Il Paese del Pallone

Il Paese
del Pallone

Roberto Bianchin

Se il Paese del Pallone si mette a contestare il mondo del pallone, vuol dire che qualche cosa è successo. Che un equilibrio si è rotto. Che il gioco è cessato. Che l’arbitro ha fischiato la fine. Che la ricreazione è terminata. Che il pallone si è bucato. Che il giocattolo si è rotto. E forse per sempre.

È vero, è il Paese del Carnevale il Brasile, come scriveva Jorge Amado, che quella terra la conosceva a fondo. E nel Carnevale, come nel Paese del Carnevale, se un minuto si piange, un minuto dopo si ride. Lì tutto può accadere, come in una bottega dei miracoli.

Eppure nessuno si aspettava che sarebbe successo. Nessuno pensava che centinaia di migliaia di persone sarebbero scese in piazza, pressoché spontaneamente, in tutto il Brasile, in occasione della Confederation Cup che si sta svolgendo in questi giorni, per protestare con cortei, cartelli e striscioni, contro la corruzione che dilaga nel paese, e contro le spese folli che il Paese del Carnevale sta sostenendo per costruire gli stadi e gli impianti che il prossimo anno ospiteranno i campionati mondiali di calcio.

Eravamo abituati a pensare al Paese del Pallone come all’isola felice dove niente e nessuno avrebbe messo mai in discussione lo sport nazionale, quello che fa da sempre dei brasiliani i migliori del mondo. La rivincita contro tutto e tutti. L’occasione, unica e imperdibile, del riscatto. Eravamo abituati a pensare a un paese dove anche i poveri ridono e sono felici. Dove i fenomeni nascono nelle favelas. Dove il talento si coltiva nelle baraccopoli. Dove i bambini poveri giocano a calcio a piedi nudi — sempre ridendo felici — per le strade e sulle spiagge.

Non è più così (ammesso che lo sia mai stato davvero). I manifestanti, tantissimi, perlopiù giovani, sono seri, serissimi, in massima parte colti e istruiti. Sanno bene perché sono scesi in piazza, sanno benissimo di cosa parlano. Non fanno retorica, hanno idee chiare, chiarissime. Chiedono che in questa fase difficile, difficilissima per tutti, soprattutto per i giovani che faticano a trovare lavoro in qualunque parte del mondo, si investano meno soldi sull’effimero mondo del pallone, e più soldi sul mondo reale, quello dei bisogni veri, degli ospedali, delle scuole, del lavoro.

È emblematico il cartello, scritto in inglese, che porta al collo uno dei manifestanti, un ragazzo giovane, quasi giovanissimo: «Vogliamo più ospedali, più scuole, più sicurezza, e non uno stadio che costa 1,5 milioni di real». Vicino a lui, una ragazza si mette in ginocchio. Ha un naso rosso, da clown. Sul suo cartello, scritto a mano a pennarello, dice: «Mettete i nostri 0,20 real nel sistema sanitario». «Standard Fifa per gli ospedali e le scuole», aggiunge un altro giovane, alludendo agli elevati e costosi livelli di qualità richiesti al Brasile per gli stadi del campionato del mondo dalla federazione che governa le sorti del calcio mondiale.

Nelle bellissime immagini sui disordini in Brasile dei bravissimi fotografi della agenzia fotografica Ap (Associated Press) che stanno facendo il giro del mondo, sono molti gli slogan, semplici e chiari, che scandiscono i motivi della protesta: «O loro smettono di rubare o noi fermiamo il Brasile», scrive su un cartello un ragazzo che indossa un passamontagna con una maschera da teschio. «La corruzione si cura con l’educazione», aggiunge una ragazza. «Brasile mostra il tuo volto», dice un’altra con il volto truccato da clown. «Attenzione, paese in manutenzione», scrive un ragazzo in bermuda. E ancora: «Le forze armate sono vicine alle persone, guarda che disastro», e «Il salario di Neymar (il giocatore più rappresentativo del Brasile) è più alto di quello di un dottore» (in realtà è molto, molto, ma molto più alto).

Le proteste, così serie e così tante, gettano un’ombra inquieta non solo sulla Confederation Cup di questi giorni, ma anche sui campionati mondiali di calcio dell’anno prossimo. Non vanno ignorate. Tanto meno represse e criminalizzate. Vanno comprese. Perché gli indignados del pallone hanno ragione. Ci sono problemi molto più importanti del calcio. Anche nel Paese del Pallone. E specialmente di questi chiari di luna. ★

Giugno, 2013