Il buon soldato Ivan per cui la guerra non è mai finita

Il buon soldato Ivan
per cui la guerra
non è mai finita

La storia di un bizzarro personaggio unico in Europa

Roberto Bianchin

Ivan Vesely, settant'anni, dirigente in pensione di un'industria elettrica della Repubblica Ceca, si aggira per paesi e città in occasione delle celebrazioni del centenario della grande guerra, vestito di tutto punto come un soldato dell'Impero austro-ungarico. Che non cessa di rimpiangere. Perché «Cecco Beppe aveva delle buone idee».

Il maresciallo Ivan Vesely dell'Impero austro-ungarico a Kobarid (Caporetto) in Slovenia. (Foto Il Ridotto).
Il maresciallo Vesely a colloquio con alcuni commilitoni davanti al museo della grande guerra di Kobarid. (Foto Il Ridotto).
Ivan Vesely e Roberto Bianchin fraternizzano in una taverna di Kobarid (foto Il Ridotto).
L'autore con un cannone austro-ungarico della prima guerra mondiale nella piazza principale di Kobarid (foto Il Ridotto).

KOBARID (Slovenia) — Cammina diritto, impettito, sorridente, a passi lunghi e ben distesi, il buon soldato Ivan per cui la guerra non è mai finita. Puoi incontrarlo dappertutto, in Austria, in Germania, in Ungheria, in Polonia, in Francia, in Italia, in Croazia, in Slovenia, in Boemia, in Slovacchia, insomma ovunque in Europa, città o paesi, si celebri un qualunque anniversario che abbia un qualcosa a che fare con il conflitto che lui sta ancora vivendo: la prima, rovinosa guerra mondiale del 1915-1918. Si tratti di omaggi ai caduti, di aperture di mostre, di inaugurazioni di musei, il buon soldato Ivan non manca mai.

Vestito di tutto punto, naturalmente. Vestito, sempre, da soldato. Come un soldato di cento anni fa. Come se l’orologio del tempo che sta dentro la sua testa si fosse fermato per sempre in quegli anni. Ivan Vesely, settant’anni, dirigente in pensione di un’industria elettrica della Repubblica Ceca, è un maresciallo. «Maresciallo del cinquantasettesimo reggimento di fanteria dell’esercito Austro-Ungarico», proclama solenne, in un italiano stenterello (con le maiuscole però), irrigidendosi in un buffo saluto militare, la mano destra tesa sul bordo del cappello rigido.

È un uomo alto, robusto, baffetti sottili, occhialini tondi cerchiati d’oro. Porta un pesante cappottone grigioverde, ovviamente militare, lungo fino alle caviglie, e un curioso cappello nero, cilindrico, con dei fregi dorati e una stella alpina d’argento appuntata a sinistra. Grigi sono anche la giacca e i pantaloni. È una divisa militare molto sobria, fatta eccezione per un piccolo particolare: il taglio vezzoso, sinuoso, delle tasche. Al collo ha delle mostrine verdi e gialle, e sulla spalla sinistra un numero, il 2, quello della sua matricola. Il petto è gonfio di medaglie: quattro. Tre, al valor militare, sulla parte sinistra, «quella del cuore» spiega, sorridendo sempre. Una ballonzola al centro del petto: la più preziosa, la croce di guerra.

Una sua caratteristica, che lo rende un personaggio assolutamente unico, è che lui rimane vestito sempre così, tutto il tempo, nei posti dove va. Arriva, si ferma e riparte sempre vestito da soldato. Sta così anche al bar, al ristorante, in albergo e per le strade, dove saluta sempre tutti, molto educatamente, pur senza dimenticare di fermarsi ogni tanto per impartire nella sua lingua ordini severissimi e precisi alla sua truppa immaginaria. Proprio come se la battaglia dovesse cominciare da un momento all’altro.

Qui a Kobarid, che poi sarebbe nient’altro che la celeberrima Caporetto, ma si trova in Slovenia (una ventina di chilometri dal confine) e non in Italia come molti credono, è venuto per presenziare all’inaugurazione di un’interessante mostra fotografica sull’aviazione dell’Impero austro-ungarico, allestita nel museo della grande guerra, il più premiato e visitato della Slovenia, che sorge in un’elegante palazzina nel centro del paese, e presenta, insieme a una ricchissima documentazione sul conflitto, una ricostruzione storica molto oggettiva sui giorni e le battaglie della grande guerra. Ma l’anno scorso era a Feltre, il buon soldato Ivan, e due anni prima l’abbiamo incontrato sul monte Lagazuoi, vicino a Cortina, fra le trincee restaurate, per l’apertura del museo all’aperto della grande guerra.

Ama la guerra, dato che continua a farla, il buon soldato Ivan, ed è apertamente un nostalgico del grande Impero austro-ungarico, come egli stesso ci racconta, perché «a quel tempo si stava meglio, tutti i popoli d’ Europa stavano meglio sotto l’Impero, e tutto funzionava bene». Ma anche perché «Cecco Beppe (lo dice così, in italiano) aveva delle buone idee! Sì, sì, proprio buone idee, che servirebbero anche oggi… ah, magari ci fossero ancora persone come lui a guidare le sorti dell’Europa! Prosit». Prosit. (Il primo brindisi, in una taverna nella piazza principale di Kobarid, è con una formidabile grappa slovena. I successivi anche).

Ma benché nostalgico e guerrafondaio, il buon soldato Ivan è un buon uomo. Un uomo buono. Un bonaccione, si potrebbe dire. Lo si capisce dallo sguardo, chiaro, limpido e mite. Ma anche dai gesti e dalle parole. Lui va ovunque a rendere omaggio a «tutti» i soldati della grande guerra, non solo a quelli del suo Impero. E il suo slancio cameratesco è genuino. Una volta — racconta e mi mostra delle foto da uno di tanti piccoli album che tiene in tasca — è venuto anche in Italia, in Toscana, per fare una tomba, che ha costruito con le sue mani, a un soldato italiano che non l’aveva.

Se ne va da solo, senza esercito, nella gelida notte slovena, il cappello di traverso, il passo un po’ meno marziale di quand’era arrivato. Prosit, buon soldato Ivan. E alla prossima battaglia. ★

Gennaio, 2014