Il boia la zoccola e l'orango

Il boia
la zoccola
e l'orango

In uno Stato democratico, un qualsiasi Stato democratico — non dico in un Paese civile, sarebbe troppo — la libertà di pensiero, e quindi di opinione e di critica, significa che dev’essere possibile criticare, anche aspramente, chiunque. Chiunque vuol dire chiunque: anche il papa e anche il capo dello Stato. Sempre che le critiche, beninteso — anche le più dure — siano critiche e non offese.

Guillaume Duchenne de Boulogne Esperimenti di Elettrostimolazione

La distinzione non è capziosa. Al contrario, è profonda. Profondissima. Fa la differenza. Per giunta non è difficile da capire, anche per intelligenze non eccelse. Basta fare attenzione alle parole: le parole non sono vento, le parole hanno un peso. Oltre che un significato preciso.

Questo in generale. Scendendo nel particolare, al caso Italia, significa che non ci si deve indignare se c’è qualcuno che si permette di criticare il presidente della Repubblica, attualmente Giorgio Napolitano: «Re Giorgio», come lo chiama, sfottendolo, il giornalista Marco Travaglio in un libro, molto polemico, che gli ha dedicato, in cui lo accusa, sostanzialmente, di aver trasformato una repubblica in una monarchia, per via del suo intromettersi, giudicato eccessivo, nelle vicende della politica italiana.

In effetti, più di un atteggiamento del «monarca ex comunista» Napolitano, è criticabile, almeno secondo il parere di chi scrive. Specie di quelli assunti negli ultimi tempi. Più di un discorso, più di un intervento, più di un comportamento, più di una mossa, più di una decisione. E molte delle sue opinioni sono — sempre secondo chi scrive — francamente discutibili, al punto che diventa assolutamente legittimo — sempre a parere di chi scrive — porsi senza imbarazzi la domanda delle cento pistole: se cioè quell’anziano e ormai iracondo signore napoletano sia davvero adeguato al ruolo che ricopre.

Questo senza cadere — è evidente — nella trappola della stoltezza tesa da quei grillini che lo vogliono in stato d’accusa, senza sapere, nella loro immensa ignoranza (non è un’offesa, ignorare è detto appunto nel senso di non sapere), che per mettere sotto accusa un capo di Stato è necessario che ricorrano delle ben precise condizioni indicate molto chiaramente dalla Costituzione. Condizioni che — è altrettanto evidente — nel caso del pur criticabile Napolitano, non esistono affatto.

Ma in uno Stato democratico dev’essere possibile criticare, anche aspramente, anche le altre alte cariche dello Stato. Per esempio, scendendo nel particolare, anche il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini. Più di un atteggiamento della terza carica dello Stato è infatti parso — almeno a chi scrive — criticabile. Più di un discorso, più di un intervento, più di un comportamento, più di una mossa, più di una decisione. Spesso di parte, quasi sempre sopra le righe. Molte delle sue opinioni sono apparse — sempre a chi scrive — francamente discutibili, al punto che diventa assolutamente legittimo porsi senza imbarazzi la domanda delle cento pistole: se cioè l’aggraziata signora sia davvero adeguata al ruolo che ricopre.

Ma in uno Stato democratico dev’essere possibile criticare, anche aspramente, anche il governo. Compresi i membri del governo, vale a dire i ministri. Per esempio, scendendo nel particolare, anche il ministro dell’integrazione Cécile Kyenge. Credo infatti che debba essere possibile criticare anche lei — come chiunque altro — senza che per questo la critica debba per forza puzzare di razzismo. Più di un atteggiamento del ministro, infatti, è parso — almeno per chi scrive — criticabile. Più di un discorso, più di un intervento, più di un comportamento, più di una mossa, più di una decisione. E molte delle sue opinioni sono apparse — sempre a chi scrive — francamente discutibili, al punto che diventa assolutamente legittimo porsi senza imbarazzi la domanda delle cento pistole: se cioè la simpatica signora sia davvero adeguata al ruolo che ricopre.

Questo per dire che Napolitano, Boldrini, Kyenge, sono e devono essere criticabili come chiunque, e non possono pretendere in alcun modo di godere dell’immunità nei riguardi delle critiche, anche se pesanti.

Ma questo per dire anche — e soprattutto — che in uno Stato democratico, prima ancora che civile, non è possibile dare del «boia» al capo dello Stato, della «zoccola» al presidente della Camera, e dell’«orango» a un ministro. Perché queste non sono più critiche ma offese. Indegne e inaccettabili in un Paese civile prima ancora che in uno Stato democratico. Che trascinano in basso l’immagine di un Paese e di un popolo, la sua vita politica, e per primi coloro che le hanno pronunciate.

La morale è che, prima di Napolitano, Boldrini e Kyenge, a essere totalmente inadeguati in questo Paese sono proprio i firmatari degli insulti: Beppe Grillo e la sua improponibile banda da una parte (che tristezza la deriva del vecchio comico che non fa più ridere), e Salvini e la sua Lega (per fortuna in via di estinzione) dall’altra. ★

Febbraio, 2014