Il fantasma del Venerdì 13

Il fantasma
del Venerdì 13

La quinta festa della vendemmia alla Distilleria Bottega

Paolo Fiorindo

Venerdì 13 settembre 2013, ore 16.30, stazione di Pianzano di Godega di Sant’Urbano. Sto aspettando l’arrivo del treno da Venezia coi compagni di Calza per poi andare alle Distillerie Bottega, per la festa della vendemmia.

Quinta Vendemmia Bottega, il Fantasma e le Ninfe de I Antichi tra le vigne.

Dopo dieci-quindici minuti treni in arrivo zero, anzi uno, ma dalla parte opposta, stazione quasi chiusa e deserta. C’è un signore che cammina su e giù: scusi, gli chiedo, dovrebbe arrivare un treno da Venezia. No, risponde, l’hanno soppresso, l’ha annunciato l’altoparlante mezz’ora fa.

Oh bella, adesso li chiamo, voglio sapere. La locomotrice è scoppiata in corsa, mi dice Luca, forse l’abbiamo fatta scoppiare noi (e ride)... ci hanno messo su un altro treno, siamo ancora a Mestre, sbarcheremo a Conegliano, o a Sacile, non so, poi ci verranno a pendere. Tu intanto vai a Bibano.

Bene, penso, io intanto mi preparo avanti.

Per andare a Bibano non serve che faccia il giro per le Quattro strade, mi dice l’uomo della ferrovia, torni indietro e giri a sinistra dopo la chiesa, prenda per Orsago, da qui sono due chilometri.
Ok, obbedisco, e m’intrufolo nella campagna. Ecco Bibano. Semplice no? No.

Giro a sinistra, a occhio. Bibano di sopra, un cavalcavia sopra una strada, attorno un oceano di vigneti. Poi un cartello col nome di un altro paese. Sbagliato strada, dietro front. Non vedo bar aperti, né gente per strada a cui chiedere. Ripiego sul sicuro: ci sarà una chiesa, e dove c’è una chiesa c’è un prete, un nonzolo, un sacrestano, una perpetua, loro sapranno indicarmi. E poi queste zone dovrei conoscerle bene, ci ho lavorato per anni. Ecco la chiesa, ma l’ho presa dal retro. Cerco di girarmi ma è senso unico e non c’è via d’uscita. Quindi continuo per questa strada, ma prosegue in mezzo ai vigneti. Devo girarmi, ecco una piazzola. Davanti a una delle case in giardino c’è gente attorno a un tavolino. Scusate, devo essermi perso, per andare alle Distillerie Bottega che strada devo fare?

Torni indietro, mi dice una gentilissima ragazza bionda, dopo la chiesa a destra, Bibano di sotto, dove inizia il rettilineo vedrà in sinistra un grande fabbricato bianco. È lì, ma c’è da fare anche una stradina. Beh, insomma eccomi qui arrivato, in avanscoperta per primo. Entro, vedo tante belle ragazze, mi presento a quel signore gentile che ha l’aria di essere il capo: sono uno della Compagnia de Calza, aspetto qui che arrivino gli altri.

Ma non dovevate essere in costume? mi risponde. Be', in effetti, col cappello celeste da spiaggia e la camicia gialla non sono proprio in tenuta né cinque né settecentesca. Ma non posso nemmeno girare per le campagne trevisane con pizzi e jabot, se mi ferma un vigile poi che gli dico? E poi noi veneziani alle feste la maschera ce la togliamo, mica l’indossiamo.

Comunque ci siamo: arrivano gli altri, baci e abbracci che è un po’ che non ci vediamo. E poi la festa.

I nobili veneziani della Calza, coi loro costumi fini e sgargianti, s’inoltrano nelle vigne. Le ragazze in calzetta gialloviolarossa e camiciola candida, davvero molto intriganti e sexy, io tutto in nero. Che fa molto Ottocento crepuscolare. Sento una signora che dice, additandomi: chi è quello, il boia? No signora illustrissima, perdoni la mia impertinenza, le rispondo avvicinandomi, ma qui mi pregio di raffigurare il fantasma del poeta dell’Ode alla sera, il Foscolo insomma.

Calati nella parte che più ci esalta, imbocchiamo le ragazze di grappoli turgidi e vellutati di uva moscata, e i fotografi e i cineamatori si scatenano. C’è la Rai e Alessandro Ongarato del TG5, e altri che non conosco. Poi la gara di vendemmia, poi la pigiatura nei tini con le ragazze a piedi nudi, come da tradizione.

Sandro Bottega, instancabile folletto, cattura tutti con la sua verve esuberante e precisa: italiano e inglese, fifty fifty, ci trascina nella magica rurale atmosfera della vendemmia. Lì è facile incantarsi, tra l’ex convento e i filari di vite pregni di grappoli gonfi e sensuali che a vederli anche Bacco in persona rimarrebbe incantato. No, non sto facendo propaganda, mi pareva davvero di essere nel paese di Cuccagna, ma non in quello della stampa del Remondini al Museo Civico di Bassano (quella dove chi manco lavora più guadagna). No qui c’è lavoro, tanto, organizzato e meticoloso, fatto con passione e intelligenza, che col vino non si scherza. La terra, trattata bene, è generosa di frutti e soprattutto dà energia, e la vendemmia premia chi la ama e sa curarla nel modo giusto. Vino bibant homines, animantia ceterae fontes, recita l’adagio. Il vino è per chi ha intelletto e immaginazione insomma.

Il Sandro,ora attore, ora capocomico, ora regista, ora tutte e tre le cose insieme (oltre che paròn de casa) incarica il Luca di presentare il tenore Francesco Grollo e il pianista Federico Brunello, primizie trevigiane della musica che conta, che senza amplificazione (unplugged si direbbe oggi) c’incantano col concertino che finisce in gloria con la Mattinata di Leoncavallo. Ma ormai siamo al crepuscolo, che qui tra musiche, delicatezze prelibate e ombre serene sembra di essere nell’Annwn, il paradiso celtico.

Tu, vestito di nero, qui, col buio che sta calando, se t’incontrassi da sola... brrr! mi fa una ragazza vispa e caruccia, alta come me, che mi ricorda d’un tratto un altro personaggio, la Biondina in gondoleta, nata proprio qui vicino dalla penna del Lamberti e diventata famosa cantata in tutto il mondo. Poi tenta di sollevarmi la mascherina nera con la lacrima di vetro per vedere sotto: eh no, senza mistero che fantasma veneziano sarei?

Intanto la merenda, poi la cena nel parco, entrambe opera del cuoco sopraffino. E i frizzi, i lazi, le boutade, i balli, le poesie e, ducis in fundo, la nobile arte rinascimentale della barzelletta o frottola in cui Aldo (el mitico pitima) ci esalta con la sua verve migliore. Mentre il Sandro traduce tutto per gli ospiti arrivati dai quatto angoli del mondo. Venezia è n sogno, ma anche un modo di comunicare, di commerciare, di arricchirsi nell’incontro e nello scambio reciproco fa le culture dei popoli del mondo.

Magia della terra e del vino, dell’uva e della grappa (lo sapete o no che durante la vendemmia bisogna bere almeno un sorso di grappa? Perché? Perché a ua a vol basar so fia, l’uva vuol baciare sua figlia!),

E poi? E poi mi sono lasciato andare anch’io, ricordo bene tutto ma così, come in un sogno interminabile, dolce e allegro. E non mi avventuro oltre a descrivere quella soporifera sensazione di leggerezza, di leziosità, di lievità, di freschezza che m’inebriava, e che come me aveva infatuato un po’ tutti, quella sera. Come in una visione estatica m’appaiono ancora visi allegri, labbra sottili, capelli lunghi, occhietti vispi, mani vellutate e tiepide, guanti di pizzo, suoni avvolgenti, aromi fruttati, musiche antiche, versi parole discorsi sorrisi...

Il fantasma del venerdì 13 scompariva mentre mi toglievo la maschera e ritornavo invisibile, lucido e presente. Lasciavo al Sandro, ringraziando, un po’ di carte per ricordo, salutavo e baciavo i compagni de Calza e le ragazze. È a Venezia che devi venire a trovarci, mi disse la Ju. Ok, verrò, stavolta sul serio, risposi. Un dono! Per me? Grazie, l’aprirò domani a casa con calma.

Poi la notte m’inghiottì, rividi le mie stelle, le mie strade, i miei desideri sopiti. Tutti quanti un po’ più belli. ★

Settembre, 2013