Jughi alla frutta sempre più poareti

Jughi alla frutta
sempre più poareti

Il disastro economico dell'ex Jugoslavia

Roberto Bianchin

Sfumate le speranze di migliorare il proprio tenore di vita avvicinandolo alla media europea per le Repubbliche nate dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Il Pil pro capite è sceso ovunque, con la sola eccezione della Slovenia. Dati drammatici per Croazia, Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, contenuti in una ricerca della "Intelligence Unit" dell'Economist, la divisione di analisi del gruppo britannico. La guerra ha arricchito criminali e speculatori ma ha impoverito la gente comune. E spunta la nostalgia di Tito.

L'emblema della Repubblica Socialista di Jugoslavia (fonte: Wikiwend).

BELGRADO – Poveri, sempre più poveri. Anzi, più poveri di prima. Poareti, come si dice nel dialetto istro-veneziano che ancora si parla, anche se sempre di meno, lungo la costa dalmata. Eppure le speranze – che sarebbe meglio chiamare illusioni, in realtà- erano molte una ventina di anni fa, quando morì la Jugoslavia del Maresciallo Josip Broz Tito andata dissolvendosi, in una guerra spaventosa, una decina d’anni dopo la sua scomparsa.

La speranza degli Jughi, come i triestini chiamavano, con un pizzico di disprezzo, gli abitanti di quella terra vicina, sempre martoriata (l’altro epiteto, non meno spregiativo, era Sc-iavi, nel ricordo del loro passato di schiavi fedeli della Serenissima Repubblica di Venezia), era che una volta dissolto il vecchio Stato e ottenuta l’indipendenza delle varie Repubbliche, dalla Croazia alla Slovenia, dalla Serbia al Montenegro, le cose, economicamente parlando, sarebbero andate meglio. Molto meglio per tutti. Non che sperassero di diventare ricchi, per carità, ma almeno sognavano di raggiungere i livelli di vita di altre popolazioni europee, quello dell’Italia, in primis.

Non è andata così, purtroppo per loro. I dati di oggi sono impietosi. Dati veri, oggettivi, incontrovertibili. Non opinioni. E i dati dicono che i cittadini dell’ex Jugoslavia sono più poveri che nel 1989, quando scoppiarono i primi conflitti che portarono alla sanguinosa guerra che insanguinò il Paese tra il 1991 e il 1995. Fu la prima guerra in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Un conflitto crudele, brutale, violentissimo, disumano, senza regole, ispirato ai principi dell’odio e della pulizia etnica, in cui furono uccise milioni di persone, e milioni di donne vennero violentate.

Tito del resto, che era un bel mascalzone (suo l’unico campo di concentramento in Europa, quello di Goli Otok, dove comunisti fedeli a Tito torturavano comunisti meno fedeli a Tito), aveva capito che solo tenendo insieme uno Stato sia pure fittizio, com’era la Jugoslavia, un’accozzaglia di popoli diversissimi in tutto e per niente amici fra loro, e ponendosi in modo neutrale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, Stato cuscinetto tra l’est comunista e l’ovest capitalista, poteva contare qualcosa sullo scenario internazionale. E soprattutto lucrarci sopra: ottenere rubli dal Cremlino e dollari da Washington in cambio della sua neutralità. Non a caso, quando chiuse i battenti, la Jugoslavia aveva accumulato la bellezza di venti miliardi di debito estero, soprattutto con gli Usa. Un debito logicamente mai onorato.

Che la Socijalistika Federativna Republika Jugoslavija, vissuta dal 1945 al 1192, e formata da sei repubbliche (Croazia, Slovenia, Serbia, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Montenegro) e due province autonome (Kosovo e Voivodina), fosse in realtà una finzione, perché composta da popolazioni lontanissime come ideologia, religione, lingua e cultura, lo dicevano la presenza (convivenza no, quella non c’è mai stata), di ben quattro religioni (cattolica, musulmana, ebraica, ortodossa), e ben quattro alfabeti (latino, cirillico, arabo, ebraico). Un calderone.

Che ognuno andasse per la propria strada, poteva dunque essere anche legittimo (prima fu la Slovenia, che proclamò la sua indipendenza nel 1991 “dopo più di mille anni di dominazione austriaca e più di settanta di convivenza con la Jugoslavia”). E così è stato. Ma i risultati economici sperati non sono arrivati. Anzi. Le nuove Repubbliche ex-Jugoslave sono più povere di prima, di quando facevano parte del discusso Stato dell’ultimo dittatore dei Balcani. Questo perché “la guerra arricchisce approfittatori, criminali e speculatori –scrive Stefano Giantin sul quotidiano “Il Piccolo”- ma non fa bene al portafogli della gente comune. E i cittadini dei Paesi balcanici nati dal collasso della Jugoslavia restano lontanissimi dalla ricchezza degli europei più benestanti. Più di quanto lo fossero nel 1989”.

I dati sono contenuti in una ricerca della “Intelligence Unit” dell’Economist, la divisione di analisi del gruppo britannico, quindi assolutamente attendibile e neutrale. Prendiamo la Croazia, ad esempio, che pure è nella Ue dal 2013, e che, avendo quasi tutta la costa, sperava di diventare ricca trattenendosi tutti i ricavi del turismo, non dovendo più “donare il sangue” in tasse al governo sanguisuga di Belgrado, ed aprendo i suoi villaggi turistici, piuttosto deludenti in fatto di attrezzature, ad investitori stranieri, soprattutto tedeschi e spagnoli. Niente di tutto ciò. La Croazia nel 1989 aveva un Pil pro capite del 56% rispetto alla media europea, oggi è scesa inspiegabilmente al 48%.

Ancora peggio per la Serbia, scesa dal 45% al 31%. Peggio di tutti, la Bosnia Erzegovina, precipitata dal 30%, già bassissimo, al 23%, ultima in classifica. Non dissimile il disastro del Montenegro, sceso dal 51% al 32%, mentre la Macedonia è calata dal 33% -il confronto è sempre con il 1989, prima della guerra- al 27%. L’unica che si salva è la Slovenia, da sempre la più europea tra le Repubbliche slave, la prima a diventare indipendente, che già nel 1989 aveva un Pil pro capite del 69%, migliore di tutte, ed oggi è salita al 75%.

Si stava meglio, insomma, quando si stava peggio, per usare una banale frase fatta. Nessuno aveva previsto che i conti economici sarebbero stati peggiori, con l’indipendenza delle Repubbliche, di quelli di quando c’era la Jugoslavia di Tito. Al punto che si ingrossano le fila di chi rimpiange quel passato. In realtà, di quella Jugoslavia, non c’era proprio nulla che valga la pena di rimpiangere oggi. Al contrario. E per far tornare i conti, non c’è altro da fare che lasciar da parte i sogni, mettersi di buzzo buono e rimboccarsi le maniche.

LA PAGELLA

Jugoslavia di Josip Broz Tito. Voto: 4

Aprile, 2018