Il fascino antico di una festa gitana a casa Romanès

Il fascino antico
di una festa gitana
a casa Romanès

L'atmosfera unica di un autentico circo zingaro dell'Ottocento

Roberto Bianchin

Alexandre Romanès è diventato anche poeta e ha scritto tre libri «nonostante che la scrittura non sia una tradizione gitana». Il suo ultimo spettacolo, in scena a Parigi, si intitola «La regina della notte e dei gatti»

 Il Circo Romanès (www.cirqueromanes.com)

PARIGI – Lo chapiteau di tela scura spunta come un miraggio sbagliato in mezzo a una foresta urbana di palazzoni popolari alti e severi alla periferia della città. È piccolo e vecchio il tendone, un’antenna sola, un colore indefinibile tra il grigio ed il marron, una patina di smog con spruzzi di fango, qualche strappo sui lati. Intorno, delle roulotte più vecchie che antiche, con i panni stesi fuori ad asciugare. Davanti, dei bambini che giocano e si rincorrono a piedi nudi tra le pozzanghere.

Anche Alexandre Romanès è senza calze. Però lui ha le scarpe. Nere e belle lustre. Perché sta per andare in scena. Lo spettacolo del Cirque Tsigane Romanès va a incominciare. Ma lui non ha fretta. Accende una specie di tabernacolo pieno di candele davanti all’ingresso dove una delle sue figlie vende i biglietti dietro un tavolino. Tra gli zingari si usa così, quando si fa festa si accendono le candele.

Alexandre, fondatore, proprietario e direttore del Cirque Tsigane Romanès, è un omino piccolo e rotondo di mezza età, dai modi gentili e gli occhi neri e furbi. Dice che per gente come loro, gli zingari intende, bastano la neve, il vento, e le stelle. Mentre «per qualcuno — sorride — questo non è abbastanza»». Sono parole di un poema gitano, spiega.

È un poeta, Alexandre. O meglio, si è fatto poeta. Autodidatta, lo è diventato negli anni, girando e camminando e saltando. Con Gallimard, il più prestigioso degli editori francesi, ha pubblicato tre volumi («Un peuple de promeneurs», «Paroles perdues», «Sur l’épaule de l’ange») in cui ha raccolto poesie, proverbi, filastrocche e modi di dire del popolo gitano.

«In realtà — spiega — io faccio parte di un popolo presso il quale le parole hanno più peso degli scritti. La scrittura non è una tradizione gitana. E la poesia, be', la poesia mi sembrava qualcosa di troppo elevato per me, di inaccessibile. Senza contare che poi io la vita voglio viverla, mica scriverla! Così io me n’ero fatto una ragione. Ma non il cielo! Già, non il cielo… Così, lentamente, al ritmo delle stagioni che passano, ho cominciato a riempire un quaderno di scuola di parole, di frasi, di versi. Non so, quello che io so è che ci sono dei poeti che ammiro. Allora può darsi che io non abbia sopportato di vederli passare. Sì, dev’essere stato così. Allora io ho voluto essere uno di loro. Sì, uno di loro, sì. Dai, basta parlare, vieni dentro che cominciamo. Delia! On va à commencer!”.

Poeta, acrobata, domatore, figlio di un domatore gitano, Alexandre in realtà fa Bouglione di cognome. Proviene da quella famiglia, tuttora proprietaria del leggendario Cirque d’Hiver, che è sinonimo dell’aristocrazia del circo. Ma ben presto, ancora ragazzo, se ne distacca. Troppo borghese quel mondo, troppo ricco, troppo finto. In un viaggio nel sud della Francia incontra un gruppo di zingari, e fra gli zingari Delia, che poi diventerà sua moglie e gli darà più di un figlio. Alexandre si innamora di Delia, degli zingari e della cultura degli zingari. Ritrova le sue radici gitane e ha un’idea formidabile: riportare in vita quello che non c’è più: un autentico circo gitano.

Nasce così il Cirque Tsigane Romanès, che avrà un successo strepitoso, girerà per i principali festival del mondo e verrà amato da scrittori, artisti, intellettuali. Semplicemente perché è un circo originale, unico e senza eguali. Un circo zingaro dell’Ottocento, come non ne esistono più, un circo semplice, povero e vero, fatto da zingari autentici, che trasmette come un virus la contagiosa allegria della cultura e della musica gitana, e trasforma lo spettacolo in una festa. Un gioiello di altri tempi. È ben vero che non ci sono numeri strabilianti, sul piano dell’abilità tecnica, ma è anche vero che l’atmosfera gitana è straordinaria e impagabile.

Non ci sono animali, a parte una gallina che se ne sta tutto il tempo dello spettacolo appollaiata sulla finestra di una piccola roulotte messa dentro lo chapiteau, a bordo pista, che serve per i cambi di scena. In compenso, c’è il lusso di una formidabile orchestra dal vivo, con le sue musiche gitane spesso travolgenti e a volte teneramente languide: cinque musicisti, tra cui il padre di Delia al violino, che diventano otto, con l’aggiunta di altri componenti della famiglia, quando la musica necessita di maggior brio.

Il cast dell’ultimo spettacolo, in programmazione fino a marzo a Parigi e poi in tournée, che si intitola «La regina della notte e dei gatti», è come sempre in prevalenza familiare. Nonni, genitori, figli, nipoti, zii, mariti, mogli e fidanzate. Sono tantissimi, e di tutte le età, uomini e donne da zero a novant’anni. I più piccoli, appena nati, stanno in braccio alle madri vestite e truccate da scena che, come nella tradizione gitana, stanno sedute a bordo pista insieme a tutti gli altri componenti della famiglia, in attesa del proprio turno per esibirsi. Qualcuna, ogni tanto, allatta.

Alexandre in pista controlla, dirige e aiuta specialmente i più giovani a salire su funi e trapezi e a volare su anelli, cerchi e tessuti, mentre Delia la terrible, come viene chiamata, canta mostrando i suoi denti d’oro le canzoni della più pura tradizione gitana con una voce intensa dal vibrato particolare, non più in uso, che ha attirato l’attenzione dei musicologi.

Il cast familiare è arricchito, come sempre, da alcuni professionisti esterni, al solito molto giovani e molto dotati, tra i quali un interessante filferista dal piglio ironico, un originale giocoliere con le palline che entrano e scompaiono dai cassetti di un tavolino, un altro giocoliere con i palloni da calcio e un’elegante trapezista per il numero finale. Al quale segue, come sempre, il rito del vino caldo e dei bomboloni in pista con gli artisti, mentre l’orchestra gitana sembra non voler mai smettere di suonare. Decisamente imperdibile.

Voto: 8

(Il voto richiede una spiegazione. Può sembrare infatti incongruo attribuire un 8 a Romanès e, per dire, un 7 all’Hiver. Perché se si guardano i due circhi e il livello del numeri, non ci può essere alcun paragone. Perciò il voto a Romanès non va visto in relazione al voto all’Hiver, ma semplicemente come riconoscimento all’idea originale di uno spettacolo unico, di fascino antico e di grande atmosfera).

Gennaio, 2012

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