Dagli incubi di Gaudì ai fantasmi del Corsaro

Dagli incubi di Gaudì
ai fantasmi del Corsaro

"Il mio folle temerario giro del mondo", II° puntata

Giorgio Bertolizio

Prosegue la demenziale crociera intorno al mondo del medico-scrittore pluripremiato Giorgio Bertolizio (ultimo riconoscimento il prestigioso Premio Nabokov) con la complicità della leggiadra consorte, la celebre modista Vera Storani. Eccoci alla seconda tragica puntata, in esclusiva per "Il Ridotto", de "Il mio folle temerario giro del mondo". Indagando con acutezza e ironia sul passaggio tra mito e realtà sulle orme di Giulio Verne, lo scrittore racconta il suo peregrinare città dopo città con risultati ora esilaranti ora deprimenti. E' uno scellerato diario di bordo sulla scia del famoso "Giornale di Viaggio" scritto da Michel Montaigne, però con abissali differenze. Anzitutto perché Montaigne era Montaigne. E poi perché Bertolizio non ha avuto la sua audace disinvoltura descrivendo dettagliatamente i momenti critici della sua diuresi e delle sue funzioni intestinali. Buon divertimento.

Lo stile di Gaudì a Barcellona (fonte: marcopolo.tv).
Il mare a Cartagena de Indias (fonte: wcifly.com).

BARCELLONA, 8 GENNAIO

Ovviamente non s’intraprende il giro del mondo per visitare Barcellona dove, dall’Italia, è agevole arrivare con mezzi terrestri, marittimi e aerei. Perciò, è inutile descrivere ciò che moltissimi conoscono o possono conoscere facilmente. Avendovi soggiornato diverse volte, ho ritrovato la Barcellona di sempre: una metropoli straordinariamente dinamica che mette allegria, se si riescono a digerire le psicotiche e funeree opere di Antoni Gaudí. Nessuno può negare che Gaudí sia stato un architetto originale, davvero unico nel suo genere. Persino la sua morte non fu soltanto singolare ma, per l’epoca, addirittura d’avanguardia, perché finì sotto il primo tram messo in circolazione a Barcellona e, non riconosciuto dai suoi soccorritori, fu trasportato in un ospizio per mendicanti come uno straccione. Gli edifici da lui realizzati, parecchi dei quali sono stati dichiarati Patrimoni dell’Umanità dall’UNESCO, sono talmente sorprendenti e cerebrali da sfuggire a qualsiasi convenzionale giudizio estetico. Sarebbe sciocco, dunque, avventurarsi su tale strada. Rimane, pertanto, soltanto una domanda molto banale: quanti vivrebbero in una delle case costruite da Gaudí, senza soffrire d’incubi notturni e allucinazioni mattutine o essere pervasi dal timore d’imbattersi nel suo fantasma? Così come ci si può chiedere se, all’interno della Sagrada Família, sia possibile concentrarsi nella preghiera, senza essere distratti da tutto quello che ci sovrasta e che pare non abbia inizio e neppure fine. Insomma, con le sue opere mi sembra che Gaudí abbia voluto innalzare piccoli mausolei domestici e un gigantesco tempio esclusivamente per celebrare sé stesso. Considerazioni che dimostrano soltanto la mia deprecabile incapacità di comprendere il surrealismo, essendo convinto che il misticismo delle cattedrali gotiche sia un’altra cosa.

Questa volta, per mettere un cerotto alla mia incompetenza, mi sono recato a visitare il Parco Güell, realizzato tra il 1900 e il 1914 su incarico dell’industriale Eusebi Güell. Il grande parco, nel progetto di Gaudí, doveva diventare una pittoresca città-giardino con una sessantina d’edifici. Invece, furono realizzate soltanto due abitazioni. In una delle quali, per parecchi anni, abitò l’originale architetto, mentre l’altra divenne dimora del committente. Dopo aver passeggiato in lungo e in largo tra sculture cimiteriali, tronchi d’albero di cemento e colonnati obliqui in calcestruzzo, credo proprio d’aver capito il motivo dell’insuccesso edilizio. Naturalmente, a Barcellona si possono trovare le tracce della sua storia millenaria, dalle rovine romane agli edifici d’epoca medievale. Nondimeno, i quartieri del cosiddetto modernismo catalano predominano rispetto alla Ciutat Vella con i suoi edifici del Barrio Gótico, mentre è inutile cercare le tracce di un periodo cartaginese, perché la fondazione di Barcellona, da parte di Amilcare Barca, è soltanto una leggenda. Come quella che attribuisce al generale l’invenzione del freno a mano per gli elefanti da guerra, dotando conducenti di un grande chiodo da conficcare nella loro testa.

Insomma, un italiano cui, per avere visioni del genere, spesso basta che esca dal portone di casa, prova maggior stordimento nel percorrere Las Ramblas, che accoglie un numero incredibile di fiorai, artisti di strada, venditori di uccelli, di dolciumi, d’indumenti o di souvenir, caffetterie, negozi e ristoranti. Insomma, Barcellona è una città talmente esuberante che è piacevole girovagare senza meta, anziché dedicarsi ai cosiddetti percorsi ‘intelligenti’. Infine, la linea ferroviaria ad alta velocità che la collega con Madrid è eccellente anche per il servizio di ristoro offerto, mentre quello fornito dalle due aziende ferroviarie concorrenti in Italia, oltre a essere un insulto alle nostre tradizioni culinarie e allo stomaco delle persone normali, fa rimpiangere i ‘cestini da viaggio’ dell’immediato dopoguerra. Al termine del percorso, si ha la sorpresa finale di capitare nell’incredibile giardino botanico della stazione ferroviaria di Atocha. Naturalmente, nessuno si sogna di recarsi a Barcellona o in Spagna soltanto per apprezzarne i collegamenti su rotaia. Ma sapere che possa capitare è parecchio confortante.

FUNCHAL, 11 GENNAIO

A Funchal, che prende il nome dalla pianta di finocchio (funcho), situata in Madeira, isola dove regna l’eterna primavera, mi è parso che il tempo si sia fermato. Il suo cielo era velato, come l’ho visto trent’anni fa. Nondimeno, Madeira è un luogo affascinante se si è parecchio interessati alle pianta-gioni di banane e non si sono mai viste la costiera amalfitana, le spiagge della Sardegna e le vestigia siciliane delle civiltà greca, romana e araba. A Madeira hanno soggiornato personaggi famosi, a cominciare da Cristoforo Colombo, con la moglie Filipa Moniz Perestrello, per il breve tempo necessario a dimostrare tutta la sua inattitudine al commercio. Il più famoso monumento dell’allegra isola, però, è la residenza definitiva dell’ultimo imperatore d’Austria, Carlo I. Un monarca che è stato ritenuto straordinario esempio di dedizione ai propri doveri di coniuge devoto, di pacifista convinto e di cattolico osservante. Infatti, in undici anni di matrimonio ebbe otto figli, nell’anno della tragica sconfitta au-striaca assistette al Te Deum del capodanno1918-1919, per ringraziare Dio d’aver riportato la pace in Europa e, infine, il 3 ottobre 2004 è stato proclamato beato. Unica nota stridula della sua breve vita fu la sua morte, avvenuta alle ore 12 e 23 minuti del 1° aprile. Scherzo del destino beffardo. Adesso, riposa in una piccola cappella nella chiesa di Funchal Monte, dove arrivano i turisti soprattutto per affrontare l’emozionante discesa in slittini di vimini (carros de cesto), lungo due chilometri di strada ripida ma ben asfaltata rispetto a una volta. I pattini dei veicoli sono stati sostituiti da cuscinetti a sfere, ma i turisti si fanno ‘infinocchiare’ come prima.

L’isola, ovviamente, è soprattutto celebre per il suo vino nato, per modo di dire, casualmente. In realtà, il vino Madeira è uno dei primi esempi di sofisticazione alimentare su vasta scala. Inizialmente, a Madeira, il vino ottenuto da uve con insufficiente tenore zuccherino era messo in commercio aggiungendovi zucchero di canna o alcol. In seguito, si osservò che questo vino assoggettato a sbalzi termici e sollecitazioni meccaniche, come avveniva durante il trasporto delle botti con le antiche navi a vela, diventava pressoché inalterabile. Di conseguenza, si è diffusa la sua produzione industriale, sottoponendolo a temperature intorno ai 50° e provocandone l’ossidazione a contatto dell’aria. In poche parole, grazie agli enologi, si ottiene quello accade a un buon vino quando ‘maderizza’ ossia allorché, per difettoso invecchiamento, diventa un’autentica schifezza. Infine, si può completare l’esperienza gastronomica, con il milho frito, l’espetada e il bolo do caco. Indimenticabili, davvero, per i prepotenti e contagiosi effluvi d’aglio che emanano. Da dimenticare, invece, è l’insopportabile traffico urbano, che può competere con quello di Napoli. Con la differenza che il lungomare napoletano trasuda secoli di storia.

ANTIGUA , 17 GENNAIO

Antigua, la cosiddetta ‘Porta d’accesso dei Caraibi’, ovviamente quando si è in arrivo anziché in partenza, fu così battezzata nel 1493 da Cristoforo Colombo che, dopo averla ‘scoperta’, la abbandonò di corsa. Non aveva proprio intuito che era destinata a diventare un paradiso per il riciclo del denaro sporco. Anche sir Christopher Codrington, il suo più importante colonizzatore inglese del XVII secolo, non seppe far altro che favorire la coltivazione e la lavorazione della canna da zucchero, allora attività di enorme resa grazie al disumano sfruttamento degli schiavi neri. In Antigua, insomma, qualcosa di sudicio c’è sempre stato. Codrington, nato nelle Barbados, ricco di famiglia e militare di carriera, galleggiava però ben sopra le miserie umane. Il suo busto, con indosso la monastica toga d’imperatore romano, troneggia nella All Souls Library di Oxford, quale manifestazione di omaggio al suo sviscerato amore per i libri e soprattutto di riconoscenza per suoi principeschi lasciti. Di Antigua, appartenente alla Gran Bretagna da oltre tre secoli e, oggi, Stato indipendente del Commonwealth, non ho visto un bel niente perché la nave, per soccorrere una barca a vela impegnata in una regata e in procinto d’affondare in mezzo all’Atlantico, ha dovuto compiere una deviazione e ha saltato l’approdo. A propria volta, due giorni dopo, il comandante dell’imbarcazione mi ha restituito il favore. Mi ha assistito, mentre giacevo in terra colto da un collasso, raccomandandomi premurosamente di rimanere tranquillo. Come se un individuo, con la pressione arteriosa sotto le suole, avesse la forza di agitarsi. Dentro di me, invece, pensavo che, avendo indosso lo smoking, per la prima insulsa serata di gala, ero abbigliato in modo adeguato per essere collocato direttamente nella bara. Invece, tra la delusione degli amanti del macabro, sono risorto.

La mancata escursione non mi ha procurato sconforto. Anzi, ho ritenuto, addirittura, di aver evitato una delusione, se non proprio una seccatura, perché l’attrazione più visitata della principale città dell’isola (Saint John’s) è una base navale britannica del XVIII secolo (Nelson’s Dockyard), sapientemente restaurata per ospitare due alberghi, alcuni negozi e ristoranti. Tuttavia, per una bislacca combinazione d’idee, mi sono chiesto per quale ragione anziani turisti, talvolta decrepiti, spesso parecchio obesi e con assurde scarpe di ginnastica da grande atleta, scelgano di fare il giro del mondo, in numero davvero considerevole. Ai miei occhi, addirittura in numero talmente spropositato, da costituire un campionario per il quale Cesare Lombroso e l’etologo Desmond Morris avrebbero fatto carte false. Da come, a tavola, consultavano con rapimento la lista delle vivande, mi è sorto il maligno sospetto che la loro lettura più intrigante fosse abitualmente quella del contatore della luce e ho maturato la certezza che il Titanic è colato a picco in tutti i sensi e per sempre. Naturalmente, nessuno può discutere la genialità degli chef di bordo, capaci di smerciare il medesimo dessert con una trentina di nomi differenti (stima per difetto).

Dopo profonda meditazione, ho ritenuto che, almeno i più, abbiano il desiderio di guardare oltre i limitati confini della loro scialba vita quotidiana e dunque di vedere una parte del nostro pianeta a loro ignota o di conoscere le manifestazioni passate e presenti di culture diverse. Una ricerca affascinante nell’intento e, almeno per ragioni economiche, abbastanza inconsueta. Tuttavia, poiché le domande più incalzanti, durante le escursioni, sono state sul costo degli appartamenti e sull’ammontare delle pensioni di vecchiaia, che gli interroganti non avrebbero mai acquistato e percepito, ho maturato il penoso dubbio che, in maggioranza, abbiano considerato le escursioni un loro preciso dovere perché, altrimenti, non avrebbero avuto nulla da raccontare agli amici una volta tonati a casa. Ciò spiega probabilmente anche le descrizioni entusiastiche, da parte dei reduci, di emerite porcherie. Insomma, mi sono perfidamente convinto che, nel loro intimo, del lungo viaggio abbiano preferito i giorni di navigazione. Giorni che hanno consentito a molti di rendere tutti partecipi, con voce tonante, dei fatti loro, tranne quando freneticamente si rimpinzavano mattina, mezzogiorno, pomeriggio e sera di cibi e bevande d’ogni sorta. Sulle navi da crociera, infatti, è stata giustamente dichiarata la guerra al fumo ma non all’aumento del colesterolo. Il loro chiacchiericcio continuava anche quando partecipavano a giochi infantili o s’immergevano stoicamente nelle vasche collettive d’idromassaggio, perdendo brandelli di pelle rugosa. Soltanto uno sparuto gruppo d’intellettuali mi è parso disinteressato al cibo e ai discorsi futili. Con la puzza sotto il naso, non si avventava sulle vivande, preferendo, a stomaco leggero per non compromettere il flusso sanguigno cerebrale, rinchiudersi in un’angusta sala da gioco e partecipare silenziosamente a uno spumeggiante torneo di bridge, anche se difficilmente si può soffrire per la mancanza di ‘ponti’ su una nave. Molti sanno che il nome del gioco deriva dal ‘ponte intellettivo’ che si creerebbe tra due compagni di gioco, ma nessuno si stupisce che il ponte rimanga spesso sospeso nel nulla.

SAINT LUCIA, 18 GENNAIO

Dopo la traversata oceanica e aver ricevuto il Certificato di Passaggio del tropico del Cancro, come se si fosse superata una grave malattia, siamo giunti sull’Isola di Saint Lucia, Stato indipendente del Commonwealth nelle Piccole Antille, isole così chiamate per distinguerle dalle Grandi (Cuba, Hispa-niola, Giamaica, Porto Rico). Creatività bizzarra dei geografi. Anziché Colombo, in uno dei suoi ultimi viaggi verso l’America, è probabile che il primo europeo a porvi piede, intorno al 1504, sia stato Juan de la Cosa, autore della prima carta geografica nella quale compaiono le terre del Nuovo Mondo. Verosimilmente, gli ‘indiani’ Arawak, pur essendo gente pacifica e gentile al contrario dei Caribi, non lo accolsero con manifestazioni affettuose. Perciò, sino alla metà del XVII secolo, per il medesimo motivo, non ebbero fortuna i tentativi degli inglesi di colonizzare l’isola e di godersi il sole dei Caraibi, che nei giorni precedenti mi era parso un’invenzione delle agenzie di viaggio. Tuttavia, mi sono consolato perché, se a gennaio il clima caldo umido toglie il desiderio di bere alcolici e di fumare, con gran vantaggio transeunte per la salute, negli altri mesi è un’altra storia. Piove spesso da maggio a dicembre, mentre da giugno a novembre si possono godere entusiasmanti tempeste tropicali. Tra il XVII e il XVIII secolo, per ben quattordici volte l’isola cambiò di mano, passando dalla Gran Bretagna alla Francia e viceversa. Gli scontri tra le due potenze europee, a causa dell’importanza strategica del porto naturale di Castries, furono rallegrati da tifoni e incendi devastanti, fino alla definitiva vittoria inglese avvenuta nel 1814. La cocciutaggine anglosassone è un fatto storicamente assodato.

Dalla capitale Castries, dove non c’è quasi niente da vedere, è pressoché obbligatorio recarsi a Soufrière, per ammirare dal basso i celebri Pitons, due verdi montagne gemelle (Gros Piton e Petit Piton), che non superano gli 800 metri, una svettante e l’altra meno. Nelle vicinanze, si possono respirare i vapori sulfurei di un anfratto vulcanico attivo che, altrimenti, sembrerebbe una discarica d’immondizie a cielo aperto. Forse, Giuseppina de Beauharnais, che trascorse parecchi anni della propria infanzia nella zona, s’inebriò di questi fumi e, succhiando la canna da zucchero, cominciò a rovinarsi irrimediabilmente la dentatura. L’isola, essendo per l’appunto di origine vulcanica, sembra davvero un luogo dove può crescere di tutto, almeno nell’orto botanico (Diamond Botanical Gardens) che ho visitato. Mi sono chiesto, pertanto, perché, anziché continuare a coltivare banane, non s’impianti qualche vigneto. Il vino, forse, potrebbe anche migliorare l’umore dei suoi abitanti, in maggioranza neri di remota origine africana. Gli schiavi neri, oggi, ovviamente non esistono, ma i loro discendenti, che abitano in luride catapecchie, sembrano infelici disoccupati. Infatti, la coltivazione di banane, oltre a essere in declino, è poco redditizia, l’industria turistica in sostanza non li riguarda e gli investimenti offshore non sanno nemmeno cosa siano, anche se l’isolano Arthur Lewis, nel 1979, ha vinto il Premio Nobel per l’economia. Sicché, la loro unica distrazione mi è parsa fosse l’osservazione di scheletriche galline, circolanti per le stradine dei villaggi molto simili a misere baraccopoli. I mercatini locali, invece, non sono per niente vivaci e variopinti bensì un ammasso di schifezze, dagli abiti cenciosi ai souvenir di plastica.

Nell’isola, la cosa peggiore che può capitare, durante un giro turistico organizzato, è gustare la cosiddetta cucina creola, composta di vari ingredienti mollicci, senza alcun sapore, e cotti in fretta per non sostare troppo dinanzi al fuoco. Esattamente l’opposto del ragù alla napoletana. Non posso, però, escludere che contenga sostanze inebrianti, giacché la pessima birra locale che ho sorseggiato aveva la medesima gradazione alcolica dell’aranciata. Nel ristorante, infatti, sono inciampato e, cadendo come un sacco di patate, ho riportato una severa contusione alla mano destra che ho provveduto a immobilizzare, con la prontezza di un boy-scout. Dramma al quadrato, per chi con la mano sinistra è incapace di grattarsi perfino il cranio e nutre il ragionevole timore che lussazioni e fratture nei Caraibi siano curate come ai tempi dei pirati. Insomma, ho terminato la mia visita di Saint Lucia con la mano immersa in un secchio d’acqua ghiacciata. Per tale motivo, forse, non mi ha entusiasmato il restante panorama. Per fortuna ho scoperto, in seguito, che santa Lucia non gua-risce soltanto le malattie oculari dei credenti, ma protegge anche le ossa degli agnostici. Una santa davvero imparziale, per mia fortuna. Sicché, mi sono quasi pentito di non averle mai inviato, da bimbo, una letterina richiedente doni. A mia memoria, però, non ho mai scritto nemmeno a Babbo Natale che mi è apparso una volta sola. Pur essendo piccolino, ho capito subito che si trattava di mia nonna con un’improbabile barba bianca. Eppure, avevo cercato munirmi adeguatamente per prevenire o curare qualsiasi malanno. Oltre ad aver acquistato una montagna di medicinali, mi ero fatto persino togliere un molare che non m’infastidiva proprio per niente. Avevo scoperto, casualmente, che il dente era affetto da un granuloma apicale e che, in caso d’infiammazione acuta, avrebbe richiesto un’estrazione dentaria parecchio complicata e non fattibile da un medico di bordo. L’ingessatura della mia mano destra è stata realizzata, nell’infermeria della nave, in maniera talmente efficace che, dopo due giorni, l’ho rimossa e sostituita con un portasigari di cuoio. Dopo aver rifiutato di cadere nelle mani di ortopedici ignoti al primo porto, ritornato in Italia, avrei scoperto che avevo riportato la frattura di due dita. Sicché, per limitare l’inevitabile disagio in alcune delle molteplici banali manovre quotidiane, ho immediatamente acquistato un orologio im-permeabile sino a 100 metri di profondità, per usare disinvoltamente il lavabo.

GRENADA , 19 GENNAIO

Grenada, chiamata Camahogne dagli indigeni Kalinago appartenenti alla grande famiglia dei Caribi, fu ‘scoperta’ da Cristoforo Colombo nel 1498, durante il suo terzo viaggio transatlantico, che la ribattezzò inutilmente Concepcion. I primi coloni spagnoli, infatti, giunti nel 1509 al seguito di Alonso de Ojeda, decisero di imporle il nome di Grenada, nel nostalgico ricordo della città andalusa di Granada, anche se rimasero poco tempo sull’isola, probabilmente perché poco propensi a intervenire ai banchetti locali. Ojeda, infatti, impiantato un avamposto nella zona, contro il parere di Juan de la Cosa che aveva buon fiuto, cercò d’ingraziarsi gli indigeni ricoprendoli di cianfrusaglie ma riuscì soltanto a irritarli. Il risultato fu che gli spagnoli furono massacrati e, tranne Ojeda e un marinaio, finirono allo spiedo come fagiani. I selvaggi, invero, forse per la disponibilità di numerose spezie e soprattutto della noce moscata, dovevano essere di buon palato. Se ne accorsero anche, nel 1609 durante il primo tentativo di colonizzazione, molti inglesi che riempirono le pentole degli antichi amerindi. Saranno vendicati dai francesi provenienti dalla Martinica che, nel 1651, li sospinsero con le armi fino a una scogliera, nei pressi di Sauteurs, e stettero a osservare il suicidio in massa dei guerrieri indigeni che preferirono gettar-si in mare piuttosto che finire schiavi. Perciò, in memoria del luttuoso evento, la località porta il poco funereo nome di Caribs Leap, che sarebbe più adatto a indicare una danza tribale. In questo caso, macabra. Insomma, sull’isola non esistono epigoni degli antichi amerindi ma quasi esclusivamente i discendenti dei neri africani, importati a profusione dagli europei.

Diventata florida, per le coltivazioni di cacao, tabacco, caffè, canna da zucchero e produzione di rum, l’isola fu ceduta dalla Francia all’’Inghilterra con il trattato di Parigi del 1763. I francesi, però, la riconquistarono nel luglio del 1779, in seguito a una battaglia navale e terrestre davvero sanguinosa, durante la loro finanziariamente tragica partecipazione alla Guerra d’Indipendenza americana (1774-1783). Talmente fallimentare che Grenada tornò nelle mani britanniche in seguito al trattato di Versailles del 1783. Definita anche The Spice Isle, per la produzione di noce moscata, cannella e chiodi di garofano, nell’età moderna, dopo essere diventata uno Stato indipendente del Commonwealth, anche questo paradiso delle spezie si è trasformato in un paradiso fiscale. Nei dintorni capitale Saint George, alcune spiagge sono incantevoli, con acque limpide e sabbia bianca davvero finissima, anche troppo. Al minimo spirar del vento, s’infila negli occhi e persino negli orifizi meno nobili del corpo. Nelle zone residenziali, inoltre, si possono osservare ville bellissime e alberghi di lusso. Sicché, in molte parti, l’isola selvaggia è diventata finta, così come mi è parsa fasulla un’antica (per modo di dire) distilleria di rum, casualmente inattiva per ferie. Perciò, aveva il medesimo fascino di una casa chiusa fuori uso. Nondimeno, siamo stati obbligati a infilare ridicoli caschi gialli per proteggerci da eventuali infortuni, anche se l’unico pericolo reale era il cedimento dell’impiantito di legno ormai consunto. Eppure, il rum dei Caraibi ha una lunga storia, pur essendo inizialmente davvero pessimo, tanto da meritarsi il nome di Kill-Divil, ossia ammazza-diavolo. La Marina reale britannica lo utilizzò non soltanto per brindisi e per disinfettare l’acqua, durante le attraversate atlantiche, ma anche per conservare in una botte la salma di Horatio Nelson, morto impallinato da un cecchino al termine della vittoriosa Battaglia di Trafalgar, durante il suo trasporto in Inghilterra. I miei compagni d’avventura mi sono sembrati tutti castamente astemi e dunque non si sono meravigliati che nemmeno una botte, per l’invecchiamento del liquore, fosse esposta. Non mi dilungo a raccontare che l’argomento della distillazione, direttamente dalla canna da zucchero fermentata oppure dalla melassa è stato del tutto ignorato. Probabilmente, la cultura del buon bere, come quella dei bordelli, appartiene a un’altra epoca. Però, mi sono consolato perché la prossima meta sarebbe stata la cosiddetta ‘Perla delle Piccole Antille’, ossia Aruba.

ARUBA, 21 GENNAIO

L’isola, scoperta nel 1499 dallo spagnolo Alonso de Ojeda, da costui sarebbe stata battezzata Oro Hubo ( L’oro era), per manifestare la propria delusione di non aver trovato qualcosa di prezioso. Alonso de Ojeda aveva seguito Cristoforo Colombo, dal 1493 al 1496, nel secondo dei suoi quattro viaggi verso l’America, mettendosi in luce per un’astuzia davvero singolare. Avrebbe fatto prigioniero un capo tribù indigeno infilandogli ai polsi un paio di manette in oro massiccio, dopo avergli fatto credere che era il gioiello più importante della corona spagnola. Per rendere plausibile la storiella, bisogna supporre che avesse dipinto un paio di manette di ferro con la porporina. Nondimeno, Alonso de Ojeda anche sul punto di esalare l’ultimo respiro manifestò la propria furbizia. La sua estrema volontà, infatti, fu di essere sepolto sotto la porta maggiore del monastero di San Francesco a Santo Domingo, in modo che la sua tomba fosse calpestata da tutti i fedeli per espiare le malefatte commesse in vita. Un modo scaltro di pagare i propri debiti da morto. Escluso che Alonso de Ojeda, in Aruba, abbia visto e soprattutto lasciato qualche pepita, la vera corsa all’oro giallo, avvenuta nel XIX secolo, fu sostituita, agli inizi del secolo successivo, dalla raffinazione dell’oro nero, più puzzolente e redditizio. A parte ciò, a causa del suolo arido e povero, nessun europeo, in precedenza, si era mai sognato di coltivare qualcosa e di sfruttare gli schiavi neri a tale scopo. Anzi gli amerindi locali (Arawak), nel 1515, furono deportati a Haiti per lavorare nelle miniere di rame. Esaurite le miniere, gli indigeni superstiti ritornarono ad Aruba e, dal lontano 1636, sotto il dominio degli olandesi, si dedicarono all’allevamento di bestiame e a procreare con impegno. Sicché, i meticci costituiscono circa l’80% della popolazione attuale. Oggi, l’allevamento di bestiame è stato vantaggiosamente sostituito dallo sviluppo dell’industria turistica, destinata agli amanti del clima secco e della natura incontaminata, se riescono a trovarla.

Aruba, appartenente al Regno dei Paesi Bassi, propagandata come la ‘Perla delle Piccole Antille’, è decantata per le sue spiagge bianche. Infatti, ho davvero ammirato quella di Palm Beach a Oranjestad, perdendo le altre bellezze naturali dell’isola: alberi contorti dal vento, cactus, iguane e capre selvatiche. La sabbia chiara e il mare azzurro non ricordano certamente Rimini o Riccione. Il resto del panorama, al momento, nemmeno ma, tra qualche anno, sarà peggiore se proseguirà il boom edilizio attuale. Intanto, gli alberghi, cubi enormi di cemento che promettono un lusso cafone, attirano turisti sguaiati. I cocktail straripanti di frutta esotica sono pura immaginazione, rendendo ancora più triste un finto bar caraibico dove si smercia birra olandese in bicchieri di plastica. La rivendita di sigari cubani, chiusa senza speranza di riapertura, sembra una bara. Le aragoste pare siano in vacanza. Al pensiero del piatto tipico locale, trippa insaporita con ossa di bue, verdure e spezie, la nostalgia per la piadina, il fritto misto dell’Adriatico e l’allegria romagnola diventa struggente. Aruba è stata l’ultima isola delle Antille che abbiamo visitato e mi è sorto il sospetto che abbiamo visto quanto c’è di più brutto nei Caraibi, insieme al convincimento sia stata commessa una grave ingiustizia nei confronti di Emilio Salgari, cui in nessuna isola caraibica è stato dedicato un monumento. Come molti sanno, lo scrittore, con i suoi pirati, bucanieri, fi-libustieri e corsari, immaginari o veri, ha fatto sognare una generazione intera. Nei Caraibi, ovviamente, ossia nella miriade d’isole che li compongono (Piccole Antille, Grandi Antille, Bahama), esistono anche località da sogno, ma per i miliardari che si possono permettere ville con piscina e yacht da fantascienza. Tutto il resto è una favola, come i tesori sepolti, in isole disabitate, dai pirati la cui vita era talmente grama che, per regolamento, avevano l’obbligo di lavare personalmente la propria biancheria. di spegnere le candele alle otto di sera, di non giocare a carte o a dadi per denaro e di non portare donne a bordo. Una vita da anacoreti. Spero che i fantasmi del Corsaro Nero, di Henry Morgan, di Francesco Nau detto l’Olonese e di Francis Drake non mi appaiano in sogno, sventolando il Jolly Roger, lo stendardo con teschio e tibie incrociate su sfondo nero, per punirmi di averli relegati nel mondo delle fiabe insieme con Cappuccetto Rosso.

CARTAGENA DE INDIAS, 22 GENNAIO

Bella, bella, molto bella, anche se sta diventando preda del turismo di massa, pur chiarendo subito che non andrei a viverci e forse nemmeno a soggiornarvi per più di una settimana. Eppure, ho rischiato di non vederla, perché lo scrupoloso medico di bordo voleva una radiografia della mia mano destra e un parere specialistico. Decisione professionalmente ineccepibile. Perciò, di Cartagena avrei visto soltanto l’ospedale. Sennonché, anche tra i medici esistono gli eretici che valutano il rischio delle cure. Nel senso che una cura non appropriata può essere peggiore dell’evoluzione naturale di un malanno. In sostanza, come già accennato, ho deciso di evitare la mina vagante di un ortopedico ignoto e di visitare Cartagena. Fondata con questo nome nel 1533 da Pedro de Heredia, si affaccia sul Mar dei Caraibi nel luogo dove vivevano i Calamarì. Un popolo particolarmente bellicoso, al contrario degli omonimi (salvo l’accento) cefalopodi, tanto che le donne erano spietate e combattive come gli uomini. Poi arrivarono quei bonaccioni di spagnoli e dei feroci selvaggi non rimase nemmeno l’ombra. Pedro de Heredia, in precedenza, si era arricchito enormemente scambiando oggetti di poco valore con l’oro e i monili preziosi degli indigeni Tayrona, abitanti alle pendici della Sierra Nevada. Fondata Cartagena, si spinse nell’entroterra ri-volgendo le proprie attenzioni al pacifico popolo dei Sinù, profanandone le tombe e praticando sistematicamente la tortura per appropriarsi d’enormi quantità d’oro. Accusato di sevizie, strage e soprattutto del gravissimo reato di non aver pagato le tasse dovute al re di Spagna, morì affogato in seguito a un naufragio, vicino alle coste dell’Andalusia, mentre ritornava clandestinamente in patria. Talvolta, anche i predoni lasciano involontariamente tracce decenti.

In Cartagena, il contrasto tra parte vecchia e zona residenziale nuova, ovviamente, è evidente ma i numerosi grattacieli non sono deturpanti. Soltanto i negozi nei quali, senza una briciola d’entusiasmo si vendono smeraldi, sembrano, rispetto alle gioiellerie turche di Istanbul o persino ai duty free di Kuşadasi, farmacie asettiche dove, con maggior profitto, si potrebbero vendere aspirine effervescenti. Insomma, anche se la qualità dei pallidi smeraldi esposti non è quella per cui la Columbia è famosa in tutto il mondo, la speranza di gabbare turisti ignoranti in apparenza non è svanita. Sennonché le orde del turismo di massa, che non annoverano conoscitori di gemme, dimostrano una parsimonia genetica sbalorditiva. Perciò, tra le commesse delle gioiellerie e gli ipotetici acquirenti, la gara a chi dimostrava un maggior disinteresse mi è parsa davvero curiosa, soprattutto per la gelida indifferenza delle venditrici. Tanto da far pensare che i narcotrafficanti abbiano scelto investimenti ‘puliti” per riciclare il denaro ‘sporco’. Tuttavia, le farmacie sarebbero forse maggiormente redditizie, perché anche i croceristi più taccagni non rinunciano a curare le infreddature che l’aria condizionata della nave provoca. La variopinta frutta esotica, invece, pare soltanto uno strumento del folclore locale. Collocata in ceste, sulla testa di giovani ragazze o donne mature alla Botero - con sgargianti abiti dei bei tempi andati per la casta bianca, quando Cartagena era un attivissimo porto regolarmente autorizzato al commercio degli schiavi - la frutta può essere fotografata, previo modico compenso, dai nostalgici delle acconciature di Carmen Miranda. I fruttivendoli probabilmente esistono ma bisogna scovarli non si sa come e dove.

La fortezza San Felipe, iniziata nella seconda metà del XVI secolo su progetto del romagnolo Battista Antonelli e completata in circa 120 anni, è però davvero un imponente esempio dell’ingegneria militare spagnola. L’impatto visivo esterno contrasta con l’intreccio interno di cunicoli e angusti spazi. Una sorta di formicaio, dove alcune centinaia di soldati vivevano come talpe. La città vecchia, circondata da mura edificate in un centinaio d’anni, racchiude innumerevoli edifici in stile coloniale, dai colori spesso vivaci, che conferiscono allegria alle viuzze ai cui angoli qualche suonatore di tamburo finge di dedicarsi a un divertente passatempo. Il Palazzo dell’Inquisizione, dirimpetto a una piazzetta dove si bruciavano gli eretici e oggi svetta il monumento equestre di Simon Bolivar, invece è deludente. Ampi spazi ben conservati nei quali i visitatori, attirati dalla pubblicità turistica, cercano vanamente gli orribili oggetti d’arredamento delle camere di tortura. Gli amanti del brivido gratuito avrebbero dovuto leggere che il piccolo palazzo fu destinato agli inquisitori soltanto nel 1770. Perciò, costoro avevano semmai dato libero sfogo alla loro malvagia e crudele fantasia nei centosessanta anni precedenti. La facciata della basilica, dedicata a san Pedro Claver Corberó, è imponente, ma l’interno è doverosamente spoglio. Altrimenti, il missionario gesuita, che dedicò tutte le proprie energie a soccorrere materialmente e confortare spiritualmente gli schiavi neri provenienti dall’Africa, che secondo le dame della buona società ‘possedevano a mala pena un’anima’, probabilmente si rivolterebbe nella bara di cristallo, collocata sotto l’altare, dove riposa. Infine, la piccola piazza antistante alla chiesa di San Domenico è molto frequentata, non per devozione ma per strofinare energicamente le mani sulle tette di una statua, realizzata da Ferdinando Botero, con lo scopo di ottenere la straordinaria grazia di rivederla ancora. Appena mi sarà possibile, getterò qualche moneta nella Fontana di Trevi a Roma.

(2 – continua)

Marzo, 2020