Gol

Gol

Roberto Bianchin

Basterebbe un gol, diceva qualche anno fa una canzoncina che faceva da sigla a un programmino sportivo alla televisione. Un gol, sì. Mica un gollasso, solo un golletto, anche striminzito, anche fortuito. Bastava un golletto per fare felici gli italiani. Bentornate domeniche nel pallone. Bentornato al campionato di calcio che è ricominciato.

Era il campionato più bello del mondo, quello italiano. Era. Quello con gli assi più celebri, coi mister più bravi, con le squadre più blasonate, coi portafogli più gonfi, con più titoli in bacheca. Tutti i più grandi giocatori del mondo dichiaravano a tutti i giornali del mondo che la loro più grande ambizione era quella di venire a giocare in Italia. E dagli altri paesi del mondo ci guardavano con ammirazione e con invidia.

Nessuno pensava che un giorno tutto questo poteva finire. Che non sarebbe stato più così. Che la vita avrebbe preso un’altra piega. Invece è successo. Per motivi (parecchi e diversi) che non è il caso di stare ad analizzare qui, ma è successo.

Oggi il campionato italiano di calcio non è più il più bello del mondo. Gli assi più celebri sono stati venduti per far quadrare i bilanci, e sono andati a giocare all’estero. All’estero, ad allenare, sono andati anche i mister più bravi: da Lippi a Capello, da Ancelotti a Spalletti, da Mancini a Zaccheroni, da Zola a Di Matteo. Le squadre più blasonate non sono più quelle italiane, e i titoli finiscono nelle bacheche di squadre straniere. Anche i nostri portafogli non sono più quelli più gonfi. Sono mezzi vuoti.

Le squadre di calcio italiane, anche le più importanti, sono mezze sepolte dai debiti. I soldi nel calcio oggi li hanno soprattutto gli sceicchi e i magnati russi, che comprano tutto dappertutto, dall’America alla Cina, dall’Inghilterra alla Francia, dall’Italia alla Spagna. L’ultimo tabù, quello della proprietà straniera dei club, è caduto anche in Italia, la terra più attaccata alle proprie identità: la Roma è diventata americana (e pure il Lecco, serie D!), l’Inter è mezza cinese, il Milan è in vendita, e il Venezia (appena salito dai dilettanti) è stato comperato da un russo, di cui nessuno conosce il mestiere, che spera di fare i soldi costruendo il nuovo stadio e accanto al nuovo stadio alberghi e negozi e casinò.

Ma non solo. Altri primati (negativi) ha inanellato il campionato che era il più bello del mondo. L’Italia ha gli stadi più vecchi del mondo. Più malandati del mondo. Più cari del mondo. Più insicuri del mondo. Più luridi e più schifosi del mondo. L’Italia ha le tifoserie peggiori del mondo. Ignoranti, violente, intolleranti, razziste. E le chiacchiere quotidiane intorno al campionato di calcio, nei bar come nei giornali e nelle televisioni, ricalcano tutte questo orribile schema. Abbiamo il campionato peggiore del mondo.

Sì, il campionato peggiore. Perché, come se tutto questo non bastasse, è anche il campionato più corrotto del mondo. Quello dove si comperano impunemente (e al massimo si beccano pene lievi quando non lievissime), partite e calciatori, allenatori e dirigenti, arbitri e guardalinee, squadre e società. Dove si scommette allegramente su partite truccate. Dove i giocatori che hanno truccato le partite scommettono a loro volta sulle stesse partite che hanno manomesso. Dove quei pochi che ogni tanto vengono condannati giocano a passare da vittime, quasi da eroi, spalleggiati da società compiacenti e tifoserie indecenti.

Dove il campionato che era il più bello del mondo comincia sventolando la bandiera della vergogna nazionale, tra squadre penalizzate, giocatori, allenatori e dirigenti condannati. Gente che ha perso la faccia ma non l’ardire di mostrarla. Dove antiche società, un tempo prestigiose e famose per lo stile, la sobrietà, l’eleganza, berciano sfrontate e impudenti come volgari comari. È il caso della Juventus. Dimentica, evidentemente, della signorilità degli Agnelli, ha fatto quello che un gentiluomo come Gianni Agnelli non avrebbe mai fatto.

Ma non solo un gentiluomo come Agnelli. Una qualsiasi e normale società di calcio di un qualsiasi e normale paese civile, non avrebbe difeso a spada tratta (dando la colpa ai giudici) il suo allenatore condannato a dieci mesi di sospensione dal lavoro (un’intera stagione calcistica, tutto un campionato!) per aver truccato le carte. Non lo avrebbe tenuto con sé. Al contrario, una qualsiasi e normale società di calcio di un qualsiasi e normale paese civile, lo avrebbe (giustamente) licenziato in tronco e gli avrebbe chiesto i danni. Inoltre, un qualsiasi e normale allenatore di una qualsiasi e normale società di calcio di un qualsiasi e normale paese civile, dopo una condanna in appello avrebbe dato doverosamente le dimissioni.

Il signor Antonio Conte, allenatore della Juventus condannato a dieci mesi dalla giustizia sportiva, non ha avuto questa sensibilità. Ha risposto, al contrario, con un’intollerabile arroganza. Impari la lezione. E faccia un piacere, si tolga di mezzo. Il calcio italiano non ha bisogno di tipi così. Nemmeno per il campionato peggiore del mondo. ★

Agosto, 2012