Chi ha paura di Syriza

Chi ha paura di Syriza

Roberto Bianchin

Nessuna paura di Syriza. Anzi, sia benvenuto le temps de Syriza, come titola scherzosamente il quotidiano francese Liberation con un gioco di parole riferito a una celebre canzone di Juliette Greco, Le temps des cerises. È solo un partito politico che segue le regole della democrazia. Un partito di sinistra radicale, lo definiscono, distinguendo un po' capziosamente tra sinistra moderata (più rassicurante), e sinistra radicale, pericolosissima invece secondo alcuni.

Syriza trionfa ma per due seggi non ha la maggioranza assoluta.

In realtà Syriza, il partito greco di Alexis Tsipras, l’unica novità di rilievo nel panorama politico europeo degli ultimi vent’anni insieme agli spagnoli di Podemos di Pablo Iglesias (no, non è il cantante, quello era Julio), è solo un partito di sinistra. Sinistra punto. Appunto. Un partito che ha come obiettivo principale quello di alleviare il pesantissimo debito greco, e di ridare ai poveri l’accesso all’assistenza sanitaria e all’energia elettrica. Forse per questo fa tanta paura.

È un partito tremendamente normale, guidato da un giovane leader appena quarantenne (e anche questo non guasta), con alcune idee chiare. Non è un partito comunista né un partito fascista. Non è un partito di fanatici né di fondamentalisti. Non è un partito dell’odio né dell’intolleranza. Al contrario. E non è nemmeno un partito anti-europeista. Di uscire dall’Europa e dall’euro, come sostengono alcuni detrattori, non ci pensa nemmeno. Vuole solo rinegoziare con l’Unione Europea, e con i metodi della dialettica democratica, alcune condizioni capestro per il suo Paese. Cosa che è nel suo pieno diritto. Ma anche questo fa paura.

Il governo tedesco, con una ingerenza fastidiosa, ha tentato in vari modi di convincere i greci a non votare Syriza, proprio perché Tsipras aveva annunciato di voler rinegoziare i termini del prestito di Ue, Fmi e Bce alla Grecia, nel timore che altri Paesi possano seguirne l’esempio, con conseguenze complicate per il governo del vecchio continente. I greci, in realtà, hanno ottimi motivi per chiedere di cambiare il modo in cui è stata gestita la crisi, dal momento che il programma imposto al loro Paese dall’Unione Europea è fallito su tutta la linea. Lo spiega bene proprio un autorevole commentatore tedesco, come Harald Schumann, dalle colonne dell’autorevole giornale Der Tagesspiegel.

«I tagli alla spesa pubblica e l’aumento delle tasse sono stati sproporzionati – scrive – l’economia greca si è contratta di un quarto e rispetto al 2010 il debito pubblico è passato dal 127 al 170 per cento del pil. Perfino il fondo monetario internazionale ha ammesso che questa politica è stata un errore. A questo si è aggiunta una catastrofe sociale e sanitaria. La disoccupazione colpisce un quarto della popolazione attiva e tre milioni di persone non hanno più accesso al sistema sanitario”. In queste condizioni, sostiene Schumann, «è cinico chiedere ai greci di seguire la politica di riforme senza offrire niente in cambio. I governi della zona euro, soprattutto quello tedesco, dovrebbero assumersi le loro responsabilità».

Infatti, sempre secondo il Tagesspiegel, ripreso in Italia da Internazionale, sono state proprio le banche tedesche a concedere miliardi di euro di prestiti all’irresponsabile governo di Atene, per poi essere indennizzate con le garanzie degli altri Paesi europei. E sono stati i produttori di armi e le imprese edili tedesche e francesi «a ottenere con la corruzione gli assurdi contratti che hanno trascinato la Grecia nel baratro». Questo, i greci che hanno scelto Syriza, l’hanno capito benissimo.★

Gennaio, 2015