Dietro le quinte del teatro trucchi, misteri e sorprese

Dietro le quinte del teatro
trucchi, misteri e sorprese

Un nuovo libro fotografico di Marco Sitran

Luca Alfonsi

Si chiama "Fenice Backstage" la nuova fatica libraria, la quinta, del fotografo Marco Sitran. Un anno di lavoro oscuro e faticoso, fra spazi angusti e bui rigorosamente riservati agli addetti ai lavori, fotografando di nascosto dietro e sopra le quinte, nei ballatoi, nei camerini, nei corridoi, negli atelier del grande teatro veneziano. Lo sguardo del viaggiatore Corto Maltese nella prefazione del giornalista e scrittore Roberto Bianchin. E gli occhi già puntati sul nuovo lavoro: dieci anni di reportage fotografici tra Venezia e l'Oriente.

Marco Sitran (fonte: La Nuova Venezia)

VENEZIA – “La vocina della principessa aveva qualcosa di stonato. Troppo maschile. Troppo simile a quella del cavaliere. Anche il vocione del brigante aveva qualcosa di strano. Troppo cavernoso. Troppo simile a quello dell’oste. Tutti e quattro poi, la principessa, il cavaliere, il brigante e l’oste, avevano un timbro e un’inflessione troppo simili a quelli dei due protagonisti principali in scena, Sandrone e Facanapa. Bisognava scoprire se quelle quattro voci appartenevano ad un unico attore. E per farlo non c’era che una strada: violare quello che all’epoca non si chiamava ancora backstage. Penetrare di nascosto dietro le quinte.

Le quinte della baracca dei burattini, un casotto di legno pitturato di bianco e di celeste piantato dietro la terza fila delle capanne della spiaggia delle Quattro Fontane al Lido di Venezia negli anni Cinquanta, erano un drappo nero un po’ sdrucito, dietro al quale tutti i giorni d’estate alle cinque del pomeriggio muoveva i suoi personaggi un noto burattinaio emiliano, Renzo Salici, ingaggiato per tutta la stagione dalla Ciga, la compagnia italiana grandi alberghi, allo scopo di far divertire i figli dei bagnanti che avevano preso in affitto a caro prezzo le capanne. Ci riusciva benissimo. Ma a me, bambino, più che lo spettacolo, che pure mi piaceva, interessava quello che c’era dietro lo spettacolo. Quello che non si vedeva. Il retroscena. I trucchi e i misteri. La magia della creazione. Per questo andavo a spiare dietro le quinte. E’ sempre stata, ed è tuttora, la mia ossessione”.

Inizia così, con questo bizzarro incipit narrativo, la prefazione del libro del fotografo Marco Sitran “Fenice Backstage” (Heliar Books Edizioni 2016, 210 pagine a colori, 30 euro), scritta dal giornalista e narratore Roberto Bianchin. Un volume, racconta Sitran, che ha già al suo attivo quattro libri fotografici, due sulla sua Venezia, uno sull’India, e uno sulla Romania, che è nato da un’idea di Roberta Paroletti, che fa la pianista proprio alla Fenice. “E’ stata lei –spiega l’autore- a introdurmi nel mondo invisibile che ruota intorno al palcoscenico. E non è stato facile fotografare in spazi angusti e bui riservati esclusivamente agli addetti ai lavori. Ma tutti mi hanno accolto amichevolmente e per me questa è stata la soddisfazione più grande”.

Una sezione del libro, aggiunge l’autore, è dedicata, come anche la copertina, ad Aquagranda, l’opera spettacolare che ha aperto la stagione lirica 2016-2017 del teatro veneziano, nel cinquantenario della grande alluvione del 4 novembre 1966. “Una calamità che ha segnato il destino di Venezia, svilita a centro storico di una città dormitorio in terraferma –spiega Sitran, che oltre che fotografo è anche avvocato ed è un appassionato difensore della sua città- da quel giorno infatti l’esodo dei veneziani non si è più arrestato, e oggi rischiamo di scomparire”.

Il libro di Sitran racconta “un anno vissuto intensamente” fotografando dietro e sopra le quinte, nei ballatoi, nei camerini, negli atelier di un grande teatro dove nell’ombra lavorano tante persone. “Un’esperienza unica ed emozionante”, la definisce. Perché spesso le prove degli spettacoli sono più interessanti degli spettacoli stessi. Lo spettacolo infatti, quando arriva in scena, è già pronto, perfetto, tutto è già stato fatto. Invece alle prove è ancora tutto da costruire, si può aggiungere, togliere, allungare, accorciare, cambiare. C’è spazio per l’estro, per l’ingegno, la capriola, la giravolta, l’intuizione, il colpo d’ala. Spesso decisivi. Capirlo però non è da tutti. Lo stesso sovrintendente ha raccontato che parecchi anni fa, appena entrato a lavorare all’ufficio stampa del teatro, veniva redarguito dai dirigenti di allora perché passava più tempo in palcoscenico ad assistere alle prove che in ufficio a scartabellare fra le scartoffie. Come si è visto poi, aveva ragione lui.

Anche Marco Sitran, il fotografo autore di questo libro, ha la stessa ossessione. Anche lui si muove più a suo agio tra le coulisses, come i francesi con un’espressione cristallina chiamano le quinte. Anche lui preferisce quel semi buio degli anfratti alle luci potenti dei riflettori in sala. Perché si vede meglio, e si capisce di più, anche se c’è poca luce, fra quelle telette che delimitano lo spazio scenico dove i macchinisti preparano i cambi di scena, gli artisti si preparano all’ingresso e un tempo l’anziano suggeritore, sovente un attore in disarmo, suggeriva le battute a chi smarriva la memoria. C’è tutto un mondo dietro le quinte che lo spettatore non vede mai, ma che è fondamentale per la riuscita dello spettacolo teatrale. Non per niente una volta le quinte venivano definite, nel gergo dei teatranti, come “Il mantello di Arlecchino”, perché era proprio dietro ad esso, come dietro la sua maschera, che il principe dei guitti continuava a parlare e sparlare pur nascondendosi alla vista.

“Marco Sitran, che è uomo di garbo –scrive Roberto Bianchin nella prefazione- ha scostato con garbo quel mantello di Arlecchino. Quel tanto che basta per sbirciare dietro. Per raccontare quel mondo. A modo suo. Con la sua arte. Che sussurra e non grida. Ma che indaga e disvela. E talvolta indugia e apre al sorriso. Veneziano di isola di laguna, del Lido, anche lui, Marco ha occhi che sanno guardare. Diritti e puliti. Senza mediazioni. Senza compromessi. Senza indulgenze. Senza trucchi né inganni. Come quelli di un altro suo concittadino, il fascinoso ed enigmatico Corto Maltese, un altro tipino da prendere con le molle. Marco si è avvicinato alla fotografia per “colpa” di un altro grande fotografo veneziano, Fulvio Roiter, che gli ha regalato la sua prima macchina fotografica e al quale deve l’amore per i viaggi, le avventure, i luoghi da raccontare per immagini. No, Sitran non ha appreso la tecnica da Roiter, che pure eccelleva in questo. Gli ha rubato piuttosto il segreto più intimo, più prezioso, quello che non si compra: “Segui il tuo istinto”.

Anche Marco è un giramondo. Come Fulvio, come Corto. E il mondo lo ha raccontato nei suoi libri di foto. Ci ha anche vissuto e lavorato. Roma, Parigi, Londra, Bucarest. Perché Marco non è solo un fotografo. E’ anche un avvocato. Diritto civile, commerciale, internazionale. Lui stesso non sa se più fotografo o più avvocato. Volendo ci sarebbe anche il patriota, il giovane uomo indipendentista che ama la sua città “e la buona politica che da queste parti non si è più vista dal 1797”. Bisogna di nuovo guardargli gli occhi. Andare dietro le sue quinte. Quando brillano di più, e succede quando accarezza la pelle delle sue foto, la patina lustra, il grande formato, capisci che ti sei avvicinato”.

“Anche questo libro, un libro prezioso, è un viaggio –continua Bianchin- un viaggio dentro un teatro. E che teatro! Un viaggio nelle sue viscere. Nel suo cuore e nella sua anima. Nel suo mondo nascosto. Nel suo camerino privato, dove a nessuno è concesso di entrare. Un viaggio tra prove e riprove, sofferenze e gioie, applausi e fatiche titaniche, lavori oscuri e cose mai viste. La Fenice en déshabillé. E il suo viaggio, lui che è uomo d’acqua, comincia nell’acqua. Comincia nell’acqua di Aquagranda, l’opera che ha inaugurato con grande successo la stagione lirica 2016-2017 del Teatro La Fenice. Impressionante è la prima sezione del libro dedicata al backstage di questa nuova produzione, dove non si vedono soltanto le fasi delicate e complicate del montaggio, durato ben tre settimane, del grande muro d’acqua che sovrasta la scena, ma si raccontano i tuffi del corpo dei mimi, i timori dei tecnici quando l’acqua nei primi giorni di prove fuoriusciva dal catino del palcoscenico e scappava via da tutte le parti, come anche certe soluzioni, poi scartate, della pioggia sul palco, oltre al muro d’acqua, nei momenti precedenti l’alluvione. Emblematica, solitaria, la figura del compositore che scruta come perplesso dentro lo spartito delle sue stesse note, forse in cerca di qualcosa, forse immerso nell’universo liquido dei suoi suoni.

A seguire, altre immagini, inedite e originali, di molte altre opere andate in scena alla Fenice, raccontate tutte con un occhio che non indulge mai alle lusinghe del voyerismo del buco della serratura, oggi tanto di moda, ma che al contrario va a cercare dietro le quinte l’anima delle cose, l’essenza più vera, più autentica, più profonda, depurata dalle sovrastrutture e non filtrata, non condizionata. Libera, in una parola. Magnifici e imponenti quei tecnici e operai, macchinisti, falegnami e elettricisti, sarti e parrucchieri, che spostano pareti gigantesche e trappole infernali, tirano cavi e gomene, trascinano funi e catene, salgono scale e scalano graticci, piantano chiodi e bulloni, manovrano pialle e martelli, fiamme ossidriche e seghe circolari, forbici e colla, aghi e fili, stoffe e tessuti, pettini e ciprie, acconciature e vestiti, dipingono tele, accordano pianoforti e preparano pesci per tavole da imbandire. Un immaginifico ambaradan”.

“Memorabile poi, tra le molte –conclude Bianchin- l’immagine di quell’artista che ripassa la sua parte inguainato in uno smagliante tutu rosa come una ballerinetta vezzosa d’altri tempi. O quel cow-boy tutto dorato che aspetta accovacciato, l’aria un po’ annoiata, il momento di entrare in scena. O ancora quelle ballerinette, queste sì, ballerinette per davvero, che scendono tutte eccitate, chiuse dentro l’ascensore, e quelle che invece aspettano il loro turno tremanti e silenziose, quelle che si allacciano nervose le scarpette, e quelle che si scaldano continuando a roteare sulle punte come dervisci. Tutto il contrario delle ragazzotte vestite (poco) da cow-girl, pistole e bikini, che si divertono, allegre e caciarone, in una gioiosa sarabanda. Mentre altri artisti, forse più intensi, pensierosi, forse preoccupati, cercano la concentrazione, o forse un antidoto all’ansia, alla paura, in atteggiamenti raccolti, dimessi, quasi di preghiera.
Stati d’animo diversi, spesso diversissimi, colti in quegli attimi magici e unici, irripetibili, in cui nessuno ti vede e in cui qualcosa sta per succedere. La magia, anche questa unica e irripetibile, dello spettacolo dal vivo. Quella che puoi cogliere davvero solo in un posto. Solo dove si è spinto il viaggio di Marco Sitran. Solo dietro le quinte. Solo dietro al mantello di Arlecchino”.

Ma non c’è tempo, nemmeno dopo la festosa presentazione nelle Sale Apollinee della stessa Fenice, per cullarsi sugli allori. Altri impegni importanti bussano alla porta. Un nuovo libro, naturalmente. Il tema, stavolta, è “Venezia e l’Oriente”. Storia lunga e affascinante. Dieci anni di reportage fotografici tra Kazakistan, Uzbekistan, India, Birmania, Cina, Sri Lanka, Maldive, Seychelles, Marocco, Egitto, Laos, Cambogia, Vietnam e Tailandia. Sempre con l’occhio vigile e lo sguardo curioso di Corto Maltese.

LA PAGELLA

Roberto Sitran, Fenice Backstage: voto 8

Heliar Books 2016, 210 pagine, 30 euro. Isbn 978-88-904510-6-5
robertaparoletti@libero.it

Dicembre, 2016