E lui guardava lì fuori dalla finestra

E lui guardava lì
fuori dalla finestra

Il racconto di una vita

Raffaele Cappuccio

Un figlio del Sud alla luce dell'Est, che vive un rapporto di amore e di odio con la sua terra natale, l'Irpinia, regola i conti con un altro "non-luogo", come la lontana (per lui) città di Trieste, dove è stato "confinato" per alcuni anni. E lo fa con un racconto intenso e breve che fa riflettere, "La Presenza", pubblicato da Delta 3 Edizioni, che rivela il talento letterario di un giovane trentenne di Avellino, Raffaele Cappuccio, giornalista, attualmente in forza a Rainews24. Un racconto che vuole essere anche un omaggio a una terra e agli autori di questa terra che ha conosciuto e che lo hanno profondamente cambiato. Da Stuparich a Slataper, da Andrich a Bazlen. Una storia che è soprattutto un omaggio alla vita, "non necessariamente la mia", dice l'autore.

Il molo Audace a Trieste (fonte: fotocommunity).

Guardava lì fuori dalla finestra. Cercava nella montagna una risposta alle sue domande. Eppure erano passati tanti anni, e forse almeno un paio di vite. Quante volte aveva osservato la montagna, ipnotizzato, cercando nell’imponente “Presenza” la pace visiva che quieta l’anima. Con la Renault 5 scassata di sua madre; sotto la neve; in bicicletta; una volta anche a piedi partendo dalla valle dove abitava. Su, in cima, trovava sempre il ristoro dell’acqua fresca e la letizia di un volto femminile senza tempo.

Quelle pendici, che d’autunno si coloravano dei pastelli più belli, erano una via di fuga dalla realtà. Delusioni aguzze come spine avevano perforato la sua anima. “Dov’è l’errore?”, si ripeteva.

Beh. Non così spesso si crucciava. Ma quando accadeva era come se precipitasse in un buco.

“Ogni uomo è un abisso”.

La presunzione di come va la vita aveva corrotto anche lui. Del resto in una città provinciale –per lo più un paesotto- dove ognuno basta a sé stesso, bisognava imparare l’arte della finzione. Eppure le maschere non facevano per lui. Dopo un po’ le buttava tutte e con esse le tante persone che aveva incontrato. In realtà non tutte. C’erano gli amici degli anni ingenui, liberi; gli anni della formazione sentimentale. C’era la sua famiglia materna, accogliente e sgangherata. Ma per lo più la sua memoria era piena di fantasmi.

Antero –che nome assurdo per un meridionale, ma ci torneremo tra poco- era tornato tra le montagne per dimenticare l’ennesima grande delusione della sua vita. Aveva distrutto ancora una volta quello che aveva creato. Aveva perso quelle fossette da coniglietto. Perché? Perché non riusciva a fermare il suo senso del limite? Era un continuo spingersi oltre. La terra sotto i piedi era come fanghiglia. Anzi!

T-r-e-m-a-v-a.

Lui, figlio del cratere, era cresciuto in una città selvaggia, senza pietà.

(Raffaele Cappuccio, “La Presenza”, Delta 3 Edizioni)
www.delta3edizioni.com

(r.b.) – C’è molta poesia nella scrittura e nelle storie di Raffaele Cappuccio, trentenne di Avellino, giornalista, attualmente a Rainews24. Lo si intuisce subito, dalla citazione di Alfonso Gatto che apre questo racconto breve (“La nostra vita non è un’inezia”), ai versi di Antonio Guarino che lo chiudono: “Che c’è fra te e me?”. E c’è molta poesia nella storia di Antero, il protagonista del racconto, in quella montagna che gli si staglia davanti agli occhi, negli anni che passano tra delusioni ed euforie, e una strana “Presenza” insieme al ricordo di una cima, che lo accompagneranno in un viaggio alla scoperta della vita. Un percorso che porterà Antero al confine, in “nessun luogo”, nella lontana Trieste, città a cui il suo nome è legato.

Un racconto che è un collage, spiega l’autore, e insieme un omaggio a tante cose: “prima di tutto agli autori che mi hanno aiutato in un periodo di cambiamento: Giani Stuparich, Scipio Slataper, Fulvio Tomizza, Ivo Andric, Claudio Magris e, non per ultimo, Bobi Bazlen”. Autori che Cappuccio ha scoperto durante la sua lunga permanenza a Trieste. “Dunque è anche un omaggio –dice- a un posto di confin(o)e, una città che mi resterà per sempre nel cuore, e soprattutto nel fegato. Ma è soprattutto un omaggio alla vita. Non necessariamente la mia. Perché la vita la meritiamo tutti”.

Il racconto è agile, piacevole, intenso. Si legge volentieri. E fa anche riflettere. La scrittura ha una sua limpidezza classica, ma è moderna, fresca, nervosa. E per fortuna l’autore non usa mai i puntini di sospensione. Come Antero, del resto, il suo protagonista, quando rispondeva alle lettere di una ragazza che invece ne usava moltissimi e li metteva ovunque. “Antero non li usava mai i puntini. Lui era anarchico”.

Luglio, 2019