Crisi di nervi

Crisi di nervi

Luca Colferai

Mentre l'intera nazione è in bilico sulla propria ignavia, il parlamento si dibatte sull'orlo di una crisi: non di governo, di nervi. Gli esempi sono molto interessanti. Da manuale antropologico di psicopatologie sociali e relazionali. Si va dall'orrore dei traditori al deliquio adolescenziale senescente. Andiamo con ordine.

Prima il panico da quinta colonna. Da una parte un fautore della democrazia massimalista (Beppe Grillo) aizza i suoi incazzosi e atrabiliari sostenitori a stanare ed esporre al pubblico ludibrio internautico i pochissimi tra i suoi che osano pensare con la propria testa (che pensino giusto o sbagliato non importa) e preferiscono la politica del dialogo alla cieca crociata fideistica. Dall'altra parte il plutocrate ormai pantofolaio per raggiunti limiti di età e di codice penale (Silvio Papi Berlusconi) sospende la sua spada di Damocle governativa per darsi il tempo di scovare — e presumiamo acquistare prima di espellere — i pochissimi tra i suoi che abbiano il coraggio, o la spudorata sete di pensione parlamentare, di credere che ci siano, nel popolo delle libertà, libertà di pensiero e azione.

Traditori, solo traditori. Lo so: la metafora di una spada di Damocle che viene sospesa è orrenda, ma anche la realtà lo è. Per cui ecco scodellata un'altra orrenda metafora. Questa da catechismo: la pagliuzza nell'occhio. Cioè: il primo (quello con tanti capelli arruffati) predica la democrazia assoluta dal basso all'alto e viceversa e critica di continuo la democrazia degli altri perché la sua è meglio; ma pretende che i parlamentari (i suoi e quelli degli altri) siano degli automi vincolati al mandato del popolo e ai comandi del leader come nei parlamenti delle finte e paralitiche repubbliche comuniste, integraliste, fasciste, o dei cartelli dell'oppio e della cocaina. L'altro (quello con pochi capelli artefatti) si fa araldo della libertà ma intende chiaramente la libertà sua di ordinare ai suoi maggiordomi, camerieri, governanti e istitutrici, di attendere ai suoi di lui propri bisogni (anche personali, se del caso).

Un panorama grettamente autoritario degno delle peggiori autocrazie narcisistiche dei nostri giorni: dal demenziale giovane premier nord-coreano, al muscolare maschissimo zar russo ex agente dei servizi segreti, per metterci dentro anche l'avvelenatore siriano del proprio popolo; così per ricordare in che compagnia si ritrovano. Detto questo ecco ora ed infine il deliquio da tempesta ormonale in piena andropausa.

In questo orwelliano paese in cui le parole vogliono dire il contrario di quello che devono (la democrazia illimitata di Beppe Grillo e il popolo delle libertà di Silvio Papi Berlusconi) gli unici che non si fanno problemi sono i democratici. Adusi a dire all'impronta un po' quello che pare loro meglio — in un'interpretazione liceale della libertà di pensiero e di parola — si arrampicano quotidianamente sugli specchi della catastrofe infarcendo i resoconti politici di gustosissime parodie di lucide (ma forse ludiche) interpretazioni della realtà. Cioè: a furia di dire quello che si pensa si finisce a non pensare più a quello che si dice.

In una sinfonia composita saliamo ai vertici del puntiglio barocco impavesati del difensore della legalità a tutti i costi che per puro capriccio pontifica in denigrazione dell'ovvio; passiamo poi per il basso continuo dell'adesione incontrollata e parossistica dei generali dell'esercito in rotta al nuovo fantoccio pronto al primariato, il ragazzone di princisbecco dalla boccuccia imbronciata e dalla salacità fiorentina che a tratti fraseggia giovanilisticamente; arrivando al crescendo del voto di sbaglio andato in casson* sui favori mancati ai biscazzieri autorizzati.

* Andare in cassòn è termine tecnico del gioco del madrasso; ed indica un grave errore nella risposta al seme delle carte per cui si perde immediatamente la mano e di conseguenza centotrenta punti; per pura coincidenza è anche il cognome del deputato democratico, Felice autore della spassosissima giustificazione del voto di sbaglio. Arrivederci.

Settembre, 2013