Forconi

Forconi

Ma chi caspita sono i forconi? Perché si chiamano così? Da quale campagna (lo suggerisce l’attrezzo) sono spuntati? Quando, che non ce ne siamo neanche accorti? E che diavolo vogliono? Cosa propongono? Come pensano di tirarci fuori dai guai? Qual è la loro ricetta? E poi: sono di destra o di sinistra? Post comunisti o post fascisti? Grillini o berlusconiani? Saranno mica democristiani? Pazzi pericolosi, terroristi, sovversivi, rivoluzionari o reazionari?

Grant Wood, American Gothic (1930, olio 74,3 cm × 62,4 cm, Art Istitute, Chicago, dettaglio, fonte wikipedia).

A sentire le dichiarazioni, i commenti, e le analisi di questi giorni sul nuovo fenomeno che attraversa (e un po’ inquieta) questi italici tempi nervosi, sia che a parlare siano illustri opinionisti, editorialisti, politologi, sociologi, massmediologi, sia che siano illustri teste di cavolo, sempre abbondanti nel Belpaese, non se ne capisce un gran che.

Le opinioni, nel merito, appaiono infatti molto confuse. C’è chi li approva e chi li detesta. Chi li capisce e chi li avversa. Chi li trova solo rompipalle, perditempo, ignoranti, stupidamente inutili, qualunquisti, sfascisti e populisti, e persino un po’ ripugnanti. E chi invece trova la loro improvvisa esplosione, un nuovo, curioso e molto interessante fenomeno sociale di protesta.

Non è facile capire chi abbia ragione. Nella protesta dei cosiddetti forconi è già curioso che il simbolo delle agitazioni sia un antico strumento di fatica contadina, in un Paese che contadino non lo è più da tempo: uno strumento così vecchio, così manuale e così terribilmente contrastante, dissonante, col mondo sempre più tecnologico dei tablet e degli smartphone.

Poi è vero, nella protesta dei forconi si mescolano forze ed elementi molto eterogenei: si riconoscono logori figuri dell’ultrasinistra, gruppi no-tav, estremisti di destra, orribili neofascisti, i tipacci di casa Pound, agitatori di professione, mestatori prezzolati e molto probabilmente black-block, anarchici insurrezionalisti, provocatori infiltrati al soldo di qualche servizio segreto d’infimo rango.

Tutta robaccia da maneggiare con le molle e da tenere bene alla larga.

Ma c’è anche (o forse soprattutto) molta gente comune. Semplice. Del Nord come del Sud. Che non appartiene a partiti, né di destra né di sinistra. Che non ha più fiducia nei partiti, né di destra né di sinistra. Che semplicemente ne ha piene le tasche. Anzi, le ha vuote: cioè non ha proprio più un soldo in tasca. E probabilmente è la maggioranza.

Per questo vuole sfasciare tutto. Per questo vuole mandare tutti (i politici) a casa. Qualunquista, vero. Ma se per cena non c’è niente da mangiare, lo diventi. Per te che hai solo fame, loro, la casta, diventano tutti uguali.

Non propongono niente, i forconi, è vero. Non hanno una ricetta per i mali del Paese. Non sanno che fare. Solo protestare. È vero. Ma forse non tocca a loro trovare quelle soluzioni che i partiti non sono stati capaci di proporre.

Perciò prima di bollarli, di disprezzarli, di insultarli, di pestarli, di arrestarli, di ammazzarli, e di chiudere gli occhi un’altra volta davanti a tutto questo, forse sarebbe meglio fermarsi ad ascoltarli. A cercare di capirne le ragioni. Se sono spuntati dal nulla, qualcuna ce ne sarà.

Perché, comunque li si giudichi, tra le tante voci dei forconi ce n’è una che si leva più alta di tutte: quella della disperazione. ★

Dicembre, 2013