerizza, nei numeri di cavalli in libertà. Il secondo con i bianchi di Lipizza in alta scuola faceva capo alla celebre dinastia dei Carrè. L’alta scuola è una disciplina nata alla fine dell’ottocento e rispettata, ricercata, raffinata dalle più rigorose dinastie di sempre nel mondo. Al Circo Nazionale di Darix Albert e la moglie Violette Carrè presentarono un numero di estrema eleganza.

Ma il cavallo non fu certo il solo animale presente in un circo che vantava uno degli zoo viaggianti più vasti d’Europa. Scimpanzé, cammelli, cani, ma soprattutto elefanti e felini. I pachidermi che salutarono la città dal ponte degli Scalzi avevano un papà prestigioso. Si chiamava Ugo Miletti e in pochi se lo ricordano oggi come valente domatore di elefanti. I più se lo immaginano a testa in giù, come uno dei tre porteur della troupe di trapezisti nota come Gli Angeli Volanti, accanto ad altri sei Togni, tra i quali Cesare, Oscar, Wioris e lo stesso Darix. Quest’ultimo, infine, fu, dello spettacolo veneziano, l’attrattiva maggiore, forse. O forse il nome leggendario aveva giocato la sua buona parte, certo è che l’immagine colossale, selvaggia di Darix in abito da gladiatore tra dieci esemplari di tigri del Bengala e sei leoni reali, non deve essere stata un’immagine facilmente dimenticabile.

Darix, la leggenda tra i felini, divenuto domatore per caso, in cinque giorni, nel settembre del 1946 fu il solo esempio umano ad entrare nell’universo felino con la stessa eleganza di gesto, con cui affrontava la vita. Venezia fu da sempre una meta per lui e vi riuscì, proprio in quell’estate del 1954, quando, per ringraziare un pubblico tanto affettuoso, decise di proporre un numero fuori programma, forse non sapendo che quella prima veneziana, avrebbe dato i natali di una carriera senza tempo al suo erede più prezioso: il primogenito Livio. A soli 4 anni, nella città lagunare, accanto a papà Darix. ★

Gennaio, 2013

Media collegati: 

Il circo Togni a Venezia negli anni '50 filmato 8 mm realizzato dal prof. Alviano Boaga.

Altre immagini: 

Il Circo Togni a Venezia, luglio 1954.
Il Circo Togni a Venezia, luglio 1954.
Il Circo Togni a Venezia, luglio 1954.