Ecosistema fosso

Ecosistema fosso

Paolo Fiorindo

Che ogni uomo aspiri a grandi imprese ormai è una certezza: arriva un momento, nella vita, in cui uno sente di dover sfidare se stesso imbarcandosi in un’impresa al limite delle sue possibilità, fisiche e sensoriali. Avventurieri, esploratori, conquistatori, riempiono con le loro testimonianze i libri di storia, e non solo.

Una sgnicca a spasso nel fosso (Lepomis gibbosus, alias Persico sole, fonte wikipedia.it).

Uno attraversa l’Oceano in cerca di nuove terre, l’altro risale il corso del Nilo, l’altro attraversa a piedi il Sahara, un altro ancora s’imbarca in dirigibile nella spedizione verso il Polo Nord, l’altro ancora scala cime inviolate, un altro ancora sale fin sopra la Luna e torna, magari senza nemmeno averci fatto una pisciata sopra. Ogni uomo ha dentro di sé un esploratore innato, sia che aspiri ad attraversare a nuoto uno stretto o a violare i recessi più intimi della cognata zitella.

La sete di conoscenza porta a compiere imprese memorabili. Sempre. O quasi. In ogni caso imprese destinate a cambiare la percezione sulla realtà.

Fra Torre di Mosto e San Stino, due malinconici paesotti cementificati e trafficati del Veneto Orientale, vi è un tratto di statale (14, detta popolarmente Triestina) che va dal ponte della Provincia (quello col semaforo che attraversa la Livenza) alla località detta Bivio, in cui da qualche anno vi è una larga rotonda, una grande aiuola sterile abbruttita al centro da una scultura amorfa in marmo pallido. Ecco, cari lettori, questo è il loco ameno che ho esplorato per voi. In bicicletta, rischiando la vita: infatti ai lati di questo chilometro di statale non vi sono piste ciclabili, il ciglio è esiguo e vi è una tale traffico indiavolato di automobili e camion che ogni tre pedalate si rischia di essere risucchiati e stritolati sotto le gomme vulcanizzate dei mostri della strada.

L’oggetto di questa esplorazione non è l’asfalto, parimenti grigio e lisciato dal traffico, bensì il fosso ai lati della strada. Più o meno profondo esso contiene ai lati e al suo interno le testimonianze del progresso, e delle vittime che questo ha mietuto e mieterà. In primis un cimitero di ossa: cani, gatti, ricci, pantegane e altre bestie spappolate e irriconoscibili. Uno strato di ossa e pelo depositato sul fondo, mischiato a cartoni, plastica di diversa origine, bottiglie antiche di pet, bottigliette e barattoli deformati, scarpe rotte spaiate, cinture o guinzagli, gomme a brandelli, pacchetti e cicche di sigarette, frammenti di materiale metallico e organico. E altre orride amenità rigettate dagli umani, tra cui frammenti incredibilmente sopravvissuti di un volantino elettorale di Sinistra Ecologia e Libertà.

Il tutto ricoperto da uno strato cinereo e tumorale di polvere grigia sottilissima, volatile e leggera, che si solleva invisibile a ogni passaggio di veicolo, eternamente, senza requie, depositandosi in fondo ai polmoni di chi la respira. Ciuffi d’erba rinsecchita, ammalata e perennemente agonizzante restano aggrappati al suolo, ignari che poco più in là, nel campo, la qualità della loro vita sarebbe stata ben differente. Un paio di volte all’anno poi la falce meccanica tritatutto dei trattori ci passa sopra e dentro, 'sto fosso, e maciulla crudelmente le vestigia seriali di un misero passato recente che non avrà mai l’onore dell’attenzione degli archeologi. Ossa e plastica, vetro e gomma, preservativi ed escrementi frullati insieme a quell’erba avvelenata: una mistura fetida e orrida più del peggior intruglio stregonesco, rinsecchita dal sole o macerata dalla pioggia. Un fosso morto pieno di cadaveri animali e industriali frullati insieme, lì in brutta vista, ignorato dai milioni di sconosciuti che scorrono nervosi per i fatti loro dentro la pista d’asfalto che da Venezia porta a Trieste e viceversa.

Poco a lato, fra i vigneti che fanno da quinta alle fabbriche grigie, vi è in altro fosso, collegato al primo. Rigoglioso d’erbe e insetti, con la sua bell’acquetta che scorre placida verso il canale. Un fosso vivo, composto di tutti gli elementi tipici di un fosso di campagna perbene. Un ecosistema perfettamente complicato e funzionante, come scrivono gli studiosi di questioni naturalistiche. Un posto impestato di diserbanti ma dove la mano dell’uomo raramente mette piede, come dice quel mio amico parroco che scrive libri di barzellette da preti. Avventurandomi in bici lungo il sentiero che lo costeggia, il viottolo erboso popolarmente detto stradòn, mi sovviene però che anche questo bel fosso è stato violato dal progresso. Non solo dai residui di diserbante che avvelenano l’acquetta verdognola, ma soprattutto da creature aliene provenienti dal nord America insediatesi qui nelle campagne tra Veneto e Friuli non si sa esattamente come, dopo la Grande guerra. Come la sgnicca, un termine americano che ho italianizzato io ora. Trattasi della specie di pesce d’acqua dolce detta persico sole, quelli tondi e irsuti che pescavamo da ragazzi e poi davamo da mangiare ancora vivi al pollame, che poi rischiava di strozzarsi per via delle lunghe spine dorsali che si conficcavano in gola ad anatre e tacchini. La femmina della sgnicca (e qui sta l’americanata) ha uno stile di vita diverso dalle femmine dei pesci locali autoctoni (o indigeni, cioè del territorio), assai morigerate e sottomesse ai mariti: essa, la sgnicca, non ha un solo maschio come le nostrane, bensì tre. Il primo le ramazza e le custodisce la tana sul fondo del fosso non allontanandosi mai, il secondo la soddisfa e le insemina le uova (la tromba insomma), mentre un terzo, dall’aspetto decisamente effeminato, la diverte e la accompagna disinteressato nei trastulli turistico-culturali. E tutto ciò la nostra spudorata sgnicca lo fa allegramente, noncurante dell’invidia delle femmine locali, tutte casa e fanghiglia.

Naturalmente nell’ecosistema fosso (quello vivo) avvengono tante altre belle cose d’una certa rilevanza naturalistica, e se i lettori vorranno approfondire su bisce, rane e ortiche nelle pubbliche biblioteche vi sono a disposizione tante gaie pubblicazioni gratuite farcite di notiziole intriganti e pruriginose, prive di sgradevoli odori, che potranno leggere nei momenti di noia o quando stanno assisi sulla tazza del water nelle lunghe agonie da stipsi.

Qui, mediante queste semplici osservazioni raccolte passeggiando in bicicletta e rischiando ogni tre pedalate di essere risucchiato dalla scia d’un tir, volevo solo descrivervi, da subitaneo avventuriero contemporaneo, questa mia esplorazione in un luogo tanto vicino quanto incognito. Per incuriosirvi oltremodo, raccontandovi alcune cose ch’io vidi trattanti i temi basilari dell’esistenza: morte, vita, politica e puttanesimo animale lungo un chilometro di anonima strada statale. Una morale finale? Nessuna. Il progresso comunque avanzerà lo stesso, anche se chi deve capire forse ancora non capirà. ★

Novembre, 2013