Il mio folle temerario giro del mondo

Il mio folle temerario
giro del mondo

Capitolo I

Giorgio Bertolizio

La circumnavigazione del mondo è diventata un mito da quando Giulio Verne nel 1874 pubblicò il suo celebre romanzo. Oggi, indagando con acutezza e ironia sul passaggio tra mito e realtà, ritenta l'impresa il medico-scrittore Giorgio Bertolizio con la complicità della gentile consorte, la celebre modista Vera Storani. Con i risultati, ora esilaranti, ora deprimenti, che qui leggerete puntata dopo puntata, città dopo città. E' un diario di bordo sulla scia del famoso "Giornale di Viaggio" scritto da Michel de Montaigne, però con abissali differenze. Anzitutto perché Montaigne era Montaigne, e poi perché Bertolizio non ha avuto la sua audace disinvoltura descrivendo dettagliatamente i momenti critici della sua diuresi e delle sue funzioni intestinali. Ogni mese, in esclusiva per "Il Ridotto", una nuova puntata di questo viaggio demenziale. Buona lettura e buon divertimento.

La cattedrale di Notre Dame de la Garde a Marsiglia (fonte: travelingeurope.biz).

Lasciare l’Italia per cento giorni e imbarcarsi in una città, distante alcune centinaia di chilometri dal luogo di residenza e con un’inconsueta quantità di bagagli, sono faccende complicate, soprattutto per dei coniugi in marcia verso l’ottantina. Prenotare il viaggio e salpare è soltanto facile da proferire. Salvo che non si parta con un solo bagaglio in una mano e l’altra mano in tasca. Congettura inattuabile, perché sarebbe come offrire alla propria moglie di seguirvi in un giro del mondo dormendo nella stiva, adagiati in un sacco a pelo. Anche l’eroismo delle consorti meno vanitose ha dei limiti umanamente comprensibili. L’ipotesi di un trasloco usando il treno è sostanzialmente assurda. In tutte le stazioni ferroviarie italiane non esistono più i facchini, se non quelli abusivi, e le scale mobili o gli ascensori, nelle stazioni ritenute meno importanti, sono soltanto un’utopia. Molto spesso, inoltre, non esistono linee dirette tra il luogo di partenza e quello d’imbarco, soprattutto se non si risiede in una metropoli. Inoltre, per azzeccare una coincidenza serve di più l’oroscopo che l’orario ferroviario.
La sistemazione dei bagagli ingombranti nelle vetture, infine, è un’impresa titanica se non impossibile per le persone anziane. D’altra parte, il trasferimento in aereo, ammesso che sia fattibile, perché le linee aeree, ovviamente, non hanno una diffusione capillare come quelle su rotaia, è forse ancora più complesso e scoraggiante. È ben vero che le compagnie di navigazione offrono il servizio di ritiro e riconsegna bagagli a domicilio, ma chi si fida, nel nostro Paese, di viaggiare sepa-rati dai propri effetti personali, considerata la possibilità di scioperi improvvisi dei mezzi di trasporto? Soltanto lo smarrimento delle trenta paia di scarpe di mia moglie costituirebbe un disastro finanziario e un evento più doloroso (almeno per lei) della sparizione di un pacchetto d’azioni quotate in borsa o di un lontano parente.
Naturalmente, coloro che si accingono a compiere il giro del mondo in nave non sono, solitamente, degli spiantati. Di conseguenza, non rimane che servirsi di un’autovettura privata con autista, se non si hanno parenti o amici disposti a sacrifi-care una giornata per placare le paturnie di due attempati rompiscatole. Il problema più angoscioso è, però, quello del recapito po-stale. Che fare, se arriveranno multe o imposte da pagare e nel luogo di residenza non si ha nessuno cui chiedere di ritirare le missive dalla nostra cassetta delle lettere? Amicizie e parente-le assumono d’improvviso valenze ignote. Peraltro, le poste italiane offrono il servizio ‘Seguimi’, con recapito della corrispondenza in altra sede, ma con TNT Post o altri vettori postali bisogna rimediare in maniera diversa. Gli stimoli all’arte di arrangiarsi non mancano mai nel nostro amato Paese.
In conclusione, quando ho chiuso l’ultimo bagaglio, mi sono sentito come uno dei primi eroici esploratori, pronto ad affrontare le ignote insidie dell’Africa nera o della giungla del Bengala. Viceversa, nei giorni seguenti, ho appurato, con enorme sollievo e un po’ di stizza, che collegarsi dalla nave con il resto del mondo, tramite il proprio telefono cellulare, oppure con internet wireless, è di una semplicità estrema. Taluni, da quello che ho letto, giudicano eccessive le tariffe richieste per le connessioni. Suppongo che costoro non abbiano vissuto l’epoca dei telefoni duplex, quando non esistevano strumenti per inviare ‘messaggini’ inutili o addirittura cretini.

SAVONA, 6 GENNAIO

Di Savona ho visto soltanto il porto cui, da 600 anni, fa da sentinella la trecentesca Torre della Quarda o Torre Leon Pancaldo, nome del marinaio che, nel 1519, accompagnò Ferdinando Magellano nella prima circumnavigazione del mondo. La mancanza di tempo è stata un vero peccato, perché ho visto soltanto di sfuggita le Torri del Brandale, dei Corsi, dei Riario e la Fortezza del Priamar, mentre avrei desiderato visitare la cosiddetta Cappella Sistina di Savona, voluta da papa Sisto IV della Rovere per ospitare il monumento sepolcrale dei propri genitori ed edificata, trascurando la parsimonia ligure, da maestranze lombarde nella seconda metà del XV secolo.
Il porto di Savona è abbastanza decente, rispetto a quello scalcinato di Genova, a quello parecchio scomodo di Venezia, che consente di apprezzare l’inutilità del Ponte della Costituzione (se si arriva in ferrovia), e a quello sterminato e scomodo di Civitavecchia dove, allo sbarco, acchiappare un taxi è un’avventura. In caso di pioggia, però, l’avventura diventa un parapiglia. Tanto che, un paio d’anni addietro, mi è capitato di approfittare della cortesia del conducente di un autobus di linea, impietosito da due coniugi fradici che arrancavano smarriti con quattro valigie enormi, per raggiungere la stazione ferroviaria. Roba da Terzo Mondo al confronto del porto di Barcellona, anche se bisogna capire che lo sbarco di migliaia di passeggeri non avviene ogni giorno. Tuttavia, non si tratta di un evento imprevisto e imprevedibile. Insomma, il cosiddetto ‘porto di Roma’ non è proprio ciò che uno straniero si aspetta volendo visitare Città dei Cesari.
Considerazioni marginali a parte, se al momento dell’imbarco Leon Pancaldo avesse dovuto farsi fotografare, come di rito, con un salvagente intorno al collo, probabilmente avrebbe rinunciato a salire su una comoda nave da crociera per seguire invece Magellano, pur immaginando d’andare incontro a un susseguirsi di drammatiche disavventure. Magellano, infatti, salpato con cinque vascelli dal porto di San Lucar de Barrameda il 20 settembre 1519, rimase con sole tre navi ancor prima di arrivare nell’oceano Pacifico, e il 27 aprile 1521 fu ucciso sull’Isola di Mactan nelle Filippine, infilzato come un tordo dalle frecce degli indigeni che aveva voluto sfidare. I superstiti della spedizione, ridotti allo stremo, furono costretti ad abbandonare un veliero. Rimasero, perciò, soltanto con l’ammiraglia Trinidad, cui Leon Pancaldo era diventato nocchiero, e la Victoria sulla quale era imbarcato il vicentino Antonio Pigafetta. La Victoria riuscì a ritornare nel porto di partenza il 6 settembre 1522, ossia dopo 2 anni, 11 mesi e 17 giorni, con soltanto una quindicina di superstiti, ammalati e denutriti, su 60 marinai imbarcati. La Trinidad, invece, per una grave avaria dovette riparare alle Molucche, dove il suo equipaggio fu fatto prigioniero dai portoghesi. Appena quattro superstiti riuscirono a ritornare in Spagna e, tra di essi, Leon Pancaldo rientrò a Savona soltanto nel 1527, per poi lanciarsi in altre avventure e morire nel 1540, a Rio de la Plata, sommerso da vertenze giudiziarie.
Dopo queste reminiscenze, con la ragionevole speranza di compiere un giro del mondo meno avventuroso, ho cercato di evitare l’umiliazione del salvagente, inutilmente. Tuttavia, pur felice che nel giorno della Befana non mi avessero collocato a cavalcioni di una scopa, la fotografia, che m’immortalava con uno sguardo ebete, per dispetto non l’ho acquistata. Credevo che la partenza verso l’ignoto fosse di per sé una faccenda da prendere seriamente e con decoro.

MARSIGLIA, 7 GENNAIO

Ho ritenuto che per lo sbarco a Marsiglia, città fondata intorno al 600 a.C. dai Focesi (essendo poco credibile che a farlo siano stati i pochi superstiti della distrutta Troia), il cui nome è legato all’inno nazionale francese, oltre che a un famoso sapone, e nei cui ristoranti regna una celebre zuppa di pesce (‘builabaisse’), dovevo colmare le mie lacune culturali. Dopo aver letto il testo della Marsigliese, mi sono chiesto quanti francesi conoscano a memoria, oltre al ritornello, le sette strofe che la compongono e soprattutto chi sappia oggi per quale motivo sia menzionato François Claude de Bouillé. Un generale, autore di brutali repressioni, a Metz e Nancy, contro le insurrezioni militari causate, nel 1789, dal comportamento arrogante degli ufficiali aristocratici. Un antirivoluzionario che, altrimenti, nessuno ricorderebbe. Forse, molti non sanno nemmeno che la parte musicale, composta nel 1781, è opera del vercellese Giovanni Battista Viotti con il titolo Tema e variazioni in do maggiore. Un colpo basso allo sciovinismo francese.
Per la cronaca, Giovanni Battista Viotti era scappato prudentemente dalla Francia, nei primi mesi del 1792, senza portare con sé lo spartito. Sicché, Claude Joseph de Lisle, un ufficiale del Genio Militare che casualmente lo possedeva, quando ebbe l’incarico del sindaco di Strasburgo, barone Frédéric de Diedrich, di comporre un inno di guerra, il 25 aprile 1792 ebbe una straordinaria ispirazione. Mentre rincasava nella propria abitazione in rue de la Mésange, a notte fonda, decise di accompagnare i versi enfatici che gli erano venuti in mente, probabilmente in una birreria, con la musica non sua. Un’operazione di riciclaggio dettata dalla necessità di adempiere l’incarico piuttosto in fretta, perché l’inno doveva celebrare la dichiarazione di guerra della Francia ad Austria e Prussia avvenuta cinque giorni prima. La canzone, originariamente denominata Inno di guerra dedicato al maresciallo Luckner o Canto di guerra per l’Armata del Reno, ebbe immediata fortuna nonostante l’interminabile titolo, contrariamente al sindaco di Strasburgo e al maresciallo Nicolas Luckner che finirono sotto la ghigliottina. Tuttavia, in seguito, da Napoleone Bonaparte, Luigi XVIII e Carlo X fu messa in sof-fitta fino alla nascita della Terza Repubblica.
La builabaisse sarebbe nata quale piatto povero, realizzato con i pesci che i pescatori non erano riusciti a vendere nemmeno a basso prezzo. Avvenimento straordinario che renderebbe verosimile la sua incredibile invenzione nella notte dei tempi, ossia a due millenni e mezzo orsono. Per la sua preparazione sono necessari almeno quattro differenti tipi di pesci (scorfano, triglia, grongo, gallinella), serviti con una salsa a base di pangrattato, olio d’oliva, peperoncino e zafferano. La zuppa, tuttavia, può essere arricchita con tutto quello che capita, dal polipo all’aragosta, in modo da rendere il piatto particolarmente costoso. Per i turisti, dunque, esiste il rischio che diventi indigesta per lo stomaco e il portafoglio.
Il sapone di Marsiglia nacque nel XII secolo, grazie alle notizie fornite dai crociati sul sapone prodotto ad Aleppo in Siria dal 2500 a.C., utilizzando olio d’oliva e carbonato di sodio ricavato dalle ceneri della salicornia, un’erbaccia che cresce vicino agli acquitrini. Una delle poche cose buone derivate dalle guerre Sante. Probabilmente, ai francesi parve insopportabile che gli arabi fossero più puliti degli europei e a Marsiglia proliferarono i saponifici, tanto che inizi del XX secolo ne esistevano un centinaio. Sennonché, per mantenere una produzione elevata e ridurre i costi, l’impiego dell’olio di palma, di cocco o di sesamo divenne preponderante, con risultati altrettanto soddisfacenti per la pulizia del corpo ma con progressiva scomparsa degli artigiani saponai.
A Marsiglia, per prima cosa, ho affrontato la scalinata della Basilica di Notre Dame de la Garde, che domina la città. Dinanzi alla chiesa, di stile neobizantino, che di antico non ha niente - perché la cappella del XIII secolo, su cui è sorta, è stata spazzata via - e che di originale ha soltanto gli ex voto (modellini di navi che penzolano mestamente dal soffitto), ho avuto una rivelazione. Gli effetti neuromuscolari sorprendenti dei giri turistici organizzati che, miracolosamente, trasformano persone con difficoltà motorie in agili atleti, quando devono salire e scendere dagli autobus. Affranto dall’ascesa e deluso del panorama della città, poiché della zuppa di pesce temevo ignoti effetti, mentre il sapone, la cui formula originale è un lontano ricordo, non solo non mi serviva ma non sapevo nemmeno dove dirigermi per trovare gli esemplari spacciati come autentici, ho deciso di ignorare Marsiglia per visitare il Palazzo dei Papi in Avignone.
L’alternativa sarebbe stata una spassosa gita al Castello d’If, il celebre carcere, attivo dal 1540 al 1915, che ispirò Alexandre Dumas padre, quando scrisse Il Conte di Montecristo, e che fu gestito, per parecchio tempo, come un albergo. Le celle al primo piano, con vista mare e con camino, erano offerte a pagamento, mentre quelle al piano terra, senza finestre e lerce, erano assegnate gratis. La prospettiva, però, di cominciare una lunga vacanza trascorrendo alcune ore in una galera non mi è parsa un’idea brillante, con tanti saluti a Dumas, a Edmond Dantès e all’abate Faria.

AVIGNONE, 7 GENNAIO

Ad Avignone si possono osservare parecchi resti del suo antico splendore ma, volendo vederli tutti, può capitare di non ricordare quasi niente come succede dopo aver visitato una pinacoteca. Perciò, trascurando la cattedrale Notre-Dame des Doms, l’unico edificio romanico interamente conservato, gli altri luoghi di culto e il Musée du Petit Palais, ho deciso di limitarmi a entrare nel Palazzo dei Papi, che ha ospitato sette pontefici e due antipapi. Avignone, infatti, è storicamente celebre per il settantennale esilio dei papi in Francia, altrimenti detto prigionia avignone-se. In realtà, in Avignone, i papi vissero molto volentieri, lontani da Roma, che era diventata una bolgia infernale, ossia senza timori per la loro incolumità fisica e per rimandare a data lontana la salvezza eterna.
Con l’arrivo della Santa sede, Avignone divenne rapidamente un centro commerciale opulento, dove si mercanteggiava di tutto, dalle spezie alle sete preziose e dalle armi più rare alla carne umana. Migliaia di negozianti, alchimisti, affaristi e avventurieri affollavano le numerose locande, botteghe di cambio e osterie, dedicandosi a traffici spesso illeciti e a farsi sedurre da intraprendenti sgualdrine, sotto l’occhio benevolo di disinvolti alti prelati. Il trasferimento della Santa sede in Provenza avvenne dopo la scomparsa di papa Benedetto XI, che ultimò otto mesi di pontificato ingoiando un intero paniere di fichi avvelenati, offertogli da un sicario travestito da suora. Il Maligno, per attuare i propri piani, non si serve soltanto delle mele. Il successivo conclave, su cui incombeva minacciosamente il volere di Filippo IV il Bello, che intendeva ottenere l’eliminazione dei Templari per impadronirsi dei loro immensi beni, si trascinò per un anno finché i porporati italiani escogitarono il modo di salvare la faccia insieme alla pelle. Sottoposero una terna di nomi ai cardinali francesi lasciando a loro la scelta che, ovviamente, non fu dettata dallo Spirito santo.
Infatti, il 5 luglio 1305, fu eletto papa il guascone Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, la cui adorazione per il re di Francia rasentava il sacrilegio, tanto che indirà addirittura un Concilio ecumenico a Vienne (1311-1312), soltanto per decretare la soppressione dell’Ordine dei Templari, cui seguirà la truculenta eliminazione dei suoi più importanti membri. Perciò, Bertrand de Got, dopo aver preteso d’essere consacrato pontefice a Lione col nome di Clemente V, decise di portare la corte pontificia in Provenza, allora appartenente agli Angiò e dunque non direttamente soggetta alla monarchia francese, per conservare una parvenza d’autonomia nel progettare la canagliata che aveva in mente. Il suo successore, Jacques-Arnaud d’Euse, fu eletto nel 1316 dopo due anni di Sede vacante e, assunto il nome di Giovanni XXII, si stabilì ad Avignone dove, con papa Benedetto XII, al secolo Jacques Fournier, fu edificato il cosiddetto Palazzo Vecchio e la pressione fiscale per il mantenimento della Santa sede fu portata all’estremo limite, costringendo i vescovi ad acquistare dalla curia persino i loro sontuosi paramenti sacri. Tuttavia, soltanto con papa Clemente VI, al secolo Pierre Roger de Beaufort, Avignone divenne proprietà della Chiesa versando, nel 1348, una somma non elevatissima (circa un milione di euro) a Giovanna I d’Angiò regina di Napoli.
Proprio con Clemente VI, dal 1342 al 1352, fu edificato il cosiddetto Palazzo Nuovo, mastodontica struttura una superficie di 15.000 metri quadrati. Fu un susseguirsi di lavori archi-tettonici e favolosi banchetti, ricchi di almeno una trentina di portate servite in vasellame d’oro, durante i quali il pregiato Châteauneuf du Pape scorreva a fiumi, e che terminavano con una quantità incredibile di dolciumi dei quali il pontefice era ghiotto. Tanto che, per la sua incoronazione, erano state pre-parate 50.000 torte con un consumo di 3.250 dozzine d’uova. Perciò, per fronteggiare le enormi spese, l’ingordo Clemente VI ebbe la geniale idea di ridurre a cinquant’anni l’intervallo tra un Giubileo e l’altro e di aumentare il numero delle basiliche da visitare moltiplicando, pertanto, la quantità di elemosine da versare alle casse pontificie. Talché, ad Avignone fu rapidamente dimenticata la terribile epidemia di peste, esplosa nel 1348 e menzionata dal Boccaccio nel Decamerone, che gettò nello sconforto gli abitanti di tutta Europa, eccetto guari-tori, fattucchiere, becchini, mercanti di tessuti per lutto, fabbricanti di candele e ladri in genere. Infine, con Innocenzo VI, al secolo Etienne Aubert, pontefice dal 1352 al 1362, la fortezza pontificia fu completata diventando una roccaforte pressoché inespugnabile. Sennonché, proprio con Innocenzo VI il desiderio di riportare la Santa sede a Roma cominciò a germogliare nella mente dei pontefici, anche se i pericoli erano enormi. Roma, infatti, era la capitale mondiale dell’anarchia, dilaniata dalle lotte tra i nobili, priva d’industrie e di risorse agricole essendo le campagne circostanti infestate da bande di briganti.
Il successore di Innocenzo VI, ossia Urbano V, al secolo Guillaume Grimoard de Grisac, volle coraggiosamente abbandonare la tranquilla Avignone e, dall’ottobre del 1367 al settembre del 1370, visse a Roma dove, tra i resti delle antichità romane pascolavano le pecore, la popolazione cenciosa vagava tra i ruderi delle chiese distrutte e recuperava i fregi marmorei dei templi pagani per produrre il cemento necessario alla costruzione di abitazioni scadenti. Tre anni furono sufficienti a Urbano V per odiare la Città eterna, non solo a causa del degrado urbanistico ma anche del clima malarico, del popolo ignorante, che in chiesa cantava come un gregge di capre ubriache, e del sapore dei vini locali adulterati oltre che annacquati. Sicché, decise di ritornare ad Avignone infischiandosene di santa Brigida di Svezia, che aveva profetizzato la sua morte se avesse abbandonato Roma. Grave imprudenza perché, dopo tre mesi dal suo ritorno nel Palazzo dei Papi, se ne andò all’altro mondo.
Insomma, soltanto con papa Gregorio XI, al secolo Pierre Roger de Beaufort, nipote e omonimo di papa Clemente VI, la Santa sede fu riportata definitivamente a Roma. Tuttavia, Gregorio XI non ebbe alcun aiuto da santa Brigida che, nel frattempo, era defunta. Perciò, rientrato trionfalmente nell’Urbe, il 17 gennaio 1377 in groppa a un cavallo recalci-trante, il 27 marzo dell’anno seguente calò nella tomba. Nondimeno, esplosa nel 1378 la cosiddetta ‘fase papale’ dello Scisma d’Occidente, Avignone fu scelta come sede da due antipapi: Clemente VII, al secolo Roberto di Ginevra, e Benedetto XIII, al secolo l’aragonese Pedro de Luna. Il primo era soprannominato ‘boia di Cesena’, per aver sterminato quattromila cesenati ribellatisi ai soprusi della guarnigione francese che presidiava la città, il secondo era una nullità di una cocciutaggine straordinaria tanto che, dopo essere stato formalmente deposto dal 16° Concilio ecumenico di Costanza (1414-1418), continuerà a credere di essere il vero pontefice, pur essendo costretto a vivere come un topo nella fortezza di Peñiscola presso Valencia.
In contrapposizione agli antipapi avignonesi, a Roma si avvicendarono ben quattro pontefici (Urbano VI, Bonifacio IX, Innocenzo VII e Gregorio XII) con il fastidioso intralcio di due ‘antipapi pisani’: Alessandro V e Giovanni XXIII. Un caos ecumenico irripetibile. In definitiva, la profezia di santa Brigida di Svezia, che aveva annunciato il crollo definitivo dei poteri temporale e spirituale dei pontefici se la Santa sede non fosse ritornata in Italia, era stata schivata con risultati equivoci per non dire strani. Il Palazzo dei Papi, che - come si è accennato - è formato da due edifici, appare davvero immenso e maestoso, anche se definirlo il palazzo gotico più bello e fortificato del mondo, forse, è esagerato. Inoltre, essendo privo di arredi, i suoi interni hanno un aspetto metafisico. È difficile, perciò, immaginarlo nella sua remota vita quotidiana, con panettieri, bottiglieri e cuochi che trascorrevano le loro giornate nelle cucine enormi. Probabilmente, viverci era come alloggiare in un gigantesco carcere. Gli affreschi negli appartamenti del papa, infatti, eseguiti da pittori ignoti e piuttosto rozzi, rappresentano una foresta con attività di caccia e pesca. Forse, era l’unica maniera per illudere il pontefice di stare all’aria aperta. Nondimeno, merita di essere uno dei dieci monumenti più visitati in Francia.
Per il resto, Avignone è una cittadina qualsiasi che, se non esistesse il Palazzo dei Papi, non meriterebbe la visita. Persino la cinta muraria, che attornia la città vecchia per cinque chilometri e costruita tra il 1356 e il 1370, non emoziona, nonostante la successione di torri e spalti merlati. Infine, del celebre «pont d’Avignon», edificato per ordine divino, le quattro arcate esistenti non sono nemmeno la lontana memoria della struttura originale del XII secolo (ventidue arcate per una lunghezza di 900 metri attraverso il Rodano) e hanno un aspetto talmente scialbo che passa la voglia di mettervi piede ma valgono, a stento, una foto ricordo da lontano.

(1 – continua)

Gennaio, 2020