Il faro della dignità

Il faro della dignità

Sulle polemiche in margine all'Expo di Milano

Maria Luisa Pavanini

Diviso, non sempre equamente, tra detrattori e sostenitori, dura da oltre un secolo il dibattito sul significato e sull'utilità delle esposizioni universali nel mondo. Dall'Ottocento di Parigi fino a Londra, Chicago, Filadelfia, Bruxelles, Shangai, per arrivare alla sfida di quest'anno che appare quella decisiva per le sorti del pianeta: la ricerca di un habitat consono alla dignità dell'uomo. Ma un'Expo non basta.

L'ingresso principale del Palazzo di Cristallo, Hyde Park, alla Grande Esposizione di Londra nel 1851 (stampa d'epoca, fonte en.wikipedia.org).

MILANO – Le esposizioni universali, come messa in scena del mondo, hanno sempre avuto detrattori e sostenitori. Gli estimatori vedono nell’expo un sostegno agli studi scientifici, artistici, industriali, oltre che una spinta al progresso, al gusto per i viaggi, mentre per altri costituisce unicamente un bazar commerciale dove poco o nulla vi è di scientifico.

Allora ci si chiede, a distanza di più di un secolo, oggi a Milano, come nell’Ottocento a Parigi, se l’esposizione sia ancora l’occasione di un rilancio economico o soltanto una kermesse, un luogo di ritrovo, dove il pubblico cerca solo svago e piacere. L’Italia è quest’anno protagonista e porta in scena un tema di grande interesse per il presente e per il futuro, come Nutrire il pianeta, energia per la vita.

Se nell’Ottocento le esposizioni universali si svilupparono secondo modelli promossi da Londra e Parigi, tale monopolio fu interrotto dalle esposizioni universali d’oltre oceano come quella di Filadelfia del 1876 e Chicago del 1893. Queste fiere mondiali furono sempre l’occasione per consacrare i fasti del progresso industriale e l’utilizzo in architettura di materiali nuovi.

Quando Joseph Paxton (1803-1865), all’inizio costruttore di serre, progetta e realizza il Palazzo di Cristallo per l’esposizione universale di Londra del 1851, non inventa una tecnica nuova, ma «instaura un nuovo metodo di progettazione ed esecuzione». La novità consiste nell’impiego di materiali prefabbricati prodotti in serie e portati in cantiere pronti per essere messi in opera con un enorme risparmio di tempo e denaro. L’idea rivoluzionaria consisteva nel servirsi di materiali e tecniche dell’edilizia utilitaria per costruire un edificio altamente rappresentativo.

Se l’icona dell’esposizione del 1851 fu Il Crystal Palace in Hyde Park, quella di Parigi del 1889 vide la vittoria dei tecnici con la costruzione della torre Eiffel, alta trecento metri, che si staglia sull’orizzonte urbano come un faro, simbolo delle nuove tecniche architettoniche. Non ha alcuna funzione se non quella di visualizzare gli elementi della propria struttura. Non commemora e non celebra nulla, mostra solo la possibilità delle nuove tecniche costruttive.

Dopo la seconda guerra mondiale l’architettura assunse ruoli sempre più decisi consapevole degli alti livelli di sperimentazione stilistica e tecnica che era riuscita a raggiungere. L’ingegnere André Waterkeyn, a Bruxelles nel 1958, progettò un atomo gigantesco di acciaio, l’Atomium, come segno degli sviluppi della ricerca nucleare. Il tema di quell’anno era il confronto pacifico fra le nazioni, fare un bilancio per un mondo più umano ove la tecnica fosse al servizio dell’uomo.

Nell’expo di Shangai del 2010, la Cina ha voluto dimostrare al mondo la sua voglia di grandezza e il potere dell’architettura per manifestarla. Le architetture diventano grandi macchine scenografiche, la forma e il gigantismo che le contraddistingue riflette il dinamismo di questa economia operaia. La struttura del padiglione cinese rigorosamente rosso era ispirato al sistema costruttivo cinese: dougong a mensole, travi di legno incastrate a formare piani sovrapposti su una base di colonne.

Nello stesso anno anche il padiglione del Regno Unito costituì un’assoluta novità. L’involucro era disegnato da sessantamila aste di acrilico lunghe sette metri e mezzo e ciascuna di esse, come una fibra ottica, trasmetteva la luce all’interno. Al passaggio delle nuvole o con il vento le variazioni di luce creavano all’interno effetti luminosi suggestivi.

Molti dei padiglioni di Shangai hanno voluto augurare al mondo una città e una vita migliori nel rispetto della natura. Oggi l’expo vuole essere un faro culturale orientato verso la ricerca di un habitat consono alla dignità dell’uomo. È la sfida del futuro.

Settembre, 2015

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