Giovani artisti a Sant’Elena

Giovani artisti
a Sant’Elena

Sulla bella mostra La sequenza del fiore di carta

Maria Luisa Pavanini

È illusione dello spettatore d’essere sottratto allo spazio dell’opera d’arte o al tempo di ciò che viene rappresentato. Sempre più spesso invece l’opera è specchio e denuncia non solo della realtà, ma anche di chi guarda. C’è comunicazione di sguardi tra colui che guarda e quello che viene rappresentato. Non possiamo non essere coinvolti su ciò che osserviamo né dalla realtà che viviamo. Non si può, come ammonisce il breve filmato del 1968 di Pier Paolo Pasolini (La sequenza del fiore di carta), fare arte senz’essere responsabili del mondo circostante.

Cristina Falasca, Girotondo – Ghost (2013, installazione, elaborazione sonora, dimensione Variabile, courtesy dell’artista).
Cristina Treppo, Costruzioni (2013, cemento, oggetti di vetro, strutture di ferro, dimensioni variabili, courtesy dell’artista).
Maria Elisabetta Novello, IO SONO QUI (2013 installazione, cenere dimensioni ambientali).
Gianni Moretti Esercizio per «sequenza» (2013, xerografia su carta velina, dimensioni ambientali, courtesy dell’artista,  crediti fotografici Pierluigi Buttò).
Elena Modorati, Dis-cursus (la terza area) (2013, silicone, travertino, cera, carta giapponese, dimensioni variabili, courtesy dell’artista).
Paola Angelini, Paesaggio dal vero (2012, olio su tela, 180x210 cm).

Alcune opere d’arte sono state pietre miliari nel denunciare l’orrore e la crudeltà della guerra, valga per tutte:La fucilazione di Francesco Goya 1808 o Guernica di Picasso 1937, ma anche ad indicare la difficoltà del rapporto tra arte e società.

Questi artisti nella collettiva di Sant’Elena mostrano in modo originale e senza condizionamenti una parte di sé e del loro rapporto col mondo, una soggettiva e personale interpretazione della poetica pasoliniana.

Così la realtà può essere sequenza leggera di volti appena segnati e lasciati ondeggiare nell’aria come nel Girotondo—Ghost di Cristina Falasca, o peso che opprime e schiaccia come nelle Costruzionidi Cristina Treppo e nelle termoformature in polistirene di Gino Sabatini Odoardi. Forse perché il mondo contemporaneo non è mai stato come oggi prodigo di immagini che Maria Elisabetta Novello sente la necessità di rimarcare la sua presenza-assenza nell’opera Io sono qui impressa nella cenere.

Mai come oggi l’arte è libera di esprimersi con mezzi, materiali e contenuti trasgressivi e spesso spiazzanti perché non è più tempo di sogni o di consolazione ma di costruzione, di proposte come indicano l’Esercizio per sequenza di Gianni Moretti o la complessa ragnatela di intreccio di fili di Elena Modorati.

L’autonomia della ricerca estetica di questi giovani, la volontà di sperimentare, di proporre è sinonimo di vitalità, di artisti che non rinunciano al loro ruolo di intellettuali, alla volontà di creare lasciando sul fondo del mare miti metafisici come sembra indicare Paola Angelini in Studio di Paesaggio.

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La sequenza del fiore di carta

Progetto di e a cura di Martina Cavallarin
Coordinamento culturale e scientifico Laura Guadagnin
In collaborazione con WAVEs - scatolabianca INCUBATORE
Incubatore, Campo della Chiesa 3, Sant’Elena, 30132, Venezia
01 novembre – 08 dicembre 2013

Alice Andreoli, Paola Angelini, Federico Arcuri, Boesediva, Maurizio Bongiovanni, Mirko Canesi, Cristina Falasca, Silvia Mariotti, Elena Modorati, Gianni Moretti, Maria Elisabetta Novello, Gino Sabatini Odoardi, Stefano Minzi, Cristina Treppo.

Dalla presentazione di Martina Cavallarin: «La sequenza del fiore di carta è un brevissimo film di Pier Paolo Pasolini del 1968, composto in un intervallo delle riprese del film “Che cosa sono le nuvole?”, della durata 10’.28”. In questo progetto Pasolini si focalizza sull'episodio evangelico del "fico innocente", novella nella quale Cristo vuole cogliere dei fichi, ma essendo marzo l'albero non ha ancora frutti maturi e per questo lo maledice. La fiaba si riallaccia al concetto della "colpevolezza dell'innocenza" affrontata nella tragedia di Sofocle Edipo re. Riccetto, inconsapevole e spensierato protagonista del film, balla in mezzo alla strada al suono del twist portando con sé un grande fiore di carta, simbolo d’innocenza e gioia di vivere, ma anche dell’estraneità degli accadimenti della storia. Per questo motivo Dio lo punisce con la morte: quando Riccetto colpito dalla maledizione di Dio, si riversa al suolo sul suo corpo immobile scorrono le feroci immagini della guerra del Vietnam e dei campi di concentramento nazisti. In un’intervista, Pasolini parlerà in questo modo della breve pellicola: "È un episodio [del Vangelo] che per me è sempre stato molto misterioso e di cui ci sono parecchie interpretazioni contraddittorie. Io l'ho interpretato così: ci sono momenti nella Storia in cui non si può essere innocenti, bisogna essere coscienti; non essere coscienti vuol dire essere colpevoli. Così ho messo Ninetto a camminare per via Nazionale, e mentre egli cammina senza un pensiero e completamente innocente, passano sovrapposte attraverso via Nazionale un certo numero di immagini di alcune delle cose più importanti e pericolose che accadono nel mondo - cose di cui lui non è cosciente, come la guerra del Vietnam, i rapporti tra Est e Ovest e così via: sono solo ombre che gli passano sopra, e di cui lui non sa niente. Poi ad un certo punto si sente, in mezzo al traffico, la voce di Dio che lo incita a sapere, ad essere cosciente, ma come il fico egli non capisce perché è immaturo e innocente, e così alla fine Dio lo condanna e lo fa morire". Ciò che interessa stigmatizzare attraverso la generazione e l’attuazione di un’idea d’arte relazionale, un progetto politico e sociale come la mostra La sequenza del fiore di carta, è la presa di consapevolezza che ogni cittadino naturalmente dovrebbe possedere, ma che l’artista androgino deve contenere alla massima potenza. Non si può essere artista e fare arte esentandosi dalla responsabilità nel nome della soggettività o dell’intimismo, dell’innocenza o di un atteggiamento bohemiene post litteram, sconsiderato e dannoso. Questo è un passaggio incisivo e necessario, un’emergenza da affrontare, una soglia che sancisce la distanza tra poetico e clinico, tra esperienza anteriore e interiore, tra azione e inazione, normalizzazione e omologazione. Nessuno stile particolare dunque, nessun linguaggio prediletto o forma iconografica, ma un unico universo di connessioni artistiche e sociali, un’interattività che comprenda la partecipazione da entrambe le parti, la possibilità dell’abbandono, la temperatura condivisa al servizio delle identità collettive. Afferma Pasolini nel 1974: “Ecco l’angoscia di un uomo della mia generazione, che ha visto la guerra, i nazisti, le SS, che ne ha subito un trauma mai totalmente vinto. Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano appunto le forme tipiche delle ss: e vedo così stendersi sulle nostre città l’ombra orrenda della croce uncinata. Una visione apocalittica, certamente, la mia. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.” (P. P. Pasolini, Genocidio in Lettere Luterane, 1974). L’intenzione è di tornare al valore “partecipativo” che rappresenta il nucleo centrale del concetto pasoliniano espresso sia ne La sequenza del fiore di carta che dà il titolo all’esposizione, che in quest’ultima citazione. Scrive Fabio Mauri sul suo amico e compagno di sempre: Pasolini assisteva alle vicende drammatiche degli amici come alle riprese dei suoi film. Quasi in silenzio. Senza modificare lo svolgimento legale dell’azione. Forse la profondità, riflettevo, quando si fa abitualmente abissale, esclude ogni intervento. Pier Paolo era incapace di recare mezzo conforto agli amici colpiti da dolore “intero”. Assisteva con pietrificata sapienza alla rappresentazione della rovina delle cose». ©Martina Cavallarin

Dicembre, 2013