Gioventù moscovita

Gioventù moscovita

Dall'ultimo libro elettronico pubblicato da I Antichi Editori

Renzo Oliva

Ambientato a Mosca nel 1972,  Gioventù moscovita di Renzo Oliva è un ritratto sincero, appassionato e crudo, di un'epoca e di una donna. Nella capitale dell'impero sovietico, la bellissima Zoja Mandavuškina affascina, lega e perde, soltanto uomini stranieri. Giornalisti italiani in disarmo, giovani e maturi turisti di varia provenienza, compassati imprenditori germanici. Il romanzo racconta la sua evoluzione erotica e sentimentale, da adolescente irrequieta a giovane cortigiana al soldo del Kgb, ricostruendone i passi tra deliquenza di stato, profumi francesi, amiche e rivali, salotti cosmopoliti e camere da letto d'ogni tipo. Zoja sogna il matrimonio ma pratica il meretricio: per sfortuna, per debolezza, per l'irresistibile attrazione che la vita sempre diversa e sempre nuova della cortigiana di lusso, e della spia sotto ricatto, le concede ad ogni calar della sera.

Renzo Oliva, Gioventù Moscovita (I Antichi Editori Venezia, www.iantichieditori.it).

Presentazione,

ovvero irruzione in una casa

in cui non siamo invitati

Mosca, 1972. Invano la primavera sta irrompendo nella capitale. Le stalattiti di ghiaccio, col loro sgocciolìo, contano il tempo che rimane all’inverno per trovare scampo nella fuga; di tanto in tanto un cono opalescente si stacca da una grondaia e piomba al suolo con uno schianto fragoroso, come la statua di uno zar spodestato. Il sole, attraverso la volta del cielo crivellata di colpi, fomenta lotte di luci e ombre tra i palazzi in stile babilonese. E il vento accorre dalle steppe, sfiatandosi in canzoni odorose di lontananza.

Invano, giacché per Zoja Mandavuškina le stagioni non esistono, contano solo i giorni e, soprattutto, le notti. Al trentesimo piano di un grattacielo sul prospetto Lenin, le finestre della sua stanza sono tappate da un tendaggio a fiorami, stinto e intriso di fumo. Zoja dorme profondamente, con una smorfia dolorosa sul viso ancora impiastricciato di cosmetici. Nella penombra sonnolenta bicchieri si affollano, torbidi e vischiosi, sopra il tavolino. Un reggiseno riverso sullo schienale di una poltrona, altri indumenti afflosciati sul pavimento; dal lampadario gronda un paio di mutandine merlettate – un ornamento sopravvissuto alla débauche notturna – pronte a cadere giù al primo soffio d’aria.

Guardate: adesso si torce nel letto, dischiude appena le fessure degli occhi, poi si tira in piedi e, barcollando, prende la via della toilette. Guardate il disordine che impera nella stanza. («L’ultima notte di Pompei!» commenterebbe Lida Petrovna in segno di biasimo.) Dal caos emergono due dettagli: un pacchetto di Winston e un paio di bottiglie vuote di vino francese. Non possono esservi dubbi: stanotte questa magione è stata visitata da un dio: Luidži! «Luidži» – nome sensuale che fa fremere le fanciulle di Mosca al di sopra dei ventisei-ventisette anni, a prescindere dalla loro bellezza, pulizia o dalla loro tariffa. Un maestro d’amore con barbetta da liberale e ciocche di capelli sottili come filigrana a mascherare una precoce calvizia; uno sguardo satiresco dietro una montatura dorata, sempre pronto a sfidare la donzella di turno a misurarsi sulla distesa di un letto in un duello che lascerà entrambi stravolti e soddisfatti.

Ma eccola riaffacciarsi nel vano della porta: zampettando con fare sonnambulesco, a metà strada verso il letto Zoečka inciampa in una bottiglia riversa sul pavimento, per poco non cade. Tra sé e sé mormora una sorda imprecazione: l’incantesimo del sonno è definitivamente rotto. Massaggiandosi il piede, si ridistende sul letto, allunga un braccio, raccoglie un pacchetto di sigarette dal tappeto e se ne accende una. Fuma, avidamente, con gli occhi sgranati. Forse sta cercando di diradare la nebbia che avvolge la sua testolina. Infine si alza, posa la sigaretta su un portacenere stracolmo, si stiracchia e va alla ricerca di uno specchio. Poi si risiede sul letto e nello specchio imparziale esplora le regioni del suo volto (mentre la sigaretta sul portacenere fuma come un’offerta sacrificale sull’ara di una divinità sconosciuta.)

Capelli d’oro fino, una pelle diafana e luminosa, occhi verdi come un lago sperduto tra le foreste del nord, una bocca infantilmente sorridente: un viso d’angelo, sul quale una vita peccaminosa non ha gettato ombre ad eccezione, forse, di lievissime rughe sotto gli occhi, del giallore della nicotina che appanna lo sfavillìo del sorriso.

Ma insomma, chiederà qualche lettore impaziente, chi è mai questa Zoja Mandavuškina?

Difficile dare una risposta univoca. Stando alle voci che circolano su di lei tra gli stranieri accreditati a Mosca, non sarebbe altro che il classico tipo di agente del KGB, in gonnella, eternamente alla ricerca di un buon colpo tale da farla promuovere al grado di capitano. In quegli ambienti – da quel poco che trapela – pare invece, dico pare, che sia sospettata di fare il doppio gioco: di voler cioè, alla prima occasione propizia, accalappiare un marito straniero e filarsela in un paese capitalista. Le prostitute e gli speculatori della via Gor’kij, a loro volta, giurano e spergiurano che Zoja è una che «soffia», altrimenti tutta quella libertà non potrebbe permettersela! (Confondendo un po’ le date, sostengono addirittura che fu proprio lei, con la sua testimonianza decisiva, a far condannare a morte Rokotov, il noto speculatore.)

Quanto a me, io la vedo una ragazza passata – come dicono in russo – «attraverso l’acqua, il fuoco, il tubo di rame e i denti del diavolo». Beh, non un esempio da portare alle nostre sorelle, alle nostre figlie, tuttavia, in qualche modo, un’eroina dei suoi tempi…

Se poi c’è qualcuno desideroso di conoscerla, non gli resta che leggere le pagine seguenti. In fondo, la Mandavuškina io la conoscevo bene…

Marzo, 2016

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