Il testamento di Unabomber

Il testamento
di Unabomber

L'ultima impresa nel mare di Caorle

Roberto Bianchin

Dura ormai da sei anni il silenzio del folle bombarolo del Nord Est. Molte le ipotesi sulla sua scomparsa. L'ultima traccia in un documento inquietante apparso e scomparso in rete in cui Unabomber (o chi per lui) parla in prima persona. Sono le pagine inedite di un pensiero difficile. Proviamo a leggerle

Distribuzione degli attentati di Unabomber (dal sito www.marcopingitore.it)

CAORLE (Venezia) – «Unabomber…unabomber…ancora unabomber..finché non ti conoscono ti danno il nome più stupido per dimensionare in loro stessi la paura che hanno di te. Mi cercano ma mi temono, mi vogliono ma non mi trovano. Sono immobilizzati dalla paura, ormai è chiaro: io vado oltre la loro legge, sfuggo al loro controllo, oltre il loro immaginario e le loro facoltà mentali…e allora eccoli là, si affannano a tracciarti un profilo psicologico, a darti un volto, due connotati per una sembianza, un fine e delle ragioni che non sono le tue. Addirittura col computer: ma che ne può sapere un cervello elettronico? Io sono superiore ai microchip, ai bytes, a quei marchingegni. Loro sono creati dall’uomo. L’uomo è più intelligente di loro ed io sono più intelligente dell’uomo che li ha inventati. E Unabomber? Non sono come quell’americano, come si chiama, Kaczyski? Sono più originale, più preciso, migliore! Non mi faccio beccare, nemmeno dopo anni…»

Scriveva così Unabomber, o chi si firmava per lui, poco prima di sparire nel nulla. Il suo silenzio dura ormai da sei anni. L’ultima impresa, una bottiglia abbandonata nel mare di Caorle, una spiaggia della provincia di Venezia, con dentro un messaggio esplosivo che ferì un giovane infermiere che l’aveva raccolta, Massimiliano Bozzo, è del 6 maggio del 2006. È il silenzio più lungo della sua carriera criminale, iniziata nel 1993 a Pontevecchio di Portogruaro e interrotta soltanto nel ’97 e nel ’99. In tutti gli altri anni ha sempre colpito: 35 attentati in 13 anni di attività. Una carriera iniziata e conclusa in un fazzoletto della provincia di Venezia, tra Portogruaro e Caorle.

Ne è passato del tempo. E sono fiorite varie ipotesi. Per qualcuno è morto. Per altri, potrebbe essere finito in prigione, ma per motivi diversi. Altri ancora sostengono che potrebbe essere stato ricoverato in un ospedale psichiatrico. O potrebbe avere smesso di colpire. Addirittura potrebbe essere guarito, o comunque aver considerata esaurita la sua missione. In assenza di qualunque certezza, ogni ipotesi è lecita. Resta il dato di fatto che il bombarolo è uscito di scena da quando hanno accusato dei crimini di Unabomber un ingegnere aeronautico di Azzano Decimo, Elvo Zornitta, poi prosciolto da ogni accusa, e messo sul banco degli imputati un poliziotto, Ezio Zernar, condannato per aver manomesso un lamierino allo scopo di incastrare l’ingegnere. Ma il processo d’appello a suo carico, ha sentenziato la Cassazione, si dovrà rifare.

«Se io fossi Unabomber — aveva spiegato Zornitta — magari avrei pensato di fare un attentato quando sono stato messo sotto accusa, così mi avrebbero scagionato. Avrebbero detto: avete visto, non è lui. Ma siccome non sono io Unabomber, non ho potuto farlo». Unabomber non ha mai spiegato perché faceva quello che faceva. Mai una rivendicazione, mai una lettera, mai un messaggio. Ha voluto lasciare sempre il mistero sulle sue azioni. Eserciti di esperti, di criminologi, di psicologi, di studiosi, di scrittori e di mitomani si sono affannati negli anni a cercare, anche con analisi suggestive, di trovare un perché. Ma il mistero è sempre rimasto insoluto.

Le frasi che avete letto all’inizio di questo articolo, sono l’inizio dell’ultimo, e unico, scritto del bombarolo, o di chi si spacciava per lui. Ma che, evidentemente, lo conosceva bene. È l’ultima traccia, una sorta di testamento, in cui per la prima volta delinea un inquietante ritratto di sé. «Pagine inedite di un pensiero difficile», le definisce lui stesso. Furono scritte poco prima dell’ultima impresa, quasi anticipassero l’addio di Unabomber, pubblicate in un sito del Nord Est, e poi cancellate. Non erano firmate. Unabomber parla per la prima volta in prima persona. Difficile dire se si tratti dell’artificio letterario di uno studioso, dell’esercizio di uno scrittore, dell’opera di un mitomane, dello scherzo di un burlone, o davvero della confessione del bombarolo. Proviamo a leggerle. Dopo essersi definito migliore dell’Unabomber americano, il bombarolo nostrano si fa beffe degli inquirenti che non riescono ad afferrarlo.

«Abbiamo appurato che la mano creatrice degli ordigni è la stessa…» ha detto quello con la divisa. Bravo stronzo… tanto ti ci è voluto a capirlo..! Vedi? Mi sei inferiore. Tu come tutti. E ne siete pienamente consapevoli — scrive — Ogni volta ve lo dimostro: nello stesso luogo, due volte, l’azione si rafforza, l’eccitazione aumenta, il panico dilaga, la massa impazzisce, “quelli del mestiere” si scervellano e io cresco, sempre più. Cresce la paura e con essa la mia gloria, la mia fama. Divento grande. Vi controllo e voi non riuscite a farlo con me. L’ignoto ed il mistero di chi io sia vi dilaniano, ah! Dilaniano…Addirittura vi sbeffeggio. Potreste beccarmi: la traccia è lì, davanti ai vostri occhi ciechi dal terrore, ma nulla… ormai è tardi. Ipotesi, solo ipotesi avete in testa, mancate della scintilla giusta da far scoccare e allora ci penso io».

Nel suo delirante ragionamento, Unabomber (o chi per lui) si spinge a toccare anche il tasto, delicatissimo, delle sue numerose vittime (tutte ferite, alcune molto gravemente, nessuna uccisa). Ma nemmeno una parola di pietà viene fuori dalla sua penna nei loro confronti. Piuttosto, si assolve, sostenendo la tesi, più demenziale che ardita, che non sono vittime sue ma della società. Leggiamolo ancora.

«Certo, che colpe hanno le mie vittime? Non sono mie, sono vostre, della vostra Società, del vostro inutile e insensato vivere da controllati, limitati e limiti di voi stessi…non avete idee! Pensate — stupidi — pensate: l’eccitazione di una festa a sorpresa, di un incidente inaspettato a cui si assiste. Pensate ad un colpo improvviso nella notte più tranquilla, ad una finestra che si rompe in un istante: l’adrenalina sale, mi eccito, godo, ogni volta in maniera sempre maggiore, godo… Tutti hanno paura, meno chi vede il lampo e chi il lampo lo crea. Io creo, non distruggo, do una nuova forma alle cose, alle persone. Cambio loro la vita: avessi voluto avrei ucciso — è solo questione di dosi, qualche grammo in più di verderame — potrei toglier loro la vita. E invece no, ferisco, ti sfregio, ti tramuto in qualcosa che non avresti voluto essere mai! Di che vi lamentate? Nemmeno io sono quello che avrei voluto essere, non ho quello che ho sempre cercato. Un lavoro, una casa, una donna, un cane da far pisciare, un giardino da curare, suoceri da sopportare, la vecchia bavosa da salutare, i Natali in cui essere felici per forza, i regali… hai tutto, meno il potere. Ora ce l’ho, IO SOLO LO POSSIEDO E DOMINO. …e giorno su giorno ne accumulo sempre più, sempre più, sempre di più».

Le parole in maiuscolo sono così nel testo originale. E sono solo queste in tutto lo scritto, che è lungo un paio di pagine, e in cui, arrivato a questo punto, il presunto Unabomber si fa prendere dalla vanità di parlare di sé, fornendo anche, chissà quanto consapevolmente, alcuni indizi riguardo alla sua misteriosa identità.

«Non è da tutti…non tutti riuscirebbero a fare quello che faccio io, nemmeno immaginano tra le pieghe della mia mente quali altri grandiosi progetti ci siano in serbo per la massa. Per ora continuiamo così, vogliono altro orrore, altro sangue… ecco, è servito. Un altro giocattolo sta per prendere forma. Meglio ora, di giorno: una luce accesa nel buio insospettirebbe… Lavorare così non è da tutti, avere grandi idee non è roba comune e realizzarle tanto meno. Sono lente le mie opere, perché ci vuole calma, attenzione, metodo, rigorosità e precisione. E poi mi ci vorrebbero dieci dita… che Tu sia dannato… c’è chi ha meno capelli, chi ha occhi scuri, chi ha le spalle curve, ma è comunque “normale”… perché io non posso avere dieci dita? Se non le posso avere io… nessuno… io non ho colpe da espiare, non ho commesso peccati. Voi sì, peccate di ingenuità, di normalità ed è là che vi punisco io. “Aspettatevi sempre qualcosa” mi dicevano “Aspettati sempre il pallone quando sei in campo” mi dicevano… e perché loro non dovrebbero aspettarsi qualcosa. Sempre pronti, sempre all’erta».

Il testamento di Unabomber, o di chi scrive come se fosse Unabomber, si conclude con l’esaltazione, follemente furiosa, di sé stesso, e della sua genialità.

«Le cose più impensabili possono accadere, le cose indolori possono far male, l’acqua scottare e, perché no?, il cibo può divenire un’arma micidiale, mortale… Ma che cazzo vuoi che me ne freghi delle multinazionali dell’industria alimentare, del turismo sull’Adriatico? Robe banali, robe da prevedibili mitomani che vogliono emulare un’irripetibile genialità. Io vado oltre. Sono avanti. Sarò sempre più in là di dove potranno arrivare gli altri, sarò là dove non pensano, là dove ancora non mi temono o dove pensano che non potrò più essere. Io sono e sarò!».

Da sei anni, per fortuna, Unabomber non è più. Non c’è più. È scomparso misteriosamente, e senza perché, come misteriosamente e senza perché, tanti anni fa era apparso. Di lui non si parla praticamente più. Non lo cercano neanche più. Solo le sue vittime, segnate per sempre, non potranno mai dimenticarlo. ★

Aprile, 2012