Contronatura

Contronatura

Nessuna sorpresa, in fondo. Era apparso chiaro subito, dai risultati del voto, che non c’erano i numeri per fare alcun governo.

E si capiva anche chiaramente che i tre partiti che avevano ottenuto più voti, il Pd, il Pdl e le Cinque Stelle, esprimevano posizioni troppo distanti e differenti per pensare che si potessero mettere assieme anche soltanto su pochi punti di un programma di emergenza. Proprio come si vede in questi giorni. Giusto così, in fondo. Alleanze contronatura fra troppo diversi non portano da nessuna parte.

Ma il problema dell’ingovernabilità italiana, che preoccupa non solo noi ma (giustamente) anche l’Europa, ha fatto passare in secondo piano un fatterello non proprio insignificante: che qualcuno, in Italia, le elezioni le ha vinte. Ora sembra, invece, che non le abbia vinte nessuno, e che l’ingovernabilità derivi proprio da questo.

Niente vero. Piaccia o no, le elezioni un partito, il Pd, le ha vinte. Ha vinto alla Camera e ha vinto al Senato. Per pochi voti, ma ha vinto. Nelle democrazie, non dimentichiamolo, basta solo un voto in più per vincere e per governare. In un altro Paese, un Paese normale, diciamo civile, il Pd siederebbe già tranquillamente al governo, avrebbe una maggioranza, e si appresterebbe a governare senza problemi e senza scossoni (salvo tracolli o tradimenti al suo interno) per i prossimi cinque anni.

Solo in Italia è diverso, e accade che chi ha vinto non può governare perché non ha la maggioranza in una delle due Camere (ha più voti ma meno seggi), a causa della pessima (e perfida) legge elettorale in vigore che al Senato assegna un premio di maggioranza su base regionale anziché nazionale com’è per la Camera. Un formidabile trucco escogitato dai leghisti, più forti nelle regioni del Nord, d’intesa con Papi Silvio Berlusconi, sia per lucrare un numero maggiore di parlamentari che per sbarrare la strada a una vittoria del centrosinistra.

Ora è evidente che per uscire dall’impasse non ci sono scorciatoie. I numeri per un governo vero e proprio non ci sono, e le strade per governi di minoranza, di emergenza o di larghe intese sono assolutamente impraticabili (oltre che pericolose), date anche le distanze che separano i tre maggiori partiti.

Non resta che lasciare in carica, in regime di proroga, il governo attuale, per il tempo necessario al nuovo Parlamento – il più breve possibile – di modificare la legge elettorale, se non con il ritorno alle preferenze, almeno in un solo punto: cancellando il premio di maggioranza al Senato. Quindi tornare a votare prima dell’estate. E chi prende un voto in più, che governi. E per i prossimi cinque anni, per favore, si parli d’altro. ★

Marzo, 2013