Il doge decapitato

Il doge decapitato

Una tragica congiura che piacque tanto ai romantici

Nella serata di venerdì 17 aprile 1355, il doge destituito Marin Falier è stato decapitato sulla scala principale del Palazzo Ducale, proprio sul ripiano dove i dogi sono soliti giurare la loro Promissione all'inizio del mandato. Subito dopo la spada insanguinata è pubblicamente mostrata al popolo accorso in Piazzetta: «Vardé tuti! L'è stà fata giustizia del traditor!». Il corpo del condannato viene esposto per un giorno nella Sala del Piovego, disteso su una stuoia e con accanto la testa tagliata.

Eugène Delacroix (1798–1863), Esecuzione capitale del doge Marin Faliero (olio su tela 145 × 137 cm, Wallace Collection, London) (fonte Wikipedia).

VENEZIA (l.c.) — Gli altri condannati per la sventata congiura sono stati impiccati il giorno prima, il 16 aprile: i principali tra le due colonne rosse della Loggia del Palazzo Ducale; i minori tra le colonne di Marco e Todaro, sul Molo.

Terminava così un tentativo di colpo di stato su cui gli storici, i commentatori, e persino i letterati hanno avuto spesso da ridire.

Martire della ragion stato? Vittima dell'oligarchia? Agnello sacrificale dell'onore?

In quegli anni Venezia combatteva contro Genova una rovinosa guerra ricca solo di sconfitte; nelle città italiane si passava dai comuni alle signorie; la peste nera era passata solo da poco e la struttura sociale non era proprio stabile.

D'illustrissima famiglia, Marin Falier aveva condotto una carriera solida e usuale per un futuro doge: ambascerie di rilievo, comando della flotta, partecipazione al Consiglio dei Dieci.

Sembra difficile che un vecchio leone aduso al comando, alla diplomazia e all'intrigo, possa essersi tanto adontato, come vuole la tradizione scollacciata e riduttiva, perché alcuni giovani nobili l'avevano preso in giro senza poi esser adeguatamente puniti: «Marin Falier, da la bea mugier, altri la galde lu la mantien» e «Beco Marin Falier della bela moier, la mogie del doxe Falier, se fa foter par so piaser». E da ciò abbia tratto l'ispirazione di rovesciare l'ordinamento politico della città.

Sembra anche curioso trasformare Marin Falier in un martire della lotta alla tirannia (in questo caso il dominio del Consiglio dei Dieci) come fece Gaetano Donizetti nella sua tragedia lirica liberamente ispirata alla vicenda, su libretto di Giovanni Emanuele Bidera, rappresentata per la prima volta al Théâtre Italien di Parigi il 12 marzo 1835.

Il soggetto medievale, sanguinario, ribellista, erotico, passionale, violento era perfetto per la sensibilità romantica e infatti il primo a recuperarlo dall'oblio fu Lord Byron nell'omonima tragedia storica in cinque atti (sembra molto noiosa anche per i contemporanei). L'opera, destinata ad essere letta più che recitata, fu pubblicata e rappresentata nel 1821, poi tradotta in francese nel 1820 e in italiano nel 1838. Lord Byron s'Ispirò per la trama alle Vite dei Dogi di Marin Faliero (pubblicate solo nel 1733) e poi di suo mise a punto la mistura di vendetta personale, golpe d'onore, oppressione tirannica, passione d'amore, che intrigò anche il contemporaneo Casimir Delavigne (poeta e drammaturgo francese di vaglia che ne fece un dramma nel 1829) e E. T. A. Hoffmann che ne fece un racconto.

Oltre che decapitato, Marin Falier fu condannato postumo ad una bizzarra cancellazione della memoria (damnatio memoriae): cancellato sì, ma ricordato moltissimo però.

Il giorno della sua condanna a morte divenne subito festa nazionale, con presenza del doge. E nel 1366 si fece cancellare il suo ritratto nella sala del Maggior Consiglio con un'iscrizione «Hic fuit locus ser Marini Faletri, decapitati pro crimine proditionis» («Questo fu il posto di Marin Falier, decapitato per tradimento), che dopo l'incendio del 1577 fu sostituito con un drappo nero dipinto, con la scritta: «Hic est locus Marini Faletri, decapitati pro criminibus». Notare il presente al posto del passato e la scomparsa del tipo di crimine.

La congiura del 15 aprile 1355 nella sua macchinazione era semplice e cruenta, forse troppo semplice e troppo cruenta, (ricalca parimenti e di necessità la consimile congiura di Baiamonte Tiepolo, Marco Querini e Badoero Badoer, il 14 giugno 1310): giungere all'alba in Piazza San Marco dalle Mercerie, irrompere in Palazzo Ducale, attendere e sterminare tutti i nobili ivi presenti e successivamente setacciare la città per eliminare i superstiti. A differenza della precedente, i mandanti e gli autori del massacro sarebbero stati borghesi e popolani.

Ma le voci corrono e nessun segreto rimane tale se a saperlo sono più d'uno: la congiura viene scoperta il giorno prima. All'impronta Marin Faliero tentò di minimizzare, invano. La macchina della giustizia veneziana si mise in moto celermente, e gruppi di lealisti armati presidiarono il Palazzo Ducale. Il 17 aprile il doge viene processato in contumacia (è rinchiuso nel suo appartamento) condannato a morte all'unanimità (il Consiglio dei Dieci più una Giunta di venti nobili) reo di alto tradimento. La motivazione della sentenza non venne trascritta nei pubblici registi, al suo posto un non scribatur; similmente la campana che ne annunciò l'avvenuta esecuzione fu privata del batacchio e deposta nella basilica. Si dice che il sepolcro, ormai cenotafio, dopo esser servito persino da vasca idraulica, si trovi oggi nel portico esterno del Fontego dei Turchi.

Alcuni brani dal Marino Faliero di Bidera e Donizetti:

Scena Ottava

[…] CORO DEI CONGIURATI
Il palco è a noi trionfo,
e l'ascendiam ridenti:
ma il sangue dei valenti
perduto non sarà.
Verran seguaci a noi
i martiri e gli eroi:
e s'anche avverso ed empio
il fato a lor sarà,
lasciamo ancor l'esempio
com'a morir si va.

Scena nona
(I Dieci, Leoni, Faliero e Guardie)

LEONI Perché, doge (che tal sei finché il serto
più che reale sul tuo crine è avvinto),
traditor farti?

FALIERO È traditor chi è vinto
e tal son io. S'opprime
da voi popolo e prence. Alto guardai
la tirannia e di sfidarla osai.

LEONI Avrai degna la pena.
(legge la sentenza)
«Falier già doge di Venezia e conte
di Val Marino
condanniamo a morte
di fellonia convinto.
Dell'aula nel recinto ove dei dogi
stan l'effigie gloriose egli abbia un nero
vel, e queste d'infamia note»...

FALIERO Ah! tristi!
Gli estinti anche insultate? E chi? Faliero!
E se Falier non era
sedereste voi qui? Voi... (d'ira io fremo!)
Schiavi de' turchi alle catene e al remo.
A me note d'infamia?
Ma sulle torri dell'Europa ov'io
piantai le insegne del lione alato
ivi scritta si mostra,
stolti! non già l'infamia mia; la vostra.

LEONI È troppo. Appiè del trono
deponi tosto la ducal corona.

FALIERO A terra, a terra, abominata insegna
d'infamia: io ti calpesto. Iniqua
crudel città, non t'allegrar del fato
di questo vecchio. Già l'ore in silenzio
stan generando l'ultimo tuo giorno.
Muta sarà tua morte! Di signore
sarai vil mercenaria, infame serva,
vituperio d'Italia unqua non visto.
(ai giudici)
Finiste, o dieci. Al mio morir io presso
solo esser vo'. Lasciatemi a me stesso.
(partono i dieci).

(http://www.librettidopera.it/marino/pdf.html)

Aprile, 2013