Giù le mani da Casanova messieurs

Giù le mani
da Casanova
messieurs

(r.b.) — Giù le mani da Casanova, messieurs! Sì, perché assomiglia tanto ad uno scippo il tentativo dei francesi di impossessarsi del veneziano più famoso del mondo, Giacomo Casanova, spacciandolo per «uno dei più grandi scrittori francesi»!

Il pretesto per questa banditesca operazione di camuffamento letterario è dato dalla mostra «Casanova, la passion de la liberté», aperta fino al 19 febbraio a Parigi, nelle sale della Biblioteca nazionale di Francia, in cui viene esposto per la prima volta il manoscritto presumibilmente originale della «Histoire de ma vie» (3.700 pagine) acquistato in modo rocambolesco dall’editore tedesco Brockhaus per 7,25 milioni di euro grazie ai soldi messi generosamente a disposizione da un misterioso mecenate rimasto anonimo.

«Casanova est un grand écrivain, l’un de nos plus grand», «Casanova è un grande scrittore, uno dei nostri più grandi», titola a tutta pagina, presentando la mostra, la rivista «Chroniques», organo ufficiale della Bibliothèque Nationale de France, che ha organizzato l’esposizione. Il concetto viene ribadito, in un’intervista, da Antoine de Baecque, giornalista, autore, specialista della storia della cultura francese, che a Casanova ha dedicato un documentario, che è stato diffuso dalla televisione France 5.

Tutto il mondo culturale e letterario francese si è orientato su questa delirante lunghezza d’onda di presentare e promuovere un inesistente “Casanova francese”. Uno scrittore di prima grandezza come Philippe Sollers, studioso di Casanova, autore del libro “Casanova l’admirable” (edizioni Folio), che ha partecipato alle trattative per la vendita del manoscritto e alla firma del contratto relativo presso il ministero della cultura, va anche più oltre. In un’intervista al “Magazine des livres” sostiene che Casanova “è uno dei più grandi scrittori francesi che siano mai esistiti”, “l’un des plus grands écrivains francais”, e lo mette sullo stesso piano dei più importanti del XVIII° secolo, come Voltaire e Rousseau.

Come si dimenticassero tutti improvvisamente che Giacomo Girolamo Casanova, figlio di due attori, Gaetano Casanova e Zanetta Farussi, non è nato a Parigi ma a Venezia, in calle Malipiero, non ha mai avuto alcuna intenzione di prendere la cittadinanza francese, non si è mai sentito francese, e anzi, come scrive di suo pugno all’inizio della “Histoire”, è e si sente semplicemente “venitien”, veneziano. Già, veneziano e basta, nemmeno italiano, perché a quel tempo Venezia era uno Stato e l’Italia non esisteva ancora. “Histoire de Jacques Casanova de Seingalt venitien écrite par lui meme à Dux en Boheme”, “Storia di Giacomo Casanova di Seingalt veneziano scritta da lui stesso a Dux in Boemia”. Così comincia il suo racconto il “venitien” Casanova, che si rivolta di sicuro nella sua tomba -mai trovata- al pensiero che qualcuno lo faccia diventare francese. Per attribuirgli una carta d’identità francese non basta certo quel titolo inesistente di Cavaliere di Seingalt, che si era inventato e dato da solo per garantirsi un più facile accesso alle grandi Corti d’Europa che frequentava e dove aveva bisogno di tutto, di un tetto confortevole, di eleganti abiti nuovi, di camicie di seta, di pietanze prelibate, di cibi pregiati, di donnine gentili e di soldi da spendere.

Lo scippo francese, in realtà, avviene solamente perché Casanova scrive la sua “Histoire” in francese anziché in italiano. Per i francesi basta e avanza per farne uno di loro. Per adottarlo. Quando sarebbe stato molto più corretto, casomai, definirlo uno dei più grandi scrittori “in francese”, intendendo in lingua francese, che è cosa ben diversa dal battezzarlo come uno dei più grandi scrittori “francesi”. Chantal Thomas, storica, saggista, scrittrice, specialista della letteratura del ‘700 e commissaria della mostra su Casanova alla Bibilioteca nazionale di Francia, sostiene, piuttosto spudoratamente, in un’intervista a “Télérama”, che Casanova ha scritto la “Histoire” in francese perché aveva “una vera passione” per la lingua francese, perché era la lingua parlata nella città che “gli importava di più”, cioè Parigi, e perché “sognava” di fermarsi a vivere a Parigi.

Tutte balle. Casanova ha scritto le sue memorie in francese solo perché a quel tempo il francese era la lingua più importante in Europa, la più conosciuta, e lui sperava che in questo modo avrebbe trovato più facilmente un editore e sarebbe stato letto da un maggior numero di persone. Solo una scelta “tecnica” quindi, razionale, pragmatica, funzionale, niente affatto d’amore, né passionale, tanto meno d’adozione. Ma un abile e furbo espediente commerciale. Una scelta mercantile, in questo molto “venitienne”.

A tagliare la testa al toro, sono del resto le sue stesse parole, quelle che mette, chiare e precise, nella introduzione alla sua “Histoire”. Verso la fine della prefazione scrive, ed è un pensiero netto e chiuso tra due punti, non una frase estrapolata da un contesto: “J’ai écrit en francais et non pas en italien parce que la langue francaise est plus répandue que la mienne”. “Ho scritto in francese e non in italiano perché la lingua francese è più diffusa della mia”. Semplice. Chiaro. E soprattutto inequivocabile. Casanova non è mai stato francese. Non lo è e non lo sarà mai. Casanova è sempre e soltanto “venitien”. Giù le mani da Casanova, messieurs!

Dicembre, 2011