Ignoranti

Ignoranti

A volte viene da chiedersi come abbiamo fatto a diventare così ignoranti. E in così poco tempo. Mica eravamo così, noi italiani. Quando Celentano si battezzò come il re degli ignoranti, in fondo non lo eravamo così tanto come adesso. Eravamo meglio. Il molleggiato, come spesso gli è capitato, anticipava i tempi.

Ignoranti lo eravamo davvero alla fine dell’ultima guerra, una sessantina di anni fa. Mica un’eternità, poi. Eravamo ignoranti e con le pezze al culo. Con picchi di analfabetismo, specialmente al Sud, piuttosto elevati.

Gli anni Sessanta (quei favolosi? ma va là!), sarà stato l’effetto della beat generation, del Sessantotto, della rivoluzione sessuale o dei primi spinelli, chissà, ci avevano pericolosamente illusi. Gli analfabeti andavano a scuola (magari non tutti) e gli anziani all’università della terza età. Sui banchi di scuola c’era sempre, comunque, qualcosa da imparare. E qualcosa si imparava.

Il Paese cessava di essere ignorante, almeno in parte, si istruiva, progrediva. Qualcuno diventava anche colto. Si leggevano libri e si ascoltavano dischi, si andava al cinema e al teatro, si frequentavano biblioteche e librerie, si andava ai cineforum (segue dibattito), nei centri civici e alle feste di partito. Scoppiava persino la primavera (breve) del giornalismo italiano.

Insomma, c’era in giro un’aria frizzantina, un venticello di cultura. Una voglia di conoscere. Di saperne di più. Di ragionare, riflettere, discutere e capire. Si iniziava ad andare verso un Paese civile, istruito, dignitosamente colto, dove la cultura diventava patrimonio, se non proprio di tutti, almeno della maggioranza degli italiani. E dove l’ignoranza veniva combattuta (dalla scuola pubblica in primis) e confinata verso sacche sempre più marginali e periferiche.

Questo sembrava. E in parte anche era. Per un po’ di anni lo è stato. Poi però non è andata così. Queste premesse sono svanite. È cambiato tutto. È stato tutto diverso. È andato tutto in un altro modo. Nel modo che nessuno avrebbe pensato. L’Italia, incredibilmente, contro ogni pronostico, è tornata indietro. Clamorosamente indietro. È tornata un paese ignorante. Più ignorante di prima a dispetto dei computer, dei cellulari, dei tablet.

Il Paese ha smarrito la strada della cultura e ha imboccato quella dell’arroganza. È diventata un Paese ignorante e arrogante, volgare, rissoso, rozzo, greve, plebeo, talvolta anche violento. Un Paese che non sa più leggere, che non sa più scrivere, che non sa più parlare, che non sa più nemmeno vestire, dove le donne sembrano zoccole e gli uomini scaricatori di porto.

Sarà che le scuole da decenni non insegnano più nulla. Sarà che le televisioni hanno aperto la strada al peggio e l’hanno propagandato, incensato ed elevato a modello. Sarà che i partiti politici e i governi hanno dato gli esempi peggiori che potevano dare. Sarà che i tempi sono cambiati e che le cose migliori sono andate a farsi benedire, fatto sta che siamo tornati non solo un Paese mediocre ma un Paese incredibilmente (e insopportabilmente) ignorante.

Un Paese che non conosce più il nome di uno scrittore (anche famoso) o il titolo di un libro, che non sa più usare la penna, che non è più capace di usare nemmeno la lingua, ormai paurosamente impoverita e ridotta a un pugno di vocaboli, e che non conosce più l’uso della grammatica, a cominciare da quei maledetti ed eleganti congiuntivi sempre sbagliati.

Sarà anche colpa delle nuove tecnologie, del fatto che non si leggono più i giornali, delle poche parole richieste dall’abitudine dei messaggini e dei cinguettii che hanno omologato e depauperato il linguaggio. Sarà tutto questo complesso di cose, o magari chissà, qualcos’altro ancora. Di chiunque sia la colpa, qualsiasi siano i motivi, tutto questo, alla fine, mette addosso una grande, insopprimibile tristezza. Non c’è niente di peggio del vedere che si torna indietro quando si credeva di essere andati avanti. ★

Giugno, 2012