Ho conosciuto un angelo

Ho conosciuto
un angelo

Paolo Fiorindo
Lo Giullambro (foto di Samuele Mazzurco).

Che non è quello della foto. La frase del titolo, presa in prestito da una canzone delle Orme, si riferisce a un angelo femmina, mentre quello qui sopra è un diavoletto frenetico, allegro e instancabile. È vestito da giullare perché lo è davvero, oltre che giocoliere e mago: si chiama Giullambro, è un grande e prezioso amico e mi ha invitato anche quest’anno alla Macia di Spilimbergo, una delle più belle feste medievali italiane di cui è diventato apprezzato direttore artistico. Ricchissima e complicatissima (ma solo per chi non ci sa fare) festa in costume, che celebra appunto la Macia, la misura scolpita nel medioevo sulla colonna d’angolo del palazzo a nord, da questa parte della grande piazza prima del castello, dove s’affaccia in mezzo a un grande prato la mole imponente del duomo intitolato all’Assunta. La festa si svolge proprio a cavallo di Ferragosto, il giorno in cui i cattolici ricordano il passaggio diretto dal sonno al Paradiso della Madre di Gesù. Già, la Madonna non è mai morta, per questo il momento di passaggio antecedente all’ascesa è chiamato Dormitio Virginis.

Per cinque giorni, notti comprese, ho lasciato le umidi e afose paludi dell’antica torre dei Da Mosto per questo ben più frizzante borgo friulano, ricco di monumenti d’epoca puliti e restaurati con cura, che veniva da tastarci le pietre tanto sembravano scenografie d’opera. Solito vizio di chi è vissuto nel trucco e non si arrende facilmente alla realtà.

E l’angelo? Calma, una cosa alla volta. Lì ci ero stato invitato come pittore medievale, gotico, cioè del nord Europa, figurandomi pervenuto da quell’area franco belga anglosassone che tanto misterioso brivido mi ha sempre ispirato e m’ispira. Ci avevo portato un inizio di tela (appena più d’una sinopia) alta due metri e mezzo con una Melusina, ispirata a quel romanzo trecentesco di Jean D’Arras, che avevo incontrato per caso anni fa vagabondando in internet. Alla quale avevo aggiunto una coda di sirena, giudicando la sua originale di serpente un pochetto troppo orrida per le migliaia di persone che mi sarebbero passate davanti. Una vera marea umana, quantificata poi dalle cronache dei giornali in trentamila visitatori nei cinque giorni della festa. Chi di feste medievali se ne intende e le frequenta, come i compagni de calza dei Antichi di Venezia e quelli del Siario Medievale di Verona lo sa e non se ne stupisce più. Lì, per Spilimbergo, avevo chiesto al Giullambro, e m’aveva riservato, un bel portico riparato dal sole (e dalla pioggia che stavolta non c’è stata). E lì, giorni interi, a tener bottega d’arte e a far finta di dipingere e a pitturare davvero, attraversando a tratti l’acciottolato del borgo (se resto sempre in bottega mica la vedo davvero la bellezza della festa) intrattenendo e intrattenendoci fra passanti, mercanti, figuranti e artisti. Che chi è pratico di cose medievali ha già capito: un botta di vita, una carica di energia da centellinare poi nelle lunghe giornate della stagione che decade, che intorbida i colori e apre la processione verso le nebbie, le piogge, le brine, e che va a morire per finire poi nel sepolcro gelido dell’inverno. Per rinascere poi, annuale Fenice arsa al fuoco dell’Epifania, la notte tra l’uno e il due febbraio. Quella pagana della dea Brigid, per noi riconvertiti divenuta la Madonna Candelora. La notte in cui la semente di frumento, sottoterra, se non è marcita all’umido, germina e inizia il suo ciclo vitale.

E l’angelo? Ora è il suo momento, ma solo dopo aver introdotto il discorso con Melusina (semidea del Lussemburgo, che diede origine alla stirpe dei Plantageneti e quindi di Artù), e Brigid, antica dea vera cristianizzata in santa Brigida, che conserva nel monastero irlandese di Kildare la quercia sacra e sue diciannove vergini a guardia del fuoco divino. Che non siam qui a smacchiar giaguari neppure noi, ma a tentare di fare cultura popolare, anche, e non solo a raccontare i fatti nostri.

Angelo lo chiamo per comodità, che se vi suggerissi si fosse trattato dell’incarnazione della Dea Bianca celtica magari mi prendereste per matto, poiché apparizioni, o se siete gente di cultura epifanìe, oggi sembrano passate serenamente di moda.

Come evocata da misterico inconscio richiamo, lei, la bianca figura vestita d’azzurrino chiaro (quel colore che nell’antica Roma veniva chiamato veneto) m’apparve di sabato, sul tardo pomeriggio, all’incirca verso l’ora che volge al desìo, giusto per citare padre Dante che sta al medioevo come il cacio sui maccheroni e il pane insipido tocciato nel grasale (grasale, la ciotola ampia in cui i cavalieri Templari mangiavano a due a due con le dita, e che pare aver dato origine alla parola Graal...). Esile e sinuosa, aggraziata ed eterea, coi chiari capelli che le scendevano lisci sulle spalle come quelli delle anguane, più che ai folli folletti che agitavano la piazza m’immaginavo potesse appartenere a una delle schiere angeliche più vicine a Dio: Troni, Kerubim o Seraphim. Entità di pure luce, insostenibile all’occhio umano. Invece no: lei era, è, una creatura reale, in carne e ossa, come me. Ti ricordi di me, mi disse, ci siamo visti l’anno scorso. Sì, le risposi, aggiungendo a testimonianza un particolare che solo lei e io sapevamo.

E poi? Se l’angelo nero è foriero di sventura e quando appare è per annunciare la peste, l’angelo azzurro che messaggio porterà mai? E poi... e poi ripenso che tanti anni fa, quando a Venezia giocavo a far finta di essere un poeta, a chi voleva sapere come rivedermi rispondevo: spegni tutte le luci e sarò di fronte a te. E se invece fosse vero il contario? E poi... e poi basta, che soprappensiero ho raccontato anche troppo, e non so nemmeno se ho fatto bene, che rimango sempre un essere impuro che si nutre di fantasie mitologiche stemperando talora la sua antica malinconia girando tra borghi e piazze nelle feste medievali in costume, che magari ha letto e assimilato tanti libri ma che ancora ignora quel che può far dispiacere a un angelo umano apparso come d’incanto in una calda sera d’estate (dei libri meglio non fidarsi mai del tutto, intesi?). Angelo o femmina angelicata come quelle che popolavano le liriche del Dolce stil novo con cui menestrelli e trovatori (gente scaltra, oltre che colta) intrigavano le dame castellane delle grezze corti in quei secoli oscuri che ci piace rinnovellare a oltranza vestiti di toppe, lacci e corame.

La storia forse non c’è, o forse è così, ma in ogni caso non sono riuscito a tenerla nascosta. E non ci stavo nemmeno pensando più, quando la figura, quella vera, con quel suo sorriso gentile e vagamente mesto, che ancora non sapevo che avrei rinunciato per una volta a idealizzare, si materializzò nuovamente (e inaspettatamente) all’incirca a mezzanotte dal buio del portico di quell’imponente palazzo gotico veneziano che divide a metà il corso tra le due torri della città in cui s’insegna a fare i mosaici. Mi salutò chiamandomi per nome, poi scomparve, poi riapparve alle mie spalle. Ritornerai anche l’anno prossimo? mi chiese. Sorpreso, e senza mascherare un vago stupore, le risposi di sì.

No, non mi sento in diritto di tener segreta un’apparizione, specie quando si ripete.

Fiorindo pictor ringrazia Lo Giullambro (Alessandro Toffanello), la danzatrice bohemien, Donatella dell’Ufficio turistico, la Giuliana, i signori che ci hanno dato la corrente (anche se facciamo i medievali mica siamo nel medioevo), i ragazzi delle vettovaglie e tutta la schiera di mercanti artisti e viaggiatori che hanno fatto della Macia un grande riuscito evento. Salute e trionfo a tutti! Ci si vede in giro, o anche prima, chissà. Dimenticatevi dell’Angelo, è una cosa che non vi riguarda più. ★

Agosto, 2013