Il ritorno del bandito Kociss

Il ritorno
del bandito Kociss

Un racconto teatrale di Gianni De Luigi con le canzoni di Giovanni Dell’Olivo

La storia veneziana di Silvano Maistrello, il bandito galantuomo detto Kociss, della cui morte piansero anche i poliziotti. Per parole e musica.

Silvano Maistrello, detto Kociss.

VENEZIA (g.m.) – Era nato un giorno che faceva vento nel cuore più profondo di Castello, dentro l’anima più popolare di Venezia. Ma il suo volto, scavato, come intagliato nel legno, per un curioso scherzo del destino aveva le fattezze di un capo indiano più che quelle di un barcaiolo lagunare. Per questo lo chiamavano Kociss. Era un bandito. Fu il bandito più famoso della città negli anni sessanta e settanta. Specialista in rapine e in evasioni, era geniale, audace e acrobatico. Lo chiamavano il bandito galantuomo, Silvano Maistrello, questo era il suo nome. Perché non sparava. Perché nella sua lunga carriera non uccise mai nessuno. Perché aveva il codice d’onore della vecchia mala. Rubare ai ricchi e non fare mai male a nessuno. Nel suo sestiere, case basse, panni stesi per strada, un grappolo di fratelli, la madre che faceva il mestiere, lo adoravano. Per i ragazzini era un mito. Quando lo ammazzarono, per caso, nel 1978, durante una sparatoria nel rio dell’ospedale dei Santi Giovanni e Paolo, quando dopo una rapina in banca una barca della polizia intercettò il barchino guidato proprio da Kociss, mascherato con un passamontagna, piegato sulla barra del motore del fuoribordo, e un pezzo di metallo del motore, scheggiato da una pallottola, si infilò beffardamente nell’apertura laterale del suo giubbotto antiproiettile, raccontano che piansero anche i poliziotti. Non sapevano che avevano ucciso Kociss. Non avrebbero mai voluto ucciderlo. Arrestarlo sì, perché era il loro mestiere. Ucciderlo, mai. Perché sapevano che lui non avrebbe mai ucciso loro.

Sono passati tanti anni da allora. Il mondo è cambiato, la città è cambiata, anche la malavita è cambiata. Ma il ricordo di Kociss è rimasto vivo nella memoria dei vecchi e nei racconti che i vecchi hanno fatto ai giovani. Per questo c’era tanta gente, anche una sorella del bandito, la sera calda della scorsa estate quando la storia di Kociss, senza titolo, bastava solo il nome, Kociss, scritto su un grande schermo bianco, è andata in scena, in forma di racconto teatrale in musica, proprio nel cuore di Castello, il suo sestiere, al centro sociale del Morion, che adesso è un attivissimo e interessante «laboratorio» di varie proposte artistiche, tra cui una raffinatissima rassegna jazz.

La trama dello spettacolo l’ha cucita Gianni de Luigi, uno dei più apprezzati registi teatrali veneziani, che si è servito, per un testo sobrio, asciutto e calzante, di due bravi attori della sua scuola di commedia dell’arte, e del racconto della vita di Kociss, quasi un feuilleton, uscito a puntate dall’allora mia giovane penna, dopo la morte del bandito, sul quotidiano veneziano «Il Diario». Ma la parte del leone l’hanno fatta le canzoni, canzoni scritte apposta su Kociss, che costituiscono la vera spina dorsale dello spettacolo, intervallate dal racconto. Canzoni di un talentuoso cantautore veneziano, Giovanni Dell’Olivo, che accompagnato più che degnamente da una band scoppiettante di musicisti virtuosi, ha saputo dare forma musicale e contenutistica alla vita e alle imprese del bandito, legando alla sua voce limpida e potente, dalla dizione precisa, e all’impianto tipicamente cantautorale del suo lavoro, in cui si avvertono gli echi di chansonnier francesi come Brel e Brassens e di cantautori italiani come Conte e De Andrè, un sound molto efficace, sapientemente ritmato, pieno di colori che ricordano gruppi come Modena City Ramblers e talvolta Bregovic.

Dell’Olivo, 42 anni, laureato in economia e commercio, lavora nel campo economico. Ma la sua vera vocazione, studi di chitarra classica, poi acustica, infine anche elettrica, è la musica. Fin da quando ha cominciato a esibirsi con vari gruppi musicali della città «che un destino sgarbato – racconta – non ha voluto consegnare alla storia». Verso la metà degli anni novanta scoprì la sua vera vocazione, quella cantautorale, sulla scia di altri grandi interpreti della tradizione popolare veneziana come Gualtiero Bertelli, Alberto D’Amico, Luisa Ronchini. Attento alle storie e alle radici, ma con un occhio particolare al ritmo, una spolverata di swing, un giro di blues, un tocco di flamenco, una ballata sudamericana, ha cominciato un viaggio che, dopo averlo portato al primo disco, «La saga dei commenda», nel 2005, l’ha orientato verso lo studio di arrangiamenti originali di antiche ballate popolari veneziane, dalle villotte settecentesche ai canti di lavoro. Adesso sta lavorando a un progetto chiamato «Lagunaria» sul recupero della tradizione popolare della musica veneziana. Schivo e controcorrente, ama suonare più nei centri sociali e nelle carceri che nei locali. Ma il suo Kociss è così bello e coinvolgente che merita di uscire dai ghetti. È un lavoro che starebbe bene in teatro. A cominciare dal Goldoni. Alessandro Gassman, se lo sentisse, potrebbe pensarci. Non se ne pentirebbe.

Ottobre, 2011

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