Ilea ultimo sogno

Ilea ultimo sogno

Pompe funebri pubblicitarie

Roberto Bianchin

Dalla mitologia greca ad Eros e Thanatos, la storia di un genere che fino a pochi anni fa non esisteva e che adesso imperversa in tutto il mondo: la pubblicità delle casse da morto. Lo ha inventato un bizzarro imprenditore di Treviso che ora viene imitato da molti in Italia e all'estero. Ovunque donne nude e bellissime accanto a cofani preziosi di legno istoriato e tessuti pregiati. Per esorcizzare la paura dell'ultimo viaggio che ci attende (fare gli opportuni scongiuri) nel nome dell'amore

Pompe Funebri Pubblicitarie in Tempo di Crisi (foto lc).

Era bellissima. Alta, morbida, sinuosa, elegante. Con quei riflessi color mogano e quel vestito di raso lucente che scivolava via, tra sfumature di grigio e lampi di azzurro, al più piccolo soffio di vento. Accogliente. Irresistibilmente attraente. Unica nel suo genere. Si chiamava Ilea, un nome pieno di musica, preso a prestito dalla mitologia greca più intrigante. Un pittore l’aveva dipinta tra piccole nuvole candide, sullo sfondo di un cielo turchese. Come se volasse. E come fosse una creatura angelica, le aveva fatto spuntare anche due piccole ali. Ilea ultimo sogno, era il suo nome.

Un nome venuto da lontano. Da quando gli antichi greci chiamavano così una foresta selvosa ad est del Borìstene, l’attuale fiume Dnepr, che si butta nel Mar Nero. Ilea infatti proprio questo vuole dire: foresta selvosa. E mai nome fu più femminile. Oggi, in fitogeografia, il termine viene anche genericamente impiegato per indicare la foresta pluviale equatoriale. Quella volta no. A quel tempo indicava solo un luogo. Ma un luogo fatale. Perché fu proprio lì, nella foresta selvosa di Ilea, che Ercole, giunto alla sua decima fatica, incontrò l’essere femminile che più lo avrebbe fatto faticare. Che lo avrebbe sfiancato, addirittura. In realtà, più che una femmina era un mostro: metà donna e metà serpente. Ercole la amò. Non si sa bene quanto costretto e quanto invece gli piaceva. Fatto sta che da quell’amore nacquero al mostro tre gemelli, Agatirso, Gelono e Scita. Tutto per colpa di Ilea.

Ilea oggi è il nome di un’agenzia di viaggi di Vico del Gargano, e di un elegante orologio da donna Baume & Mercier in acciaio lucido satinato con ventotto diamanti incastonati. All’epoca raccontata all’inizio, quando facemmo la sua conoscenza, bellissima, morbida, sinuosa, elegante, vestita di raso lucente e riflessi color mogano, ci innamorammo di lei dalle pagine dei giornali. La sua pubblicità riempiva pagine intere dei quotidiani. Ci faceva sognare ad occhi aperti e ci eccitava quasi come le donnine di Caballero.

Anche se aveva tutto della donna, Ilea in realtà non era una donna. Era una bara. La bara più sensuale che si fosse mai vista prima. La bara più erotica del mondo. Un vero schianto. L’aveva inventata un bizzarro imprenditore di Spresiano, in provincia di Treviso, Adriano Gionco, titolare di un’industria del legno specializzata nella produzione di cofani funebri di classe, che fu il primo a fare la pubblicità (e che pubblicità!) alle casse da morto, sfatando un atavico tabù. Che non fosse un personaggio qualsiasi, del resto, lo si intuiva dalla sua biografia: «Ha fatto il sindaco, scrive libri, è disegnatore e fotografo, è impegnato in campo politico e socio-culturale». Coerentemente con questo ritrattino, la sua azienda, che si definiva (e si definisce, dal momento che esiste ancora), «operante nel mondo dell’estremo saluto ai propri cari», prometteva di scegliere «l’immagine migliore per ricordare un affetto, un’intelligenza, una vita importante».

A questo punto, dato che ormai avete capito di cosa si parla, se appartenete alla nutrita schiera degli umani ai quali certi argomenti fanno venire dei brividi fastidiosi lungo la schiena, è meglio che non continuiate nella lettura. Se viceversa ritenete di proseguire, fate tutti gli scongiuri che conoscete, e possibilmente anche quelli dei quali vi fosse capitato di riscontrare talvolta una qualche efficacia. Perché il tema che qui viene trattato è decisamente fra i più sdrucciolevoli: la pubblicità. O meglio, certa réclame, come la si chiamava una volta. È pur vero che ci siamo ormai abituati alla pubblicità di qualunque cosa. Dalle pillole contro la flatulenza ai pannoloni firmati, dai vibratori danzanti ai preservativi alla fragola. Ma la pubblicità alle casse da morto, un genere inaugurato anni fa proprio dall’ultimo sogno della splendida Ilea, fa sempre un certo effetto.

Proprio come la trovata di un’impresa veneziana di pompe funebri che ho raccontato alcune settimane fa nella mia Punturina domenicale su La Nuova Venezia. Un’impresa che — chissà perché — si definisce «autorizzata dalla Questura», e si magnifica, in inserzioni pubblicitarie in formato gigante, come «l’unica impresa in Venezia ad avere la vera bara Ecologica (proprio così, Ecologica con la E maiuscola) in cellulosa». Anche qui aggiunge — dev’essere una mania — di essere «autorizzata dal Ministero della Salute e dal Comune di Venezia».

Sfuggono, in verità, sia la novità che la convenienza ad avere una «bara Ecologica in cellulosa», con la E maiuscola s’intende, invece delle più tradizionali (desuete?) bare di vari tipi di legno. Non si deteriora? Non inquina? Strizza l’occhio all’ambiente? E di moda? È più chic? È più riposante? Costa di meno? E poi perché la «vera» bara ecologica? Ce ne sono anche di false? Come sfugge la necessità di tutte quelle autorizzazioni sbandierate come un vanto, soprattutto quella che un’impresa di pompe funebri debba essere autorizzata dalla Questura. A che scopo? Che garanzia è? Difficile cogliere il senso di quest’autorizzazione per chi deve semplicemente acquistare una cassa da morto, e soprattutto in quel momento ha ben altri pensieri per la testa. Chissà se anche i becchini sono autorizzati dalla Questura.

Sicuramente non lo erano quelli di Cofani funebri, che a Roma avevano fatto un calendario, poi vietato dalle autorità, in cui si vedevano delle avvenenti donnine seminude, con indosso solo della biancheria intima nera, in pose hard a cavalcioni di bare di lusso, e avevano messo le bare in vetrina, con la stessa scenografia, davanti a una scuola. Non hanno proibito niente invece in Polonia, dove un’altra impresa di pompe funebri, la Zbigiew Lindner, fedele all’incredibile motto «Perché la gente ha paura delle bare e non dei gioielli?», ha fatto la stessa cosa, ma esagerando un po’ nelle pose delle «bare dell’amore», che peraltro è un antico gioco tra il macabro e l’erotico (Eros e Thanatos, appunto) andato in scena per molti anni in Italia alle Feste medievali di Brisighella. I titolari della ditta hanno spiegato che intendevano «mostrare la bellezza delle donne polacche e delle nostre bare».

Niente, comunque, rispetto a quello che è stato capace di fare Antonio Magliulo, titolare di un’agenzia di onoranze funebri e presidente della squadra di calcio Stella Azzurra di San Felice a Cancello (Caserta), che non solo ha messo lo stemma di una cassa da morto sulle maglie della squadra (immaginate i gesti degli avversari) e ha costretto i giocatori a posare seminudi, come le donnine polacche, accanto alle bare, ma ha anche messo in palio una cassa da morto, da sorteggiare tra gli spettatori delle partite casalinghe. Risultato: ha perso anche il poco pubblico che aveva.

Da quando a Natale regala come portachiavi una piccola bara, gli affari sono invece aumentati per Girolamo Gentile, fioraio di Marcianise. Lui ha inventato uno slogan «Dalla culla alla bara», che accontenta tutti. Il suo logo (imperdibile) è una culletta affiancata a una cassa da morto. E il portachiavi è diventato un ricercatissimo oggetto di culto: più strofini la piccola bara, spiega, più allontani l’ora di indossarla. Difficile dire se funziona. Provare, in ogni caso, non costa nulla.

Marzo, 2013