Il sopruso quotidiano

Il sopruso quotidiano

Contro lo sterminio degli animali a fini edonistici

Enrico Caine

È opinione diffusa che chi ama gli animali non ami i suoi simili. Fino a qualche tempo fa collocavamo questa convinzione tra i più logori luoghi comuni utilizzati dai paladini dello specismo umano, e abbiamo sempre riposto tale modo di pensare tra le idiozie frutto di una penosa ignoranza. Con il passare degli anni e l’accumularsi delle esperienze di vita siamo giunti alla conclusione che invece in tale visione delle cose vi sia una certa dose di verità. Almeno per quanto ci riguarda.

Francis Bacon, Three Studies for a Crucifixion - III (1962, 198.1 x 144.8 cm, Solomon R. Guggenheim Museum, New York).

Con il passare degli anni e l’accumularsi delle esperienze di vita siamo giunti alla conclusione che invece in tale visione delle cose vi sia una certa dose di verità. Almeno per quanto ci riguarda.

Interessandoci alla sofferenza animale si scoprono mondi inimmaginabili nei quali gli umani primeggiano nell’esercizio di pratiche ignobili. La popolazione di chi direttamente o indirettamente (ad esempio cibandosi di carne), somministra sofferenza agli altri esseri senzienti (sensibili e coscienti) è immensa e conseguentemente, il senso di disagio provato verso i propri simili da chi a tali atteggiamenti si ribella, inevitabilmente aumenta.

Quanto sta accadendo in Romania in questi giorni dove i cani randagi vengono massacrati a bastonate, bruciati, decapitati, anche dai bambini, o quanto continua ad accadere nei laboratori di sperimentazione animale (Freccia 45, un’associazione per la protezione e difesa animale sempre in prima linea e che lotta incessantemente contro la tortura scientifica, riporta questa recente notizia: La storia di Double Trouble, gatta torturata per mesi dai vivisettori, a cui è stato fissato un palo nella testa per poterla immobilizzare durante le sperimentazioni alla fine delle quali è stata decapitata) non possono che alimentare uno stato d’animo di disgusto. Invece di difendere i suoi fratelli minori, gli altri animali, l’Homo Vanus che mira ormai solo ad apparire per avere ed avere per apparire, perdendo di vista il senso dell’essere, li sottomette e li sfrutta, li tortura e uccide.

La nostra è la specie dei forti ma che vigliaccamente esercitano tale condizione con i più deboli, gli animali. Ed è probabilmente a tale circostanza che si ispirano tutti i «forti con i deboli» del nostro tempo. Il marito violento con la moglie e i figli, il sergente fanatico con la recluta, il poliziotto che abusa del suo potere con il fermato, la maestra d’asilo sadica, il prete voglioso con il bambino, il capoufficio con il sottoposto, il bulletto con il compagno di classe.

Uccidiamo miliardi di esseri viventi per alimentarci in modo dannoso alla nostra salute, ne torturiamo a milioni per vincere la malattia e l’invecchiamento in una grottesca corsa alla ricerca dell’elisir di lunga vita e bellezza, e come non bastasse popolazioni di altri animali vengono massacrati con fucili, tagliole, reti, arpioni, o rinchiusi ed umiliati in gabbie, o lasciati marcire in luoghi di detenzione.

«Tappatevi pure le orecchie al gemito che si leva in ogni momento da ogni angolo della terra, vasto, acuto, continuo come il mormorio dell’oceano; (…) fintanto che ci sarà al mondo un essere sofferente, fintanto che si potrà vedere un lombrico spezzato torcersi sulla via, una mosca cadere perché sorpresa dal primo freddo e un ragno che muore di fame per mancanza di visite, soffrirà anche l’uomo che abbia un cuore nel petto. La pietà, che costituisce la sua grandezza, sarà il suo supplizio. Essa è l’eco di tutti i dolori umani, non già di tutti i dolori possibili in un’anima d’uomo, l’identificazione passeggera ma reale del mio essere con tutto ciò che soffre. Simpatia, compassione, commiserazione, pietà: queste parole, che sono il simbolo spaventoso della parentela universale e la cui essenza significa dolore, esprimono il solo sentimento che, forse, riscatti la specie umana dalla bestialità». (A. Schopenhauer, Colloqui Ed. Bur Rizzoli).

È apparso in questi giorni un video intitolato 98% Human: Nel breve spot, commissionato da Peta, si vede un esemplare di scimpanzé, rinchiuso in una stanza con un tavolo su cui c’è una pistola. Ha un’espressione triste e rassegnata, si avvicina lentamente al tavolo e impugna goffamente l’arma, puntandosela alla bocca. Contemporaneamente si odono queste parole: «La grande scimmia è stata costretta a fare numeri in televisione e a posare per foto commoventi per i bambini, strappata dalla sua terra natale, vittima di abusi dietro le quinte e imprigionata in uno zoo di periferia. Tu la faresti finita?». ★

Ottobre, 2013

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