Il domatore di principesse

Il domatore di principesse

Dall'ultimo libro elettronico e di carta
pubblicato da I Antichi Editori

Roberto Bianchin

Guardava le foglie cadute che un vento dispettoso faceva danzare sul lungomare. Sembrava che giocassero. Disegnavano dei cerchi sempre più stretti, vorticosi, come se fossero guidate da fili invisibili in un matto girotondo. La stupì che non finissero in acqua. Stavano sempre lì, a ballare strette, su un fazzoletto di marciapiede, senza andare mai a perdersi altrove. Si domandò se era il vento a volere così. O se erano loro, le foglie, che lo avevano deciso.

Roberto Bianchin, Il domatore di principesse (I Antichi Editori Venezia, www.iantichieditori.it).

Chissà se anche le foglie morte pensano.

Non aveva fretta, Michelle. Era un po’ di tempo che non aveva più fretta. Che la sua vita non andava più di corsa. Che aveva rallentato. Ritmi, respiri e battiti del cuore. Anche la carrozzina bianca e azzurra che aveva davanti, con dentro il nipotino che dormiva, la spingeva piano, spostando con cura le piccole ruote per non calpestare le foglie ballerine. Ci stava molto attenta. Era un gioco che ripeteva da quando era bambina, da quando andava col triciclo. Un gioco innocente. Che però, dopo un poco, l’annoiava. Allora la bambina buona diventava cattiva all’improvviso. Senza sapere perché. Per noia, forse. E dopo avere schivato, con una precisione meticolosa, migliaia di foglie, girava apposta il manubrio del triciclo, spingeva forte sui pedali e le distruggeva tutte, passandoci sopra più volte, con perfidia, fino a che non restavano che briciole scure e polvere sottile sulle pietre del selciato.

Provava un piacere quasi sadico nel sentire il rumore di biscotti rotti che facevano le foglie spezzate sotto le ruote della sua piccola bici. Le sembrava che le foglie gridassero per il dolore, e lei ne era contenta. Ma poi si pentiva subito, piangeva, batteva i pugni sul manubrio e chiedeva scusa agli alberi e alle foglie.

Adesso ce n’erano tantissime sul lungomare. Tutte marroni, piccole e grandi, tonde e allungate, fatte a rombo e a cuoricino. Stava cominciando l’autunno. Gli alberi, oramai quasi spogli, allungavano i loro rami come grandi braccia nude sulla spiaggia. Era quieto il mare, la giornata era limpida e ventosa, e c’era un sole ancora tiepido. Due vele arabescate incrociavano al largo. C’era poca gente in giro, il bimbo, in carrozzina, dormiva beato.

Anche il suo animo era in pace. La stagione delle tempeste era finita da un pezzo. A questo pensò Michelle guardando il sole alto e tondo nel centro della baia. La lunga coda dell’estate sembrava non volesse mai finire. Due ragazzi facevano il bagno laggiù, in fondo alla spiaggia quasi deserta, li vide che entravano mano nella mano nell’acqua ferma come la stagnola dei presepi. Li guardò ridere, avvicinarsi e poi baciarsi prima di immergersi piano, dolcemente, senza sollevare uno spruzzo. Distolse lo sguardo e sorrise. Quante volte, pensò, quand’ero ragazza.

Si voltò, si accarezzò i capelli e si specchiò nella vetrina di un negozio d’antiquariato. Non guardò i vecchi mobili di mogano chiaro che pure le piacevano. Si guardò. E si piacque ancora. Senza emozione ma si piacque. Di un piacere sottile, misurato. Gli anni erano passati, erano volati inquieti e veloci. Ma si vide ancora bella. Bella come poteva esserlo una signora della sua età, che nonostante le ferite era contenta di essere arrivata, in qualche modo, al porto sicuro dell’età matura. Senza avere messo mai la testa a posto. Forse meno intrigante, adesso. Ma ancora bella ed elegante. Si sorrise di un sorriso pacato. Appagato.

Senz’ombre. O almeno si sforzò, stirando gli angoli della bocca, di non farle apparire. Non faceva più molta fatica a chiudere la porta in faccia ai rimpianti quando bussavano. Aveva imparato. E si era adeguata a far derivare dai sogni che non si avverano mai solide ragioni per continuare a vivere. Come le aveva insegnato Bashur, il suo amico marinaio, nelle notti di tempesta in cui navigavano insieme, si era adattata. Forse anche rassegnata. Comunque rasserenata. Per quanto possibile. Anche se a volte, specie certe mattine, tutto quello che le girava intorno le sembrava insopportabile.

I pochi passanti frettolosi, ragazzi usciti da scuola con i libri sottobraccio, impiegati degli uffici con le borse di pelle firmate, donne con i sacchetti della spesa, le passavano accanto fingendo di non riconoscerla. Per discrezione. In fondo sembrava solo una nonna, una nonna giovane, una delle tante, di quelle che portano a passeggio il nipotino aspettando che tornino a casa i genitori. Questo la faceva sorridere. Ricordava il fastidio di quand’era giovane e non poteva passeggiare tranquillamente sul lungomare come faceva adesso, senza venire inseguita da stormi di fotografi, giornalisti, cameramen delle televisioni, cacciatori d’autografi, curiosi, perdigiorno e spasimanti. Adesso che poteva, respirava a fondo quel piacere che non aveva mai potuto permettersi. Che i ruoli e le circostanze della vita le avevano sempre negato. Piacere semplice, in fondo, semplicissimo, da gente comune. Di una normale, banalissima passeggiata in santa pace, sola con i suoi pensieri. Piacere di godersi quella giornata di sole e di vento, il sonno senza angosce del nipotino. Di giocare con le foglie. Di non avere fretta né voglia di tornare a casa. Del resto non aveva più niente da fare. Anche la stagione degli impegni, quelli politici, quelli mondani, quelli di palazzo, era tramontata. Meglio così, pensò. Da questo punto di vista, almeno, nessun rimpianto.

C’erano due pescatori sul molo. Uomini di una certa età. Stavano seduti su dei seggiolini da campeggio, la canna infilzata tra le fessure del selciato, il filo teso, buttato al largo. Sbirciò nel cestello di vimini che tenevano accanto al seggiolino se avessero pescato qualcosa, vide solo un paio di seppie, piccoline, che avevano strisciato il fondo di una sottile riga nera.

Accennò un saluto e si allontanò, i pescatori le risposero con un sorriso. Adesso il vento era cresciuto, si era fatto prepotente, e insieme alle foglie cadute dagli alberi portava a passeggio sul lungomare i resti delle vite delle case, cartacce di prosciutti e fogli di giornale, fazzoletti di carta strapazzati e brandelli di sacchetti di plastica. Ce l’aveva in faccia il vento e cominciava a darle fastidio. Coprì il nipotino, che continuava a dormire, con una copertina ricamata di colore azzurro che aveva messo, ben piegata, ai piedi del lettino, e pensò di tornare indietro. Non vorrei che il piccolo mi prendesse un raffreddore, si disse, quella rompiscatole di sua madre non me lo perdonerebbe mai, aggiunse con un mezzo sorriso. Era un sorriso buono, stavolta, quasi complice.

Girò la carrozzina e si chinò per togliere una carta che spinta dal vento si era impigliata in una ruota. Una di quelle davanti, la sinistra. Era un manifestino colorato. Stava per buttarlo, ma si fermò. Prima di fargli continuare la sua corsa coi fogli e le cartacce, l’occhio le cadde sui colori e vi restò prigioniero. Erano colori forti, accesi, nei toni del rosso, del giallo e del blu. Il manifestino era stropicciato, passato di mano in mano, lacerato su un bordo e lavato dalla pioggia. Si vede che erano giorni che il vento se lo portava in giro. Si vedevano animali, tigri, leoni e cammelli, e acrobati e pagliacci. Era la pubblicità di un circo. Questo attirò la sua attenzione. Perché il circo era stato parte della sua vita. Una parte importante.

Mai dimenticata.

(potete leggere il seguito acquistando il libro: www.iantichieditori.it)

Maggio, 2016