Il divoratore

Il divoratore

Luca Colferai

Di solito, nella vita, nella storia, nella fantasia persino, gli ultimi giorni dei grandi condottieri falliti sono giorni di vecchiezza, disperazione, solitudine, e pugnalate congiurate (alla schiena). Quando la nave affonda, i topi scappano, e qualcuno morde a morte la mano del padrone. Nel caso del Papi, in giacca e pulloverino girocollo blu scuro scuro (che smagrisce ma fa però tanto fascetto o buttafuori, al limite ragioniere trasgressivo) invece no. È circondato da amici, da fidanzate, da familiari, da sostenitori, che gli si stringono addosso con maggior forza nel momento della disgrazia.

Ciò fa sorgere alcuni dilettevoli pensieri. Il primo. Forse il Papi non è un grande condottiero. Gaio Giulio Cesare, che fu pugnalato per ventitrè volte da quasi tutti amici, sostenitori, e anche un figlio, è decisamente una figura molto lontana nel tempo e nella statura rispetto all'umana ventura contemporanea di Silvio. Il secondo. Forse la rete di interessi personali - molti pietosamente inconfessabili - che legano insieme fidanzate, familiari e famigli, amici e seguaci, è così forte da non permette a nessuno di loro di abbandonare la nave. Né tanto meno di azzannare la mano che generosamente li ha allevati, nutriti e tenuti al guinzaglio. Il terzo. Forse la visione del futuro e della terra promessi dal Papi sono così forti da convincere ancora i suoi amici i suoi sostenitori i suoi seguaci le sue fidanzate i suoi famigli e familiari che vale la pena lottare fino all'ultimo. Sinceramente non siamo riusciti mai a vedere questo futuro e questa terra promessi, nemmeno dopo vent'anni di governo personale del Papi. Forse la nostra miopia è cecità: ma ci sembra di scorgere solo delle macerie nella nebbia e nel polverone sollevati alla fine del ventennio.

Comunque sia, è bello pensare a tanta dedizione dimostrata ad un anziano signore artefice di innumerevoli malefatte ed errori, capace di portare a sé torpedoni di anziani sostenitori nel cuore di Roma in un afosissimo pomeriggio d'agosto. Soprattutto perché il Papi ha dimostrato negli anni di consumare con impietosa costanza i suoi adepti. Se ricordate nella memoria i simulacri che lo hanno accompagnato fedelmente nella sua ascesa economica mediatica politica, essi sono ormai defilati dietro le quinte, alcuni definitivamente giubilati e svaniti, invecchiati, svaporati, altri ancora vivi e parlanti ma come svuotati e zombificati. Forse lautamente compensati, ma sicuramente spremuti.

Alcuni sono stati trasformati da alleati di comodo a nemici, sbaragliati, finiti. Altri dapprima delfinati, poi sbertucciati e quindi platealmente annichiliti. Altri ancora odiati ma usati ancora e sempre. Non conviene tanto stare stretti al Papi, si rischia di perdere l'anima, ma c'è chi continua a farlo. E i legami che da cui sono stretti sono così forti che essi sfidano l'asfissia e la vergogna senza alcuna tema.

L'ultimo pensiero di questa dilettevole catenina di piccoli argomenti va all'unico nome che compare in questo breve cicaleccio: Marina Berlusconi. La figlia prediletta del Papi, di cui segue le orme fedelissimamente surclassando modernamente il fratello (cui nonostante tutto e forse anche per questo va sempre la nostra simpatia umana) è destinata alla successione del suo papà alla guida del partito e poi, così sperano e forse riescono, del paese. Sorvolando sulle considerazioni umane (ma insomma! la figlia), politiche (che titoli avrà?), etiche (ma è stata coimputata del suo papà nello stesso processo per cui adesso lui è stato condannato!), estetiche (ma è più plastificata di lui!); resta una considerazione tragica: il cerchio dei simulacri si stringe fortissimo, e come un novello Crono, il Papi comincia a divorare i suoi figli per continuare ad esistere. Buon appetito! ★

Agosto, 2013