Comici

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Roberto Bianchin

Il fatto più sorprendente delle elezioni italiane – per alcuni il più interessante, per altri il più sconveniente - è che Beppe Grillo abbia preso il 25 per cento dei voti. Che significa che un italiano su quattro ha scelto un comico come presidente del consiglio.

Che significa che un quarto dei cittadini italiani (maggiorenni, aventi diritto al voto e si presume più o meno nel pieno possesso delle loro facoltà mentali) ha espresso il desiderio di essere governato da un comico. Che significa che il primo partito italiano, in molte regioni di questo paese, è il partito di un comico.

Questo senza nemmeno porsi il problema che Grillo non può neanche entrare in Parlamento (difatti personalmente non era nemmeno candidato) dal momento che ha sulle spalle una condanna definitiva per omicidio colposo a un anno e due mesi di carcere (vedi Il Lunedì della scorsa settimana). Senza nemmeno porsi il problema di conoscere cosa c’è dentro il suo programma. Senza nemmeno porsi il problema di conoscere chi sono i suoi candidati che a parecchie decine entreranno nei due rami del Parlamento. Senza nemmeno porsi il problema che i suoi onorevoli e i suoi senatori non sanno assolutamente nulla di Camera e Senato. Senza nemmeno porsi il problema di sapere se e con chi eventualmente stringerà alleanze. Senza nemmeno porsi il problema di capire se strizzerà l’occhiolino alla destra, alla sinistra, al centro, oppure a nessuno. Senza nemmeno porsi il problema se uscirà dalla vecchia Europa e se tornerà alla vecchia lira.

Insomma, l’hanno votato senza sapere un accidenti. Senza capire un accidenti. E’ bastato sapere che era un comico, che li faceva ridere, e che mandava tutti, destra e sinistra, a quel paese. Questo sì che l’hanno capito subito. Vaffanculo. Almeno uno che parla chiaro e gliele canta. E giustamente l’hanno premiato. Ma è il comico che ha prevalso.

Guardate la figuraccia che ha fatto Mario Monti, affondato senza pietà. Logico. Monti non è affatto comico. Tutt’altro. Monti, solo a guardarlo, mette addosso una tristezza infinita. Come il suo loden. E quando arrischia una battuta, le sue barzellettine sembrano quelle del mitico Don Pezzotta di un arboriano Alto Gradimento di tanti anni fa: mettono i brividi da quanto sono squallide.

Anche Pierluigi Bersani, che non ha vinto largo come sperava, non è un granché come comico, anche se aveva capito da che parte andava il vento e ci aveva provato, lodevolmente, con quella storiellina del giaguaro da smacchiare.

No, la stella polare del comico Grillo è un’altra. E’ quella di un altro comico, che è più bravo di lui, che era venuto prima di lui nei gradimenti degli italiani, e che comunque ha fatto un altro miracolo a queste elezioni, resuscitando un partito che tutti davano per spacciato solo due mesi fa, insidiando la vittoria di Bersani fino all’ultimo. Si tratta di un altro grandissimo comico, uno ancora più grande di Grillo: Papi Silvio Berlusconi. Perché se Grillo è un comico, lui è il capocomico di tutti i comici. E’ solo così che si spiega la straordinaria performance grillina: agli italiani i comici piacciono da impazzire, ed è da loro che vogliono farsi sodomizzare. E’ da 18 anni che continuano a votare nel Papi il maggiore dei nostri capocomici. E da quanto si vede, non hanno alcuna intenzione di smettere.

Fateci caso: sommando i voti di Grillo e di Berlusconi, si ottiene che più della metà degli italiani vota per un comico. Papi & Grillo, una coppia di comici perfetti per Zelig, incarnano superbamente l’Italia di oggi. Sono lo specchio, finalmente, del paese reale. Loro sono la maggioranza di noi. Per completare l’opera, bisognerebbe candidare al Quirinale, se fosse ancora vivo, il Principe Antonio De Curtis in arte Totò. Pippo Franco, in ogni caso, è ancora vivo (ed è anche amico del Papi).

Perché la comicità, in fondo, è una cosa maledettamente seria. E l’Italia, in fondo, è un paese maledettamente comico.

Febbraio, 2013