Goetze non sarà mai come Pelé

Goetze non sarà
mai come Pelé

Goetze non sarà mai Pelè. Nemmeno Muller. E neanche Ozil. Ma i nuovi brasiliani sono loro, i tedeschi, proprio quelli che non ti aspetti. Quelli con poca tecnica e zero fantasia (almeno fino a ieri). I panzer, gli scarponi, quelli dal piede ruvido, quelli che non mollano mai, quelli che non si rompono mai, quelli che spintonano, quelli che sparano calcioni, quelli che corrono sempre, fino all’ultimo minuto e anche oltre.

Pelè nel 1960 (partita Malmö-Brazil 1-7 due gol di Pelè; fonte Wikipedia).

Ha meritato, la Germania, di vincere i campionati mondiali di calcio. Non solo perché ha sbeffeggiato il grande favorito, il Brasile, in casa propria, seppellendolo sotto uno storico umiliante 7-1, ma perché è stata squadra. Squadra davvero. Squadra più di tutte le altre. Squadra giovane, seria, solida, compatta, equilibrata, senza fronzoli, costruita nel tempo. Senza fuochi d’artificio, se volete, senza rabone, senza sombreri, senza trivele, senza ricami preziosi, ma con qualità, semplicità, buon senso, tattica, tenuta atletica e sacrificio.

La morale del calcio moderno è che il talento puro non basta più per vincere. Serve dell’altro. Buon senso, tattica, tenuta atletica, sacrificio. Appunto. A volte valgono anche più del talento. Basta guardare al naufragio mondiale dei grandi talenti proprio in questi campionati, da Messi a Neymar, da Iniesta a Cavani, da Cristiano Ronaldo a Balotelli. Meglio Goetze. Chi l’avrebbe mai detto che un mondiale lo avrebbero vinto le riserve?

I brasiliani comunque un loro mondiale lo hanno vinto. E proprio quello che non si aspettavano: quello dell’organizzazione (salvo lievi, perdonabili pecche). È qualcosa che ha del miracoloso in un Paese facilone e disordinato per definizione, dove nulla sembrava a posto sino a un minuto prima del calcio d’inizio. Invece tutto (quasi) ha funzionato. A dispetto delle polemiche di chi contestava (non a torto, in un Paese dove le sacche di povertà sono molte), i molti, troppi soldi spesi per il pallone.

Gli stadi, quelli nuovi e quelli rinnovati, quasi sempre pieni, erano bellissimi. La gente cordiale. Il tifo educato. Le strutture efficienti, poche le proteste anche per trasporti, alberghi e ristoranti. Non ci sono stati incidenti di rilievo né disordini, e nemmeno proteste, manifestazioni, scioperi. Il Paese del pallone (e del carnevale) ha risposto alla sfida mondiale nel modo migliore.

I nodi, è chiaro, verranno al pettine adesso. Sia sul piano sportivo (la ricostruzione della squadra dovrà inevitabilmente ricominciare da zero), sia su quello politico e sociale. Come è giusto che sia come dopo ogni sconfitta. E questa, anche per come è arrivata, è per il Brasile una sconfitta che brucia. Di più. Scotta.

Luglio, 2014