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Cosa succede dopo l'esclusione dai mondiali

Roberto Bianchin

La sorpresa non è che l'Italia resti fuori dai mondiali di calcio. Questo era abbondantemente previsto. La sorpresa è che qualcuno credesse davvero che ai mondiali l'Italia ci potesse andare con quella dirigenza, con quell'allenatore e con quei giocatori. Il problema infatti è più profondo e va al di là delle mediocri figure di Tavecchio e di Ventura. E' un problema sociale e culturale. Quello di troppi calciatori stranieri di costo bassissimo (ma anche di basso livello) che tolgono spazio ai giovani talenti italiani non consentendo loro di crescere. Nel campionato italiano di calcio, più stranieri che italiani. La Nazionale, di conseguenza, soffre moltissimo.

Enzo Bearzot, allenatore dell'Italia campione del mondo nel 1982 (fonte: Libero Blog).

La sorpresa non è che l’Italia sia fuori dai mondiali di calcio. Quella è amarezza. La sorpresa è che qualcuno credesse davvero che ai mondiali di calcio l’Italia ci potesse andare con quella dirigenza. Con quell’allenatore. Con quei giocatori.

Partiamo dalla dirigenza. Con una premessa: sparare su Carlo Tavecchio è come sparare sulla Croce Rossa. Troppo facile. Come troppo evidente la sua totale inadeguatezza a indossare quel ruolo, anche al di là dell’uso disinvolto della lingua italiana, delle uscite di pessimo gusto, delle gaffes sulle banane, e del fare, altrettanto disinvolto, di alcune condanne del passato in sede penale. Inoltre, peccato non veniale: Ventura se l’è scelto lui. Quindi è colpevole alla pari.

Secondo: Gian Piero Ventura. Per scegliere uno così a guidare la Nazionale italiana di calcio vuol dire che dovevamo davvero essere alla frutta. Che nemmeno un turco o un maltese avrebbero accettato la panchina azzurra. Che non trovavamo altri mister neanche in serie D. Nulla di personale, s’intende. Ma normalmente, nei Paesi normali, o considerati tali, ad allenare la Nazionale si prende un allenatore che ha allenato grandi club e che ha un’adeguata esperienza internazionale, magari anche un tantino vincente.

Orbene, il nebuloso e irascibile Ventura, che al massimo in panca ha guidato la Sampdoria (e alla salvezza, mica allo scudetto), non aveva mai allenato una grande squadra, né in Italia né altrove, e non aveva alcuna esperienza internazionale. Perché mai, in un Paese “normale”, avrebbe dovuto guidare nientemeno che la Nazionale, non avendone alcun titolo di merito? E, aggiungiamo, né personalità, né carisma, né autorevolezza, né alcuna idea di gioco?

Terzo: i giocatori. Non è colpa solo di Tavecchio e di Ventura, sia ben chiaro. E’ colpa anche –quantomeno alla pari- di chi è sceso in campo. Diciamoci la verità: in questo periodo storico, i calciatori italiani sono calciatori modesti. Non solo perché non nascono più i Pirlo, i Totti, i Baggio, i Del Piero. Ma anche perché quelli in attività sono oggettivamente modesti sul piano europeo. Basti un solo esempio, quello delle figuracce che il migliore degli attaccanti del campionato italiano, Ciro Immobile, ha collezionato in tempi recenti quando è andato a giocare all’estero, in Germania prima (Borussia Dortmund) e in Spagna (Siviglia) dopo. Chiaro. Il campionato italiano di calcio non è più tra i migliori in Europa. Ci sovrastano l’Inghilterra, la Spagna, la Germania, talora persino la Francia. Qualcosa vorrà pur dire.

Non nascono più talenti in Italia, sarà vero. Ma, se nascono, non trovano sbocchi. Ecco il nodo che sta dietro l’eliminazione ai mondiali, al di là del presidente, dell’allenatore, di una difesa vecchia e usurata che non è più l’insuperabile muro di una volta, di un centrocampo che non ha più un regista, e di un attacco che non ha più un attaccante degno di questo nome. Il nodo è sociale e culturale.

Non nascono più talenti italiani perché vengono utilizzati, e spesso a capocchia, troppi stranieri. Ci sono squadre, come l’orribile Inter dell’orribile Spalletti, che arrivano a schierare anche undici giocatori stranieri. Non è razzismo, è follia. E masochismo. Anche perché gli stranieri che fanno la differenza, come Higuain, come Dybala, e solo quando sono in vena s’intende, sono una esigua minoranza.

La maggioranza degli stranieri che calcano i terreni del nostro massimo campionato di calcio (non parliamo, per carità, delle serie inferiori), sono dei brocchi. Buoni brocchi, per amor del cielo, onesti faticatori del pallone, anche loro devono vivere, insomma, buoni tanto quanto dei nostri giovanottoni di terza e quarta serie. Ma se le società di calcio privilegiano l’esterofilia imbottendo le squadre di stranieri, un motivo ci sarà: c’è.

E’ che costano molto meno dei giovani talenti italiani, a volte pochissimo, quasi niente. Comperandoli a dieci nei deserti africani e dichiarandone cento riesci a esportare legalmente dei capitali. E se hai fiuto, o fortuna, e nelle miriade di giovanottini sconosciuti che peschi in Africa a costo zero strappandoli alla miseria, ci scappa il campioncino, con la sua vendita sistemi i bilanci e compri casa alle Bahamas. Chissenefrega della Nazionale.

Così finisce che i campioncini italiani, ammesso che ci siano (ci sono, ci sono, è ciclico), non trovino spazi per giocare. E succede, com’è capitato anche a quel disgraziato di Ventura, di far giocare in Nazionale giocatori che non giocano mai, o quasi mai, nelle squadre di appartenenza. Un’altra illogica pazzia. Della serie: cose mai viste su questo pianeta.

Chiudiamo con un’immagine da film dell’orrore. Di fronte ad un tracollo del genere, come l’uscita dell’Italia dai mondiali di calcio dopo sessant’anni, il presidente e l’allenatore del calcio italiano, vale a dire Tavecchio e Ventura, avrebbero dovuto avere il buon gusto, se non l’intelligenza, di presentarsi al novantesimo, scusarsi con gli italiani tutti, e rassegnare immediatamente le dimissioni. Minimo della pena. Questo sarebbe avvenuto in un Paese “normale”. Qui non è avvenuto. Hanno lasciato l’ingrato compito di spiegare qualcosa (ma cosa?) alle lacrime del capitano Gigi Buffon (uomo con la maiuscola), e sono rimasti rintanati e silenziosi aspettando di contrattare una buonuscita milionaria per togliersi finalmente dalle scatole.

Il motivo infatti è gaglioffo. Se i due figuri si fossero dimessi, come lealtà (e non solo sportiva) avrebbe imposto, avrebbero dovuto rinunciare al resto dello stipendio per i mesi a venire (fino a giugno 2018, come da contratto), e alla cospicua liquidazione conseguente. In caso di licenziamento invece (inevitabile del resto), possono trattare, se non mantenere, emolumenti e liquidazione. Anche qui, solo bassi calcoli economici. Dignità zero.

Al di là dei risultati sportivi, che peraltro parlano da soli, c’è una sola parola che accomuna i destini di Tavecchio e di Ventura: miserabili.

LA PAGELLA

Nazionale Italiana di Calcio : voto 4
Carlo Tavecchio: voto 2
Gian Piero Ventura: voto 2

Novembre, 2017